Le "pagelle" delle consultazioni al Quirinale

Napolitano, Monti, Berlusconi, Bersani; i giudizi ai protagonisti di questa settimana di consultazioni

Berlusconi al termine del suo incontro con il presidente della Repubblica, Napolitano (Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO)

Stefano Vespa

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Comunque vada a finire questa drammatica fase istituzionale senza precedenti, le settimane post elettorali e le consultazioni del presidente della Repubblica hanno mostrato una fotografia reale della politica italiana, un quadro spietato di pregi e difetti. Cerchiamo di analizzare le singole figure.
 

- GIORGIO NAPOLITANO. Compirà 88 anni il prossimo 29 giugno e avrebbe certamente desiderato una fine settennato molto più tranquilla. Difficile compiere una mediazione più efficace di quella che sta tentando il presidente della Repubblica, costretto dai risultati elettorali a spiegare ai suoi interlocutori che mai come in questo caso ognuno deve cedere qualcosa. In ballo non c’è la poltrona, in ballo ci sono il futuro dell’Italia, la crisi economica, la disoccupazione, le imprese che chiudono perché la pubblica amministrazione non onora i propri debiti, in definitiva in ballo c’è il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo. Napolitano si fa forte di un elemento indiscutibile: comunque vada, un governo dovrà nascere. Certamente a tempo, ma sufficientemente solido per varare alcune leggi indispensabili. Insomma, in questa fase è difficile chiedere al Quirinale di fare di più e di meglio.

- PIER LUIGI BERSANI. Il segretario del Pd merita l’onore delle armi. Si ricorda troppo poco, in queste ore convulse, che nell’autunno 2011 avrebbe avuto la strada spianata verso Palazzo Chigi se si fosse andati a elezioni anticipate anziché al governo tecnico di Mario Monti. Soprattutto, in quel periodo la forza elettorale del Movimento 5 stelle era infinitamente minore dell’attuale. Ma la situazione era tale che Bersani accettò il passo indietro.

Dopo il voto di febbraio, però, sono emerse tutte le storiche contraddizioni della sinistra italiana degli ultimi vent’anni. Il sillogismo bersaniano è il seguente: sono il leader del partito più votato, «quindi» vado a Palazzo Chigi. Gli stanno spiegando da tempo che per fare un governo ci vogliono i voti in entrambe le Camere, come ha sottolineato Napolitano. E al Senato la situazione non è allegra.

L’epidermico rifiuto nei confronti del Pdl e di Silvio Berlusconi lo ha portato a cercare oltre la logica un accordo con i rappresentanti di Beppe Grillo. Pararsi a sinistra è la vecchia regola, che infatti ha condotto ai disastri dei governi di centrosinistra. E se oggi la sinistra è il M5s, stiamo freschi. L’inevitabile conclusione è che il sogno di Bersani di essere il primo postcomunista a diventare presidente del Consiglio vincendo le elezioni si è infranto. Il senso dello stato avrebbe dovuto consigliarlo a fare buon viso a cattivo gioco e allargare al Pdl. Il Pd si sarebbe spaccato? Forse. Infatti si spaccherà lo stesso appena comanderà Matteo Renzi.

- SILVIO BERLUSCONI. Anche il Cavaliere sta tendendo la corda mica male. Forte del recupero elettorale, si gioca il tutto per tutto sul prossimo inquilino del Colle. Sullo sfondo di un ipotetico accordo, ma ben visibile, c’è l’obiettivo di garantirsi dai processi e anche di evitare leggi penalizzanti per le sue aziende. Dalla sua ha l’impresentabilità dell’opposizione grillina, che infatti ha vanificato il tentativo Bersani, dall’altra dovrà comunque accontentarsi di un nome per il Quirinale che vada bene a quasi tutti. Accordo che inevitabilmente si lega alla soluzione del rebus-governo. E infatti dopo le consultazioni di oggi, venerdì 29, con Napolitano Berlusconi è stato chiarissimo: un accordo di grande coalizione per un governo politico, e non tecnico, che avrebbe come logica conseguenza un accordo politico bipartisan per il Quirinale. Di fatto, nessuna sponda nuova a Napolitano. O così o niente: il tutto per tutto, appunto.

