Conte canta vittoria (di Pirro)
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Conte canta vittoria (di Pirro)
Politica

Conte canta vittoria (di Pirro)

Il Consiglio Europeo si chiude con 207 mld per il nostro paese, soprattutto in prestiti (e dalle condizioni misteriose)

L'abominevole maratona di Bruxelles durata quasi 5 giorni ci regala un finale dove nella forma (non nella sostanza) tutti potranno dirsi vincitori, sia i paesi "frugali" che il nostro premier, Giuseppe Conte che porta a casa una cifra superiore ai 200 miliardi, 82 pare a fondo perduto, gli altri di prestiti. Anzi, già ci pare di sentirli, i peana sull'eroe che rientra trionfalmente a Roma, osannato come il gladiatore Massimo Decimo Meridio dopo aver ridotto all'obbedienza i selvaggi popoli del nord.

La telecronaca social effettuata dallo staff di Palazzo Chigi ha fornito con zelo certosino la versione ufficiale della lotta gladatoria: un copione animato dalle frustate quotidiane che il capo del governo ha fatto schioccare sulle truppe olandesi, austriache e vichinghe.

Tuttavia, una volta terminata la recita pubblica, quella che serve per tenersi buoni elettori e parlamentari di maggioranza, prima o poi bisognerà misurarsi con i numeri. E quelli raccontano un'altra storia, che di glorioso ha davvero ben poco. "Il clima è cambiato", dice oggi il presidente del consiglio: cambiato nel senso che stiamo passando da un temporale a un uragano?

I 750 miliardi del Recovery Fund, quel numerone che per settimane ha campeggiato sulle prime pagine dei giornali, sono ormai un lontano ricordo. Sul nodo cruciale dei sussidi, i paesi frugali hanno fin qui spadroneggiato, riuscendo a far abbassare l'importo per due volte: da 500 miliardi, siamo scesi a 420 e probabilmente si arriverà intorno a 390. Ogni giorno l'asticella degli aiuti promessi si abbassa sempre di più: come nel famoso ballo da spiaggia, tra poco potremo superarla solo mettendoci in ginocchio, o magari strisciando. Senza contare (ma questo ormai fingiamo di non saperlo per non demoralizzarci), che qualsiasi aiuto potrà materializzarsi concretamente non prima del 2021: per allora, quali e quanti imprenditori italiani saranno ancora in piedi?

Ma ancor più dell'entità dei denari, conterà la libertà di spenderli. E anche qui siamo in alto mare. Il rischio che i frugali conservino un diritto di veto, magari mascherato da "freno d'emergenza", costringendoci a varare riforme clamorose, resta altissimo. Gli irriducibili del nord insistono sul potere di veto non solo perché non si fidano dei paesi bisognosi d'aiuto, ma soprattutto perché non si fidano della Commissione Europea, cioè del governo d'Europa, nel quale tutti, in teoria, dovrebbero riconoscersi. Ma ormai lo scontro non è più nazionale, ma addirittura personale: Giuseppe contro Mark, Angela contro Sebastian, Pedro contro Emmanuel.

L'immagine che resterà negli annali, a prescindere dal balletto sulle cifre, è quella di un'Europa in ordine sparso, come un'armata brancaleone dove ognuno guarda non alle prossime generazioni, ma solo alle prossime elezioni. I sogni dei padri fondatori sono finiti sotto il tappeto rosso di Bruxelles. Immaginatevi gli stati federali americani che si riuniscono a Washington, paralizzati dai capricci dell'Ohio o del Wyoming. Non ci riuscite? Ecco perché da un lato abbiamo una democrazia che resiste da secoli, e dall'altro un'Unione Europea che, a trent'anni, pare già con un piede nella fossa.

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