Così l'Isis ha trasformato i grillini in convinti europeisti

L'incontro tra Di Maio e i rappresentanti dei 28 paesi Ue dimostra che la percezione del M5S all'estero sta cambiando

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Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. 29 gennaio 2016. – Credits: ANSA/CIRO FUSCO

Claudia Daconto

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Non è una novità che il Movimento 5 Stelle abbia ormai imparato a cambiare pelle a seconda di come tiri il vento. Che da tempo sia in atto una trasformazione genetica della creatura partorita dalle menti e dalle tasche di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è un fatto certificato una volta di più dalla rocambolesca inversione a u sull'atteggiamento nei confronti dell'Europa (il precedente più prossimo è quello sulle unioni civili).

Gli attentati terroristici di Bruxelles hanno riportato il tema della sicurezza europea al centro del dibattito internazionale e quello della sicurezza delle nostre città al centro della campagna elettorale per le amministrative. Quale occasione migliore, dunque, per mettersi in mostra e sfruttare l'occasione per accreditarsi con le altre nazioni del Vecchio Continente?

A questo scopo l'incontro tra Luigi Di Maio e i rappresentati di 28 paesi sembra caduto a pennello. È vero, il tavolo era fissato già da prima della strage all'aeroporto di Zaventem e nella metropolitana della capitale belga, ma la tempistica ha fornito al vicepresidente della Camera l'occasione per dimostrare come il Movimento sia diventato, più o meno improvvisamente, talmente filo-europeista da schierarsi addirittura a favore di un'intelligence comunitaria quando fino a un anno fa promuoveva referendum per uscire dall'Euro.

Le cose, tuttavia, negli ultimi mesi sono molto cambiate. Se in occasione delle elezioni Europee del 2014 Grillo stringeva un accordo con il leader del partito più nazionalista, anti-europeista, xenofobo e omofobo d'Europa (quel Nigel Farage che, appreso il risultato del voto in Italia, commentava: “con Grillo saremo il “dream team” della democrazia ed un incubo per Bruxelles”), oggi tutte le cancellerie del mondo (non solo d'Europa) guardano ai grillini con nuovo interesse.

Infatti hanno voluto incontrare colui che alle prossime elezioni politiche in Italia rischia di prendere il posto di Matteo Renzi e che, non a caso, recentemente la rivista Forbes ha inserito nella lista degli under 30 “più promettenti” di quell'Europa che fino a qualche tempo fa, non solo l'erinnico Beppe Grillo ma anche il pacato e moderato Di Maio, consideravano una fregatura.

Al punto da promuovere non solo la teoria isolazionista dell'uscita dall'Euro (memorabile il video propagandistico d'orrenda fattura con Paola Taverna protagonista di un'improbabile sceneggiatura basata sullo scambio, errato per giunta, dell'esecrabile euro con la vecchia cara mille lire), ma anche la rottura con gli altri partner europei sul Fiscal Compact e il rifiuto di pagare il debito.

Cavalli di battaglia di un ex Movimento nato per rappresentare i sentimenti anti-casta del popolo vessato, entrato in Parlamento come forza anti-sistema ma che man mano ha scoperto l'irresistibile attrazione del potere fino ad ambire la definitiva consacrazione a partito di governo. Un partito che fa dire ad Alessandro Di Battista (quello che solidarizzava con i terroristi) che serve “responsabilità” e che è quindi è giusto che Renzi resista alle pressioni su un eventuale intervento militare dell'Italia in Libia.

Un partito che nella Capitale ha candidato una giovane donna, Virginia Raggi, che in passato è stata un po' di sinistra ma che oggi riceve apprezzamenti anche da destra, e che la stampa estera (vedi gli articoli di The Economist e The Guardian) ha già promosso futuro sindaco di Roma fondamentalmente per la sua capacità di apparire "rassicuramente" vestendo tailleur da signora bene e portando perle al collo con la stessa disinvoltura con cui Di Maio indossa completi tailor made e cravatte di Marinella.

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