Cosa ricorderemo di questa campagna elettorale

Finisce una delle più spoglie campagne degli ultimi decenni. Poche piazze, poche idee, poca fantasia. Alla fine tornerà alla memoria solo Sanremo

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Sara Dellabella

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Grazie a Dio è finita. Quella che si sta per chiudere è stata la campagna elettorale più sgangherata, spoglia e priva di sentimenti che si è vista negli ultimi decenni. Poche piazze, pochi concerti, poca fantasia.

Un tempo le campagne elettorali erano anche un momento di festa e incontro, le piazze servivano a ritrovarsi e contarsi in uno spazio comune che uscisse dal confine di uno schermo del pc. Invece stavolta, ad eccezione del Movimento 5 stelle, i partiti maggiori hanno rinunciato all’adunata della chiusura della campagna elettorale. Ancora una volta i grillini rubano la piazza al Pd e si incontreranno a Piazza del Popolo, quella stessa piazza dove Renzi, nel 2014, chiudeva il comizio delle europee nel momento di massima popolarità per il PD.

Tre anni dopo la musica è cambiata. Il Pd ha dimezzato i consensi e il Movimento 5 stelle è pronto a governare, almeno nelle intenzioni di Di Maio &C.

Cosa è mancato

È stata una campagna elettorale dove è sparita la "politica". Nel senso filosofico del termine che le assegna il compito di promulgare leggi ispirate a principi di equità sociale, pensate non per i singoli ma per la salvezza e dignità della "polis", della città, creando gli anticorpi contro la tirannia. Questa era la Grecia del VI secolo da cui bisognerebbe trovare ispirazione.

Perché questa è stata una campagna elettorale anche ideologicamente a basso costo. Non si è riusciti ad andare oltre la promessa del bonus, del taglio, del risparmio, della lotta tra fascismo e antifascismo, al commento del dato della giornata (ovviamente ognuno secondo il proprio parere, travisando anche l’ovvio) o peggio ai fatti di cronaca che hanno tinto di nero queste settimane.

È mancata la visione, il pensiero di lungo raggio. Ci si è accontentati ancora una volta della soluzione contingente che accontenta il bisogno istantaneo, ma non cura il male. E in questo quadro sono destinati a vincere i populisti che da sempre sono coloro che meglio interpretano e cavalcano i maldipancia dell’elettore. Incapaci, tutti, di andare oltre il “qui e ora” del giardino di casa, sempre più piccolo, sempre più seminato dallo scontento. Affetti da una miopia che non riesce a guardare l’infinito oltre la siepe, tanto per citare Leopardi che di guai ne aveva parecchi anche lui, ma non aveva per questo rinunciato a sognare un altro mondo possibile.

Il ruolo dei social network

Complice di questo imbarbarimento è la politica del social network, nemica giurata del pensiero lungo. Il peccato originale è di avere trasferito totalmente la politica sullo schermo dello smartphone pensando che il virtuale non solo possa sostituire i luoghi della politica evitando il confronto diretto con quella che una volta si chiamava “base”, ma che il web garantisse una protezione dalla contestazione diretta, complice la pigrizia e il mito del consenso che oramai si misura in like e visualizzazioni.

Chi ha inseguito questa moda ne è rimasto inesorabilmente vittima. Se una volta la Sinistra era famosa per le sue scuole di partito dove i futuri dirigenti erano invitati a studiare, oggi la classe dirigente si distingue per la vacuità del messaggio che si è riverberata anche in queste settimane di campagna elettorale priva di contenuti e argomentazioni.

Gli assenti

Tant’è che contrariamente alle altre volte anche il mondo dello spettacolo, tranne rarissime eccezioni, si è tenuto lontano dal dibattito elettorale, evitando di schierarsi in pubblici endorsement. Zero assoluto, neanche l’euforia del classico concerto a fine comizio. Ad un certo punto abbiamo assistito all’illusione ottica che i politici e le loro dichiarazioni galleggiassero in uno spazio vuoto, autoreferenti, incapaci di spostare anche solo un voto da uno schieramento all’altro.

Senza contare che l’assenza di un confronto tv ha accentuato l’isolamento dei singoli, sottraendo agli elettori una possibilità di confrontare programmi e personaggi in campo. Forse lo spettacolo più politico dell’ultimo mese è stato Sanremo dove hanno vinto due canzoni che parlano di immigrazione e integrazione, dove il monologo di Favino sull’essere stranieri ha commosso migliaia di spettatori con Salvini seduto nelle prime fila del teatro Ariston.
Di questa campagna elettorale ricordiamo Sanremo. Per fortuna è finita e se ne riparla lunedì mattina, quando certamente avranno vinto tutti.

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