Politica

Centinaio: "Contro il Governo del niente faremo il Vietnam"

L'ex Ministro delle Politiche Agricole ci racconta la crisi di Governo, il Conte bis e l'amicizia trentennale con Salvini

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Luca Telese

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Senatore Centinaio, ha paura se dovrà fare gli scatoloni al ministero?

Per nulla.

È sincero?

Se non accadesse continueremmo a governare e a far bene.

E se accadesse?

Se accadrà diventeremo più forti. Molto più di prima.

E cosa farete?

Racconteremo alla gente di un governo fatto da Renzi, i Cinque Stelle e Grasso. «La coalizione della cadrega»…

Ne è convinto?

Se non c’è il governo gialloverde c’è solo questa roba qui, un accordicchio grottesco.

Che però è perfettamente legittimo dal punto di vista istituzionale.

Sì, ma da quello politico non starebbe in piedi, resterebbe solo da capire chi è il nuovo Alfano e chi farà la nuova Boschi. Chi la nuova Boldrini. Oddio!

E lei potrebbe tornare a far opposizione dopo la stagione di governo?

Porco Giuda!

Significa «sì?».

Sono ricordato in queste Aule come il senatore che ha fatto più giorni di sospensione nella scorsa legislatura. Una medaglia, per me.

Punito perchè ce l’avevano con lei?

(Ride). No, perché ho fatto di tutto. Sono quello che ha tirato il regolamento contro il governo durante il dibattito sulle riforme.

Ma è vero che si è pure ferito a un dito?

Certo, nel dibattito sullo Ius soli. Mentre assaltavo i banchi del governo. Se quella legge non è mai nata il merito è nostro.

Momento da collezione?

Mentre chiudiamo una milionata di emendamenti con Calderoli.

Com’è l’immagine?

Stanza affollata. Tutti a firmare carte, comprese le segretarie del gruppo. Catena di montaggio.

E lei non si sente...

Imborghesito? Ah ah ah, no! Sono una macchina da guerra.

È facile dirlo.

Con 12 senatori della Lega abbiamo tenuto il Senato in scacco per cinque anni. Ma con i 58 di oggi faremmo il Vietnam, si prepari.

La sento molto spavaldo. Davvero non è spaventato?

Mi spavento per cosa può accadere agli italiani, questo sì. Non esiste un altro governo dopo Conte. Sarebbe una cosa da zombie, il governo del niente.

Perché?

O ci siamo noi, il partito più votato in Italia, oppure è una creatura artificiale. Un cadavere tenuto su con lo sputo.

Nel giorno del discorso dello strappo definitivo, martedì 13 agosto, al Senato,

Gianmarco Centinaio è l’uomo a fianco di  Matteo Salvini. Mezzo secolo di vita, 33 anni della Lega. Dopo Roberto Calderoli e Roberto Maroni è uno dei leghisti con la più lunga anzianità di servizio. Primo comizio di Bossi ascoltato con le sue orecchie quando c’era ancora in piedi il muro di Berlino, prima tessera firmata nel 1990. Uno dei più antichi amici di Salvini, dai tempi dei Giovani Padani. Oggi racconta: «Io conosco il segreto che lo ha trasformato Matteo in un leader totale». L’intervista di Panorama finisce in un salottino dell’emeroteca del Senato con lui che si scopre il polpaccio. E alla fine di questa intervista si capisce perché.

Ministro, lei non ha ancora 50 anni.

Sono nato a Pavia, nel 1971, il 31 ottobre, con quel che ne consegue.

Crede nei segni zodiacali?

Se ci credo? Sono Scorpione, ascendente Scorpione. Faccia un po’ lei.

E questo cosa comporta?

(Risata). Che sono uno Scorpione tipico, anche dal punto di vista caratteriale.

Cioè?

Sono come mi vede. Nel bene o nel male, quello che sono: molto sensibile e molto agguerrito. Mi fido delle mie impressioni. Quello che mi sembra - simpatie, antipatie, premonizioni - alla fine è. E non posso farci nulla.

Si ritiene estroverso?

Sì, nella vita normale. Ma poi anche timido, con le donne.

Ma se faceva il don Giovanni...

Ai tempi della scuola! Ma io sono diverso da come sembro.

