Corsa al Colle: L'elezione di Antonio Segni (1962)

Un'elezione fra franchi tiratori e doppie schede

Cambio consegne tra Segni e Gronchi: Segni e Fanfani. Credits: (Ansa)

Sabino Labia

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Non c’è assolutamente nulla di scontato quando si tratta di eleggere il Presidente della Repubblica Italiana, anche quando i numeri ti danno ragione.

Il consenso della DC alle elezioni del 1958 è del 42%; di conseguenza la corsa al Quirinale si può vincere a mani basse. Prima, però, bisogna fare i conti con le fronde interne al partito.

Per il 2 maggio 1962 i candidati sono: Antonio Segni (sostenuto da Aldo Moro), Giovanni Gronchi (Presidente uscente e autocandidatosi), Attilio Piccioni e Giovanni Leone. Nessuno di questi, però, ha la garanzia di essere eletto nei primi tre scrutini.

Gli altri candidati sono: Umberto Terracini (PCI); Sandro Pertini (PSI); Giuseppe Saragat (PSDI e PRI) e Cesare Merzagora (Indipendente) che ci riprova dopo la sventurata avventura del 1955.

Poi ci sono gli outsider: Amintore Fanfani (gettato nella mischia dai suoi stessi compagni di partito per toglierlo dalla politica parlamentare) e Donato Menichella (ex governatore della Banca d’Italia e grande servitore dello Stato).

A due giorni della convocazione delle Camere, deputati, senatori e delegati regionali della DC si incontrano per votare il nome comune da sostenere. Il nome che emerge è: Antonio Segni.

Sin dalla prima votazione appare chiaro, però, che non sarebbe stata una passeggiata per la Balena Bianca, tutt’altro. Le faide interne rischiano di mettere a repentaglio l’unità stessa del partito. Questa volta a minare il partito è Amintore Fanfani che sette anni prima si era dovuto arrendere alle imboscate delle minoranze e dei franchi tiratori. La prima votazione conferma le previsioni della vigilia: Segni 333; Terracini 200; Pertini 120. Addirittura a mancare all’appello sono una settantina di voti democristiani.

La seconda votazione è lo stallo totale con Segni 340, Terracini 196 e Saragat (che aveva riunito socialdemocratici e socialisti attorno al suo nome) 92. Dalla terza votazione la DC si spacca con i franchi tiratori che si dividono tra Piccioni e Gronchi.

Tra le stanze di Montecitorio comincia a circolare la voce che nell’eventualità in cui Segni non dovesse farcela, la crisi di governo diventerebbe una drammatica certezza. Per stanare i traditori si passa, allora, alle maniere forti: i Dorotei, che gestiscono tutto il lavoro, entrano in aula, ritirano dai commessi la scheda, poi escono e rientrano dalla seconda porta che immette nell’emiciclo, per ritirare un’altra scheda.

La prima viene compilata con il nome del candidato ufficiale, la seconda con quello del candidato di disturbo, poi vengono consegnate agli elettori che le collocano nelle tasche delle giacche.

A questi non rimane altro che, una volta giunti davanti all’urna, si ricordino di estrarre la scheda dalla tasca giusta. Effettuata l’operazione e usciti dall’aula, vengono bloccati e sottoposti a una sorta di perquisizione, naturalmente in maniera amichevole, da parte del collega di partito incaricato del controllo. L’onorevole Giuseppe Rapelli tenta di reagire: “Bisognerebbe votare nudi”. Risultato: Segni 336 (tre voti in più).

Moro non si lascia intimorire e urla ai suoi: “Arriveremo, se necessario, alla centocinquantesima elezione, ma non molleremo”. La tensione è alle stelle. Piccioni non intende rinunciare alle sue chance e, a sua volta, urla contro Benigno Zaccagnini e Silvio Gava, inviati dallo stesso Moro a chiedergli un passo indietro: “Vi caccerei a bastonate. Avete agito con sistemi da Soviet Supremo e adesso pretendete che convinca i miei amici a non votare per me. E’ pazzesco”.

Dopo cinque giorni di trattative, la ragion di Stato e la ragion di partito hanno il sopravvento. Quando mancano venti minuti alla mezzanotte del 6 maggio, il Presidente della Camera, Giovanni Leone, proclama al nono scrutinio Antonio Segni nuovo Capo dello Stato con 443 voti. Moro sprofondato nel suo banco, ha il volto sfatto e la barba lunga conseguenza della lunga ed estenuante battaglia.

Insieme agli applausi, dai banchi dei comunisti si sente l’urlo di Tartan, Giancarlo Paletta, che inveisce contro Randolfo Pacciardi: “Ti faranno colonnello dei corazzieri: ma prima passa alla cassa a ritirare le tue spettanze”.

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