- BEPPE GRILLO. Ormai è lampante: il Movimento 5 stelle non vuole governare o migliorare la situazione, vuole distruggere. L’imbarazzante arroganza (e anche ignoranza) dei rappresentanti di Grillo in Parlamento; la comica affermazione di puntare ad avere il 100 per cento del Parlamento per poi sciogliersi; la pretesa di avere i voti per i propri candidati alle diverse cariche con il contestuale rifiuto a votare i candidati degli altri e tanto altro ancora stanno sbalordendo il loro elettorato e le cancellerie europee.

L’impressione è che Grillo e il suo guru Gianroberto Casaleggio, al netto delle parolacce e degli insulti, stiano perdendo il controllo della situazione, tanto che gli stanno arrivando amichevoli consigli di darsi una calmata anche da chi li sostiene, come Adriano Celentano. Il pericolo è un altro: i grillini hanno raccolto e incanalato una protesta bipartisan senza fare uno straccio di proposta realmente praticabile e alle prossime elezioni, anche amministrative, dovranno cominciare a dare spiegazioni. Perché finora è stato facile presentarsi come il «nuovo». Al prossimo giro, se non saranno «vecchi», come minimo saranno «più maturi». Il problema sarà dimostrarsi tali.

- MARIO MONTI. Se i bookmakers inglesi avessero quotato nell’autunno 2011 la sua disfatta politica attuale, la cifra sarebbe stata stellare. Era un’ipotesi impossibile. Perché anche i bookmakers non riescono a penetrare nell’animo umano. Così, quando un uomo viene considerato in Italia e in Europa (soprattutto in Europa) come l’unico possibile salvatore della patria, con il passare del tempo si convince di essere davvero insostituibile.

La mossa sbagliata, com’è ormai noto, è stata la decisione di candidarsi alle politiche con una sua lista. Napolitano ha fatto il possibile per dissuaderlo, ma l’ambizione non ha avuto limiti. Pochi hanno valutato correttamente la rinuncia di Luca di Montezemolo, primo scricchiolio di quello che sarebbe accaduto, anche quando è stata seguita dalle mancate candidature di Antonio Catricalà, Corrado Passera, Andrea Riccardi. Monti era convinto di vincere semplicemente perché si presentava.

L’inesperienza politica, unita all’assenza di una struttura di partito, ha portato a comici retroscena nella composizione delle liste. In un caso Monti ha offerto la candidatura a un membro del suo governo senza avere idea (e quindi senza spiegare) se il posto fosse alla Camera o al Senato né in quale posizione e senza aggiungere che, forse, sarebbe stata necessaria una faticosa campagna elettorale. Mutuando il sillogismo bersaniano, quello montiano è stato: ti indico, «quindi» sarai eletto. Non è andata così. Quel membro di governo, messo sull’avviso da qualcuno, rifiutò. E oggi il governo Monti sarà ricordato come il governo delle tasse, della mancata crescita e della disastrosa gestione della vicenda dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

- ROBERTO MARONI. La Lega sembrava spacciata dopo le elezioni, invece la vittoria di Bobo Maroni in Lombardia e la carica di governatore da un lato consentono di tenere a bada la base più integralista grazie alla guida della più importante regione italiana, dall’altra hanno ricompattato l’alleanza con il Pdl, tanto da presentarsi insieme alle consultazioni al Quirinale. La diplomazia sotterranea, soprattutto con Roberto Calderoli, ha contribuito a tenere aperti degli spiragli anche se sembrava difficile che la Lega potesse appoggiare Bersani con il contestuale no di quest’ultimo al Pdl. La conferma è arrivata dopo il nuovo giro di consultazioni con Napolitano: Maroni ha avuto una posizione identica a quella di Berlusconi. Lega e Pdl di nuovo compatti, con un eventuale governo tecnico visto come fumo negli occhi. E un desiderio non tanto nascosto di nuove elezioni.

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