In che senso?

Sono molto sensibile. Quando dentro di me prendo una decisione, in politica o nella vita di tutti i giorni, è quella. Punto.

Cosa facevano i suoi genitori?

Mio padre Giorgio era direttore di una filiale della Banca di Roma.

Ironia della sorte, per un figlio della Padania come lei.

Per questo motivo da bambino a basket tifavo per il Banco Roma. Che per uno nato e cresciuto a Pavia è un po’ curioso.

Sua madre?

Si chiama Maddalena: è per metà pavese e per metà valtellinese. Pensi un po’ che amalgama.

Lavorava?

Faceva la maestra d’asilo. Ma dopo la nascita del sottoscritto e di mia sorella Manuela si è dedicata alla famiglia.

Eravate benestanti?

Sì e no. Eravamo una famiglia di quattro persone, ma monoreddito. E quando mi sono diplomato non c’era già più molto da scialare.

Suo padre ha fatto in tempo a vederla senatore?

Eletto, sì. Ma non mi ha mai visto in Senato, perché la sua morte ci è caduta come una tegola sulla testa, un giorno, all’improvviso.

Cosa significa?

Volevo portarlo a vedere l’emiciclo, subito. E lui mi rispondeva: «Ma tanto ci sono cinque anni, Gian Marco!».

E poi?

Nel 2013, due mesi dopo il voto, ero in vacanza in Sardegna, felice e spensierato.

Cos’è accaduto?

Un giorno mi telefona mia madre, con una voce che non potrò mai dimenticare. E mi fa: «Papà ieri non è stato bene».

Ed era vero.

In quel momento era già morto. Fulminato da un infarto.

Le vengono ancora le lacrime agli occhi, mentre ne parla.

Certi... certi lutti sono violenti, inattesi, lasciano un cratere dietro di loro. Non ci siamo ancora ripresi. Nessuno di noi.

Perché, secondo lei, avete sofferto questa perdita così tanto?

Mia madre era il perno della nostra famiglia, ma mio padre ne era il cardine. Solare, iperattivo, quello che decideva tutto, da cosa si fa a cena alle compagnie, agli amici.

Esempio?

Era tifosissimo della Juve, al contrario di me, che sono del Parma. Ma tutti gli amici, anche i miei, venivano a vedere le partite da noi.

Come mai?

Perché rendeva la casa aperta e accogliente. Ci divertivamo come matti. Ma certe gioie non sono per sempre.

Lei amava il calcio?

(Ride) Ero un grande talento.

E lei alle superiori cosa faceva?

Ragioneria. Perché mio padre era ragioniere, di quelli che ti ripetono: «Intanto prendi un diploma». Intendeva per poter lavorare, e aveva ragione.

A scuola era secchione?

Ah ah ah. Pensi che ci ho messo sei anni. E sono uscito con 42.

Felice...

Felice? Ho festeggiato con una stagione di super vacanze e con un enorme «magnum» di spumante!

Ma da piccolo cosa voleva fare?

Il presidente della Repubblica.

Però.

Tutti sognavano di essere dei calciatori. Ma io avevo 11 anni quando l’Italia è diventata campione del mondo e Pertini in tribuna festeggiava.

E cosa c’entra?

Pensavo che chi sta al Quirinale sia così potente da poter andare a vedere tutte le partite gratis. Non pensavo che sarei arrivato in serie A, e così mi pareva in ottimo ripiego.

Ah ah ah. Invece ha fatto il manager nel turismo oltre che il politico.

Pensi che la professoressa Sorrentino, quella alla quale ero più legato, mi ripeteva: «Ti voglio avvocato e politico».

E le vacanze dove le faceva?

In Liguria, come tutti i lombardi, ma anche in Puglia, perché a mio padre piaceva girare.

Prima esperienza politica?

Nel 1989, a scuola. In una lista di leghisti: «Noi, una garanzia».

E lo eravate?

Uh! Un impressionante concentrato

di scappati di casa, fuori di testa

e matti autentici.

A casa i suoi cosa votavano?

Il Partito liberale. Poi si sono fatti trascinare.

Ma lei, in una città socialista come Pavia allora, perché guarda alla Lega?

