Cnel abolito: la storia di un ente

Quella dell'organismo abolito oggi è una tipica storia della politica italiana, che non rimpiangeremo

La sede del Cnel, a Roma – Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Sabino Labia

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Con 211 sì, 11 no e 7 astenuti, il Senato ha approvato l’articolo 27 della riforma costituzionale che prevede l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

Quella del Cnel è una delle tante storie italiane dal passato a dir poco turbolento, per usare un eufemismo, sin dal giorno del suo concepimento. Inserito dai padri Costituenti nella Carta Costituzionale all’art 99 (Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro è composto, nei modi stabiliti dalla legge, di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa. È organo di consulenza delle Camere e del Governo per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge. Ha l'iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale secondo i principi ed entro i limiti stabiliti dalla legge), ci vollero ben otto anni di svariati tentativi per dare una forma e, soprattutto, una consistenza a quello che doveva essere il sesto organo dello Stato.

Nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un punto di riferimento per Parlamento e Governo e, il primo Presidente, Meuccio Ruini, lo affermò anche nel suo discorso di insediamento al Campidoglio a Roma il 20 febbraio 1958 alla presenza di tutte le massime autorità repubblicane: “saranno presentate al governo proposte precise, sul piano della concretezza, che valgono ad approfondire problemi specifici e ne indichino adeguate soluzioni”.

Passarono appena cinque anni e due mandati triennali e, nel 1963, cominciarono i primi problemi dal momento che bisognava rinnovare i componenti e il presidente del consiglio. Per evitare perdite di tempo si pensò bene, in un primo momento come consuetudine tipicamente italiana, di prorogare da tre a cinque anni il mandato; anche questo, evidentemente, non bastava e così si arrivò al punto di non occuparsene più. Il 4 ottobre del 1969, data dell’ennesima scadenza, passò tranquillamente inosservata; ma, a scombussolare tutto, giunse inattesa e improvvisa la morte del suo secondo presidente, Pietro Campilli, che a 83 anni e dopo 15 anni di presidenza di un ente che non aveva prodotto nulla, ebbe un malore. Apriti cielo, bisognava decidere se trovare un sostituto.  

Un paio di anni prima, era l’agosto del 1970, il presidente del Consiglio incaricato, Emilio Colombo, presentando alle Camere il suo programma, mise tra i vari punti anche quello che prevedeva la riforma del Cnel. Col passare del tempo prima il giuslavorista Gino Giugni, e poi Ugo La Malfa proposero la sua abolizione ritenendolo uno dei tanti enti inutili, visto che gli incontri con le parti sociali avvenivano regolarmente in sedi diverse; per giunta, sia il Parlamento che il Governo non tenevano per nulla in considerazione quelle che potevano essere le proposte o le indicazioni del Cnel. Insomma, nessuno capiva la sua utilità. Nel 1967 il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro ebbe l’ardire di proporre anche una legge; peccato che l’anno dopo terminò la legislatura e anche quel magro tentativo finì miseramente nell’oblio parlamentare come la sua stessa esistenza fino a all’estate del 2014. Ma non è ancora detta l’ultima parola.

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