Claudia Daconto

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Non chiamatela “svolta garantista”. Il codice etico in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie pubblicato ieri sul blog di Beppe Grillo e che oggi sarà ratificato on line dagli iscritti al Movimento 5 Stelle è solo l'ultima furbata ideata dall'ex comico genovese per tenersi le mani libere qualora il suo sindaco Virginia Raggi, o qualunque altro eletto, venisse indagato.

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È improprio infatti anche parlare di strumento “salva-Raggi”. Benché sia altamente improbabile che lo faccia - c'è sempre in ballo il governo nazionale - Beppe Grillo avrà ancora la possibilità di espellere Virginia dal Movimento, pur non condannata ma solo indagata, se l'opportunità del momento dovesse suggerigli che sia meglio abbandonarla al suo destino.

Se secondo la nuova tavola delle leggi calata sugli eletti grillini, da una parte un avviso di garanzia non comporterà più la sospensione o espulsione automatica, dall'altra il garante (di se stesso) Beppe Grillo, investito di poteri "soprannaturali", potrà sostituirsi anche a quello giudiziario ed emettere insindacabile condanna anche “a prescindere dall'esistenza di un procedimento penale”.

Un faro di straordinaria potenza, quest'ultimo codice, sulla reale natura e vocazione di un Movimento che in questi anni si è dato mille regole per arrivare alla fine a riconoscerne di fatto una sola: decide chi comanda, ossia Grillo e Casaleggio junior. Punto. Tutto il resto è fuffa. È fuffa il collegio di probiviri che affiancherà il garante nell'assumere decisioni che il garante avrà già preso per conto suo. È fuffissima il comitato d'appello che affiancherà il collegio dei probiviri che affiancherà il garante che “al mercato suo padre comprò”...

Fino a quando a governare era solo la cara vecchia Casta, per il Movimento 5 Stelle le carceri si sarebbero dovute riempire di politici, tutti indistintamente. Oggi che alla guida di tanti comuni ci sono anche loro, viene introdotto un principio di discrezionalità. Quella di Beppe Grillo, ovviamente

E scatenerebbe un'ilarità quasi incontenibile, se a frenarla non fosse l'idea che a intervenire dovrebbe essere il tribunale internazionale dei diritti dell'uomo, l'obbligo categorico che qualsiasi eletto coinvolto in una qualsivoglia procedimento giudiziario avrà di informare “immediatamente e senza indugio il gestore del sito” (“il gestore del sito”!) praticamente ancor prima di nominarsi un avvocato di fiducia.

Sempre che a leggere i messaggi non ci mettano Luigi Di Maio. Altrimenti il malcapitato rischierebbe di fare la fine del povero sindaco di Parma Federico Pizzarotti che per mesi cercò inutilmente di entrare in contatto con lui e che fu poi sospeso per un avviso di garanzia (ma Filippo Nogarin a Livorno, indagato a sua volta, invece no) o dell'incompresa senatrice Paola Taverna che provò, altrettanto inutilmente, a spiegargli che l'ex assessore ai rifiuti del comune di Roma Paola Muraro risultava indagata.

In teoria (quando di parla di Movimento 5 Stelle è d'obbligo una certa prudenza) ci sono solo tre casi in cui l'eletto dovrà considerarsi davvero spacciato: se, esclusi i reati d'opinione, avrà ricevuto una condanna in primo grado con dolo (il dolo è dirimente), abbia scelto di patteggiare o sia stato assolto per prescrizione. Il partito più giustizialista della storia della politica mondiale è infatti anche lo stesso privo di ogni scrupolo nel fare del diritto stesso carne da macello.

L'ordinamento giudiziario italiano - un menù a la carte da cui servirsi a seconda della convenienza – che stabilisce che tutti restano innocenti fino al terzo grado di giudizio è superato dall'ordinamento divino grillesco. Fino a quando a governare era solo la cara vecchia Casta, per il Movimento 5 Stelle le carceri si sarebbero dovute riempire di politici, tutti indistintamente. Oggi che alla guida di tanti comuni ci sono anche loro, viene introdotto un principio di discrezionalità. Quella di Beppe Grillo, ovviamente.

Chi ha sempre usato il lavoro della magistratura come una mazza chiodata contro l'avversario e alimentato su di lui la gogna mediatica, oggi si lamenta di subire il medesimo trattamento di cui è massimo esperto. Non c'è nulla di autenticamente garantista nell'ultima mossa di Grillo, solo autentico spirito di autoconservazione di fronte alla scoperta che anche campioni di moralità e onestà quali i pentastellati si considerano, possono restare vittime di “denunce facili che comunque comportano atti dovuti come l'iscrizione nel registro degli indagati o gli avvisi di garanzia”.

Se Grillo credesse davvero che un avviso di garanzia non coincide automaticamente con una condanna definitiva, quando da indagato il sindaco di Milano Giuseppe Sala si è autosospeso per capire meglio dai magistrati la sua situazione, avrebbe ordinato ai suoi di non attaccarlo. Ma mentre a Roma difendevano la Raggi il cui braccio destro Raffaele Marra entrava a Regina Coeli, a Milano si sono scatenati.

Grillo deve far finta di crederci solo quando di mezzo c'è qualcuno dei suoi amici (vedi il caso di Gino Paoli accusato di evasione fiscale) o di chi porta il suo marchio e, elemento non secondario, è utile “salvare” per salvare se stesso. Per questo non stupisce che la sua folgorazione pseudogarantista non convinca del tutto nemmeno tutti i suoi fedeli sostenitori. Figurarsi se ci cascano gli altri.

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