Perché un giorno sento Bossi parlare in tv e resto folgorato. A 17 anni vado vederlo parlare dal vivo in piazza e nulla è più stato come prima.

Primo incarico politico serio?

(Sorriso). Nel 1990. Attacchinaggio. Ho fatto in tempo a mettere su quei manifesti mitici con la gallina del Nord, e la scritta «Paga e tas!».

Da ragazzo lei era...?

Un paninaro. Ma di quelli più tipici. Piumino Moncler, o giubbotto Schott in pelle, jeans Levi’s 501, cinta El Charro, di quelle con il fibbione di ottone largo 50 centimetri. Felpa della Best Company.

E che musica scoltava?

I Duran Duran. Wild boys!/Wild boys!.

Il mio gruppo preferito, però, erano

i Pet Shop Boys. Mi sono tolto la soddisfazione di portarli a Pavia, unica data italiana, da assessore alla Cultura.

E come ha fatto?

Gli ho mandato la foto di un castello meraviglioso, il Visconteo, e gli ho scritto: «Voi suonerete qui!». Ah ah ah.

Primo momento di vita leghista indimenticabile?

La manifestazione per il Dio Po del 1996. Ho ancora la pelle d’oca a pensarci.

Perché?

Ero assegnato al ponte della Becca a Mezzanino. Da coordinatore provinciale ci spettava quello da presidiare e dovevamo accogliere noi i varesotti. Sa cosa significa?

Il cuore della macchina leghista.

Esatto.

Perché proprio lì?

Perché è il punto di congiunzione tra Ticino e Po.

E com’era vestito?

Camicia verde con scritto «Padania». Aggiunga i battelli, le bandiere, il Va’ pensiero, le grida. E capirà cosa fu per noi quel giorno.

Chi era il leader dei giovani?

Massimiliano Romeo. E c’erano, ovviamente, Fedriga, Fontana, Grimoldi... Voi oggi dite Lega. Ma il nostro gruppo dirigente è ancora quello lì, i Giovani Padani di fine secolo.

Formati nel mito dell’indipendenza della Padania.

Ricordo un comizio di Speroni a Pavia, con la famosa cravatta nera texana al collo.

Perché lei è andato proprio nella Lega, e non a destra o a sinistra?

Mah, è semplice. I fascisti a casa mia non ci piacevano, e con i comunisti io non ho mai avuto nulla a che fare.

Cos’è questo bracciale che ha al polso?

Questo? Una trovata dei miei ragazzi: «Cento per cento, uguale Centinaio». È nato come gadget in campagna elettorale, adesso è un oggetto di culto.

In che senso?

Abbiamo distribuito, a oggi, 42 mila bracciali.

Ma dove?

Ovunque. Va con il tam tam. La gente ci scrive: «Mi spedisci il bracciale». Incredibile.

A Pavia?

In tutto il mondo. Solo in Puglia ne abbiamo mandati 200!

Lei era bossiano?

Di più. Sono un uomo-Lega. Per me, se il segretario federale ordina: «Buttatevi nel fuoco!», ci si deve buttare nel fuoco.

Però lei è tra quelli che, nel 2012,  organizzò la celeberrima  manifestazione delle scope.

Vero. Quel golpe lo abbiamo messo su sempre noi.

Lo ammette? Ma lei non era un uomo-Lega?

E infatti era l’unico modo per salvare la Lega. Attorno a Bossi c’era troppa gente che non rappresentava la nostra storia: disonesti, approfittatori, più che un cerchio magico, un cerchio tragico.

E avete detronizzato il fondatore?

Non potevamo morire di quegli errori. È stato un estremo gesto d’amore.

Verso chi?

Anche verso Bossi. Andava fatto, per tutelare il nostro bene più prezioso.

Quale?

I militanti.

Non oso immaginare cosa le abbia detto Bossi.

Glielo dico io: «Sei stato un testa di cazzo, un pirla!». E «sei stato un pirla» da allora me lo ripete ogni volta che mi vede, anche qui, in Senato.

Vi parlate ancora?

Certo! Io sono sicuro che ci ha perdonato. Senza quelle scope nessuno di noi sarebbe arrivato qui, Matteo leader non sarebbe esistito. Sui libri di storia leggeremmo che la Lega si era estinta dopo lo scandalo dei diamanti e del Trota.

