Claudio Martelli: "La trattativa Stato-mafia? I miei dubbi li ho espressi"

Ricordando Falcone, Capaci, il maxi processo. Borsellino e tutto ciò che, anche da ministro, ha riferito negli anni dopo le stragi

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Particolare della copertina del saggio di Saverio Lodato – Credits: Mondadori

Claudio Martelli

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"Questo cambia tutto. Adesso può succedere tutto": così mi disse Giovanni Falcone di fronte all'assassinio di Salvo Lima. Pensava a una reazione rabbiosa della cupola mafiosa alla sentenza con cui la Cassazione aveva confermato le condanne del maxi processo.

Forse la conferma ci sarebbe stata comunque ma, in precedenza, nel timore che a pronunciarsi potesse essere il solito collegio giudicante presieduto da Corrado Carnevale, avevo invitato al ministero della Giustizia il primo presidente della Cassazione, Antonio Brancaccio.

Per evitare il rischio di polemiche delegittimanti contro la magistratura, gli chiesi di introdurre un criterio di rotazione nell'assegnazione dei processi di mafia. Brancaccio non commentò ma agì di conseguenza: il maxi processo fu salvo, ma non Falcone.

Dopo Capaci preparai con Vincenzo Scotti un decreto che conteneva misure eccezionali: i boss trasferiti nelle isole di Pianosa e Asinara, l'esercito in Sicilia, l'isolamento in carcere dei mafiosi (41 bis), i programmi di protezione dei pentitie dei loro famigliari, i nuovi mezzi di indaginee di prova. A fine giugno Liliana Ferraro, la vice scelta da Falcone, mi informò che il capitano De Donno dei Ros dei carabinieri parlando per conto del colonnello Mori le aveva chiesto "una copertura politica" ai contatti presi con Vito Ciancimino al fine di "fermare le stragi".

Falcone considerava Ciancimino "il più politico dei mafiosie il più mafioso dei politici"e l'iniziativa appariva improvvida, anomalae in contrasto con l'unificazione dei servizi di intelligence nella Dia appena istituita. Dissi alla Ferraro di informare Paolo Borsellinoe per parte mia ne informai il capo della Dia, generale Tavormina, e il nuovo ministro degli Interni, Nicola Mancino. Quando poi a novembre lo stesso capitano De Donno tornò alla carica chiedendo alla Ferraro un nulla osta per il rilascio di un passaporto a Ciancimino persi la pazienza.

Chiamai il pg di Palermo, Bruno Siclari, gli raccontai quel che stava succedendo e Siclari ordinò l'arresto immediato di Ciancimino. Tutte cose che ho testimoniato a varie procure e vari tribunali dal momento in cui sono cominciate le indagini e cioè dal 2009.

Ora leggo che la sentenza della Corte d'Assisi di Palermo - ma forse è Marco Travaglio che straparla- mi rimprovera "eclatanti dimenticanze" e di non averne parlato "a chi indagava sulla strage". Ebbene, a chi altri avrei dovuto riferire ciò che mi aveva raccontato la Ferraro? Al procuratore di Palermo dell'epoca, cioè a quel Pietro Giammanco che aveva impedito a Falcone di lavorare? O alla Procura di Caltanisetta, allora priva di un capoe che poi sarà sospettata di complicità nel depistaggio sulla strage di Borsellino? Troppo comodo scaricare su altri le colpe della magistratura. Io quel che sapevo l'ho detto subito e a chi di dovere, a cominciare da Borsellino, poi l'ho ripetuto ogni volta che ho testimoniato. Forse la mia colpa è di essere stato troppo amico della verità e di Falcone per non disprezzare chi campa infamando, o "mascariando", come fanno i mafiosi.

(Articolo pubblicato sul n° 32 di Panorama in edicola dal 26 luglio 2018 con il titolo "Misteri italiani. Trattativa stato-mafia? i miei dubbi li ho espressi in aula. E anche quando ero ministro.")

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