Politica

Crisi di governo con al centro il Pd in stato confusionale

Tutte le ipotesi al vaglio e le posizioni, incerte, dei principali esponenti dem dopo la batosta del referendum e le dimissioni di Matteo Renzi

bersani

Claudia Daconto

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Governo di coalizione nazionale che duri fino al prossimo autunno se non alla scadenza naturale della legislatura nel 2018 (come vorrebbe Pier Luigi Bersani). Renzi bis di breve durata per varare una nuova legge elettorale dopo la sentenza della Consulta sull'Italicum prevista per il 24 gennaio (come vorrebbe una parte dei renziani). Governo tecnico, per fare altrettanto, ma senza Renzi a Palazzo Chigi e poi elezioni entro la primavera (come vorrebbe un'altra parte dei renziani).

All'indomani della batosta del referendum del 4 dicembre e mentre sono in corso le consultazioni dal presidente Mattarella, il Partito democratico si arrovella, più di altri, su quale tra le ipotesi in campo avrebbe più da far guadagnare e, soprattutto, meno da far perdere a chi è già uscito pesantemente sconfitto dalla prova referendaria.

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Prima di decidere sul da farsi, il premier uscente Matteo Renzi ha rinviato la palla nel campo delle forze extra Pd, schierate a favore del “no” alla riforma e quindi Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia. Renzi ha dichiarato la sua totale disponibilità nei confronti di Sergio Mattarella. Se il capo dello Stato gli chiedesse di restare al suo posto finché serve, lui non potrebbe tirarsi indietro.


I renziani di più stretta osservanza premono perché si vada invece subito al voto. Il timore, fondato, è che mentre il Pd resta al governo per senso di responsabilità, gli altri partiti, a cominciare dai grillini, continueranno a sparare sul governo rafforzandosi ancora di più in vista delle elezioni. Ecco perché ogni decisione non può che essere rinviata alla fine del giro di consultazioni al Quirinale.

Il nodo legge elettorale
Escluso che un governo a guida Pd possa fare una nuova legge elettorale, o rendere omogenei il Consultellum per il Senato con l'Italicum depurato dalla Consulta con l'attuale maggioranza, l'unica possibilità che un esponente dem (Matteo Renzi o Dario Franceschini o Paolo Gentiloni) assuma la guida del prossimo governo è che tutti, nessuno escluso, gli votino la fiducia.

Altrimenti, come molti dirigenti temono, c'è il rischio di andarsi di nuovo a suicidare come nel 2013 quando, dopo un anno al fianco del governo Monti, all'indomani delle elezioni del 24 febbraio il Pd si svegliò scoprendo che il senso di responsabilità aveva pagato, elettoralmente parlando, molto meno dello sfascismo grillino.

Caos interno
Le premesse non sono buone. La fotografia attuale dentro al PD ritrae una guerra tra bande totale: maggioranza (Renzi) contro minoranza (Bersani), maggioranza (Renzi) contro maggioranza (Franceschini, aspirante successore di Renzi a Palazzo Chigi, e Andrea Orlando, leader della corrente dei Giovani Turchi del presidente Matteo Orfini che però resta schierato al fianco di Renzi senza tentennamenti), minoranza (Bersani, che la notte dei risultati brindava insieme ad altri esponenti della minoranza alla sconfitta di Renzi, cioè del segretario del suo partito, l'"usurpatore" della Ditta) contro minoranza (Cuperlo, che in cambio della promessa di cambiare l'Italicum, alla fine si era dichiarato a favore del Sì).

In sintesi i due blocchi contrapposti vedono da una parte chi sta con Renzi, dall'altra chi apparentemente sta con Renzi (Franceschini) ma di fatto si muove in autonomia e potrebbe arrivare addirittura a stringere un accordo con Bersani e D'Alema per mettere in minoranza il Capo (nei due gruppi parlamentari le truppe franceschiniane non sono affatto di poco conto) e abbatterlo al momento opportuno.

Un nuovo partito
Intanto, un po' sui social network, un po' tra i renziani di strettissima osservanza, si fa largo la tentazione di dar vita a un nuovo partito. Secondo un sondaggio dell'istituto Piepoli, un partito dell'attuale segretario dem prenderebbe più voti del Pd. Lui, Matteo Renzi, dopo una pausa casalinga per festeggiare a Pontassieve il compleanno della nonna più giovane, è di rientro a Roma. Al momento sembrerebbe più interessato a mettere a posto le cose nel Pd.

I dubbi di Renzi
In questa ottica, un periodo di lontananza gli sarebbe utile. Anche se, mollando Palazzo Chigi, rischia di perdere la presa anche sul partito. La verità è che, al momento, è molto complicato scommettere su cosa abbia in testa. Chi ha potuto interloquire con lui nei giorni scorsi e in queste ore, riferisce infatti di un Matteo che “cambia idea e umore molto spesso”. Ultra sospettoso di natura com'è, in questo frangente ha deciso evidentemente di fidarsi poco anche di se stesso e, dopo le contraddizioni già espresse negli ultimi giorni (“resto, me ne vado, decido io, decidano gli altri”), ponderare al millimetro ogni sua prossima mossa.

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