da Zurigo

Un video amatoriale, rilanciato da siti e tv, l’ha ripresa sul palco della Casa d’Italia a Zurigo: livida in volto, mentre urla improperi contro una signora del pubblico. Uno scatto d’ira che esemplifica, più dei soporiferi dibattiti televisivi, le ambasce del fronte del Sì.

Eppure, per Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme, la trasferta svizzera di domenica 13 novembre era cominciata nella maniera più ecumenica: messa mattutina alla Missione cattolica italiana, il necessario raccoglimento prima dell’incontro postprandiale, organizzato dal Partito democratico svizzero. Una tappa strategica: per placare le polemiche sul voto all’estero e chiamare a raccolta gli italiani espatriati.

La tornata s’annuncia decisiva e tribolata per gli alfieri del Sì. Da qui, il mini-tour della vestale del referendum. Prima in Sudamerica. Poi a Zurigo e Londra: le due piazze decisive in Europa. La tappa svizzera, in particolare, doveva servire a persuadere i circa 482 mila italiani che vivono nella Confederazione. Le controverse lettere firmate dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, quelle che si riassumono le mirabilia compiute dal suo governo, sono in arrivo. Mentre si moltiplicano le iniziative del Pd all’estero. Ultimo, è proprio l’attesissimo incontro con Boschi a Zurigo. Che però, da trionfante passerella, s’è trasformato in un rovinoso infortunio. Con la ministra che, pur di evitare la platea, sgattaiola dietro il palco e sfila via da un’uscita secondaria.

Domenica mattina, periferia di Zurigo, cielo plumbeo e temperatura vicina allo zero. Alle 13,30 il cronista di Panorama è già all’ingresso della Casa d’Italia. Assieme a lui una ventina di persone: perlopiù pensionati, intirizziti dal freddo. Dietro i vetri, nel tepore dell’ingresso, gli impassibili organizzatori, spalleggiati dalla polizia, continuano a scuotere la testa: «Per adesso non si può entrare». I malumori si trasformano rapidamente in insofferenza. «Non vi votiamo più». «Lasciate degli anziani al freddo». «Vergogna». La protesta monta. Arriva l’atteso chiarimento. S’affaccia Antonio Putrino, presidente della Casa d’Italia: «Prima passano le persone invitate: quelle che si sono iscritte alla lista» spiega.

Caos, urla e schiamazzi. Liste? Inviti? Non era un incontro pubblico? La strategia si palesa quando un pullmann parcheggia davanti all’ingresso. Sono le 14,00. Dalle bussole sciamano file di persone. Vengono da Berna, Friburgo e Basilea. Molti sono abbigliati con la maglietta d’ordinanza: «Basta un sì». Dunque? Arcano svelato: saranno loro a riempire la platea. All’ingresso s’insinuano due cerbere che, elenco alla mano, fanno entrare i sostenitori della Riforma. La calca s’ingrossa, ma contrari e apolidi dovranno aspettare che la sala si popoli di volti amici. Anche il cronista di Panorama resta alla porta. E solo dopo aver rassicurato sulle sue buone intenzioni, viene lasciato passare. «Lo conosco. È dei nostri» concede l’organizzatrice, mentre a chiunque sta entrando appunta l’adesivo del Sì sul bavero del giaccone.   
 
In sala, l’atmosfera è festante. Nell’attesa, vengono distribuiti gli inviti per la presentazione a Berna, il 17 novembre, del libro Generazione Erasmus al potere di Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei. A moderare l’incontro con l’autore sarà Marco del Panta, ambasciatore italiano in Svizzera. Non sarà un pretesto per discutere di referendum con l’inopportuna presenza del capo della diplomazia elvetica? «No, si parlerà solo del libro» assicura Michele Schiavone, presidente del Pd svizzero. Sicuro? «Sì, certo».

Arriva la ministra: maglia, pantaloni e décolleté nere. Fragoroso battimani. Schiavone spiega: «Possiamo essere decisivi: il Pd in Svizzera è molto strutturato, ha 29 circoli, c’è partecipazione. Prevedo andrà a votare almeno il 50 per cento degli aventi diritto».
Inno nazionale. Poi Boschi inizia il monologo: dito alzato, piglio professorale, intenti pedagogici. Siamo all’estero. E può agevolmente confondere le acque. «Non sono qui in veste ufficiale di ministra». Peccato che il Pd l’abbia scritto perfino sugli adesivi. «Sono qui a mie spese, a fare campagna» precisa. Coro d’approvazione: gli italo-svizzeri possono immaginare che, al posto del dicastero, sborsa il Parlamento?  «Se vince il Sì, avremo anche noi maggiori strumenti di partecipazione diretta, come in Svizzera». Omessa postilla: se passasse il referendum, il numero minimo di firme per le leggi di iniziativa popolare aumenterebbe da 50 mila a 150 mila.