Da quando tempo conosce Salvini?

Da sempre. Ho un ricordo netto di quando facevano campagna per Marco Formentini contro Nando Dalla Chiesa.

Nel 1993!

La mia prima tessera è del 1990. La ho ancora. C’era scritto: «nom», «parentela», «nassion», «El sta... a Pavia». Tutto rigorosamente in lombardo.

Lei resta a Giurisprudenza tre anni.

Poi passo a Scienze politiche e mi laureo.

Già, con una tesi sull’«Analisi dei voti alle amministrative».

Che era come per un bianconero laurearsi sulla Juve. Era uno studio sull’evoluzione del voto di preferenza. Verificammo che - contrariamente a quel che si credeva - diminuivano le indicazioni personali e in proporzione aumentavano quelle politiche.

È appassionato di dati?

Da allora mi studio i numeri in modo maniacale. Da cosa vota la gente, e come, puoi capire il mondo.

Quanto prende di voto sulla tesi?

Cento su 110. E poi, per i motivi che le ho detto, mi rimbocco le maniche.

Ma facendo cosa?

Di tutto: distribuire guide telefoniche, vendemmiare, fare il pierre in discoteca...

Eletto per la prima volta?

Nel 1993, in zona. Divento addirittura presidente, dopo aver costruito una inedita alleanza Lega-Pds-Rifondazione.

Scusi, ma lei non era quello che con i comunisti non aveva nulla a che fare?

Ah ah ah... Era una elezione di secondo grado. Per sbarrare la strada a un presidente del Ppi questo e altro.

Ma come ha fatto?

In effetti tornato in Lega mi dicevano: «Ma chi sei? Cavour!». Mi prendevano in giro.

Nel 1996 entra nel consiglio comunale di Pavia.

E ci resto 15 anni.

Mi dice una cosa che ha imparato in Comune?

Una? Tutto. Ma soprattutto questa: una persona può essere il tuo peggiore avversario politico. Ma devi rispettare le sue idee.

Poi lei diventa addirittura vicesindaco.

Con il mio amico Alessandro Cattaneo di Forza Italia. Ero il suo vice. Siamo una classe dirigente perché abbiamo amministrato i territori.

E com’eravate a Pavia?

Una squadra fantastica: giovani, carini e occupati. Anzi, occupatissimi.

Lì ho imparato a governare. Avevo una delega per Cultura e Turismo, in una città universitaria.

Mi dica un altro concerto organizzato.

Ligabue al Teatro Fraschini. Roba da lacrime agli occhi.

Lei è separato?

Sì.

E ha anche un figlio.

Sì, Filippo di quattro anni. Il mio tesoro. Non con mia moglie, ma con la mia storica compagna.

E separato anche da lei.

Sì, ma lo abbiamo fatto come dovrebbero farlo due persone adulte. Al pari di Matteo ho questo segno nella mia biografia, e questa fortuna: non abbiamo i problemi drammatici dei padri separati.

Perché dice così?

Perché questo è una piaga sociale a cui la Lega ha dato una risposta. Bisogna aiutare quelli - tanti - che non hanno avuto la nostra fortuna.

Come li conosce?

Dalla mia vita nel modo reale. Ma quando mi sono separato mi hanno contattato a decine.

Quando si è stretto il rapporto con Salvini?

Quando io ero coordinatore provinciale di Pavia e lui di Milano.

E com’era Matteo?

Uguale a oggi. Trascinatore. Lanciava le idee, i tormentoni.

Lei com’era?

Ero fatto così anch’io. Ma avevo anche l’intelligenza di capire chi era più bravo di me.

Per esempio?

Lui ha il guizzo dell’intuito politico innato e cristallino. La capacità di capire prima cose che accadranno.

Ovvero?

Lui è quello che arriva un giorno e ti dice, come accadde una volta tra di noi: «Giamma...».

La chiama «Giamma»?

Da sempre. «Giamma, l’indipendentismo è finito. Adesso la Lega diventa un partito a vocazione nazionale».

E lei?

Io ero il pirla - non il solo - che gli diceva: «Matteo, ma sei proprio sicuro? Ma come si fa? Ma cosa cazzo stiamo facendo?». Lui aveva già visto, io non vedevo ancora.

E poi com’è proseguito quel dialogo?

Ah ah ah. Cinque anni fa mi spedì in Basilicata a fare la campagna elettorale.

Come andò?

Non c’era quasi nessuno ad ascoltarmi. Ma capii che le persone che si trovavano lì per noi, erano pulite e avevano voglia di cambiare.

Loro come vi vedevano?

Come tipi strani, ma onesti, che sapevano governare.

Un altro lampo di biografia incrociata con Matteo.

Nel 2013, la mia chiusura della campagna elettorale. Una giornata di merda.

Ah.

Matteo, invece di starsene a Milano con la sua compagna, come avrebbe dovuto, molla tutto e viene a chiudere la mia campagna delle politiche.

Entusiasta?

Uhhh! Mi fa: «Cazzo, Giamma! C’è brutto tempo, piove, devo stare a casa, ho promesso».

E lei?

Ho pensato: «Non riesce, che peccato».

Ma poi è venuto lo stesso, per lei.

Esatto. È stato un comizio pazzesco, io quella sera avevo le lacrime agli occhi. Si è parlato di amicizia, è stato un lungo discorso sull’amicizia, non un normale comizio politico.

È diverso, sotto questo punto di vista, dal Salvini dei Giovani Padani?

Rispetto a quando era ragazzo, tiene molto di più il palco. È diventato un oratore. Prima non era così.

E secondo lei che cosa lo ha forgiato?

Tanta, tanta, tanta radio. Radio Padania, intendo. In diretta. E poi le televisioni locali. Tante, tante, tante ore. E non era il Salvini di oggi.

In che senso?

Non era il Salvini leader assoluto. Era uno sconosciuto, ma che dialetticamente teneva già testa a chiunque, su qualsiasi cosa.

Lei ora ha una nuova compagna?

Sono felicemente single.

Ho capito, un grande seduttore.

Ma chi ha il tempo? Abbiamo sacrificato drammaticamente le nostre vite private.

Mi faccia un esempio.

Per questa crisi non sono partito, come avrei dovuto, con mio figlio.

Normalmente lo vede?

Le ripeto: grazie al rapporto con la madre, tutte le settimane.

Padre e figlio, siete legati?

(Sospiro). Bacia la televisione se ci sono io. Roba da piangerci sopra.

La nomina a ministro?

Era nell’aria.

Ma quando l’ha saputo?

Il giorno che mi ha telefonato Matteo, alla vigilia della formazione del governo.

E cosa le ha detto?

«Dormici sopra. Farai Agricoltura e Turismo. Ciao».

E Lei?

(Risata). Sono rimasto muto. Non ho dormito tutta la notte. Nemmeno un minuto, intendo.

L’emozione più grande di questi anni.

Giurare davanti a Sergio Mattarella. È una persona molto seria. Sono contento che sul Colle ci sia lui.

Attento, c’è la crisi in corso...

Gliel’ho detto che sono Scorpione ascendente Scorpione! Qualsiasi decisione prenderà, non cambierò idea.

Si è parlato di lei come possibile commissario europeo.

Sono un uomo-Lega. Se mi dicono vai a meditare in Tibet, parto per il Tibet. Se mi dicono fai la Ministro, faccio il ministro. Se la Lega mi dice non ti ricandidare, io non mi ricandido.

Cos’ha imparato negli anni dell’opposizione?

Che Golia ha sempre un punto debole.

E io so dove devo cercarlo.

Il suo film preferito?

Braveheart.

Ma scherza? Lo dicono tutti i leghisti e nessuno non lo ha visto.

Le recito il copione a memoria.

Mi dica una scena.

Quando muore il padre di William Wallace. E la bambina che diventerà sua moglie stacca un cardo e glielo regala.

Perché proprio questa scena?

C’è tutto. Amore, valori, memoria. Poesia pura. Il cardo è il simbolo dell’indipendentismo scozzese. Guardi...

Cos’è?

Qui, sulla mia gamba c’è tatuato questo numero 8 che ricorda mio figlio. E qui il cardo, che accompagna anche me nelle battaglie difficili. Compresa questa. 

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