In fondo all’uditorio, Gerardo Petta, consigliere a Zurigo del Comites, Comitato degli italiani residenti all’estero, si spazientisce: «Si ricordano di noi dopo averci ignorato per anni. L’anno scorso abbiamo raccolto 23 mila firme per l’abolizione dell’Imu: qui la pagano tutti quelli che hanno un’abitazione in Italia, pure se è la prima casa. Siamo andati a Roma per portare la petizione in Senato. Nessuno ci ha mai dato ascolto». Dall’altra parte della sala anche Simone Billi, coordinatore dell’Associazione italiani in Svizzera, polemizza: «Bisogna votare No. Con questa riforma perdiamo pure la rappresentanza dei senatori eletti all’estero».

Il soliloquio della ministra prosegue per 35 minuti, intervellato da fragorosi applausi. La sua sicumera si incrina solo quando si parla della personalizzazione del voto. Acqua passata, derubrica lei. Adesso bisogna concentrarsi sul quesito. «Non dobbiamo personalizzare» ripete Boschi. Timidamente, dal fondo, si leva una vocina: «L’avete già fatto». La ministra, inalberata: «Sono mesi che, con molta umiltà, abbiamo detto che non dobbiamo personalizzare». «L’avete già fatto» constata la vocina dal sottobosco della Casa d’Italia. La claque democratica si scatena: «Zitta», «muta», «basta», «fuori». La ministra si spinge sulla sedia. Le gote s’infiammano. L’ugula vibra: «La prossima volta invitano lei: viene sul palco e parla lei. Io faccio dibattiti con i presidenti della Corte costituzionale, con i segretari degli altri partiti, con i centri sociali; però, se tutti facessero come lei, diventerebbe un dibattito di 25 ore».

Panico in sala. Era un nonnulla, che poteva finire con una battuta. Scatena invece una collera cieca. L’onorevole, pacato cuperliano di Zurigo eletto in Europa, comincia ad agitarsi. Si alza in prima fila. Cerca di placare gli animi. La ministra riprende a parlare. Abbassa i toni di qualche ottava. Si tormenta le unghie. Ma basta un sussurro di dissenso, mentre arringa su come la riforma favorirà persino l’agricoltura, a farla deflaglare: «Adesso però c’è un limite all’educazione… Io sono per la democrazia: perché tutti restino fino alla fine. Ma noi non ci permettiamo di andare alle scarsissime iniziative organizzate da altri a interrompere chi sta parlando».

La passerella s’è ormai trasformata in isteria collettiva: schiamazzi, mugugni, brusii. Spazio al pubblico, allora. Scattano in alto decine di mani. «Stefano, lì in fondo, voleva chiedere una cosa» si lascia sfuggire il presidente del Pd svizzero, Schiavone. «Conoscete pure i nomi di chi fa le domande?» è l’ironico commento delle retrovie. Boschi però raccoglie l’assist e si riaddentra nei meandri della riforma. Così tanto, da fare esclamare a uno spazientito anziano: «Risposta troppo complicata. Non siamo tutti laureati!». La bonaria replica della Boschi prelude all’apocalisse: «Io vengo da una famiglia di contadini...». «Di banchieri!» correggono dal fondo, riferendosi al di lei padre, Pier Luigi, ex vice presidente di Banca Etruria, coinvolto nel crac dell’istituto.  

Per l’autrice delle contestate riforme è la Caporetto. Un insistito cicaleccio accompagna gli ultimi minuti dell’incontro. Applausi finali. Schiavone assicura che la ministra è a disposizione per foto ricordo e strette di mano. Ma Maria Elena Boschi, vista la malaparata, sfrutta la confusione per sparire dietro il palco e raggiungere l’auto da un’uscita secondaria. Smarrimento per il gruppo di supporter frementi sotto il palco. Sguardi perplessi. «Però c’è da mangiare» fa notare un ragazzo, indicando l’angolo della sala. L’adunata per il selfie si scioglie. È arrivato il momento dell’agognato buffet. 

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