Tagli promessi, nulla di fatto

Anche i 630 deputati e i 315 senatori dovevano essere tagliati: un altro nulla di fatto

Piero Grasso e Laura Boldrini – Credits: Ansa/Maurizio Brambatti

Antonio Rossitto

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Cari concittadini, anticastisti e demagoghi, preparate le bottiglie: stavolta si fa sul serio. A un mese dal loro insediamento, i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, hanno tracciato l’immodificabile rotta: tagli, solo tagli e ancora tagli. Alle indennità degli eletti, ai loro benefit, alle rendicontazioni farlocche, agli stipendi dei dipendenti di Palazzo Madama e di Montecitorio. E così uno struggente amarcord stringe la gola degli italiani, accompagnato da un lieve prurito palmare. Stesse rivoluzioni copernicane avevano promesso, con diverse sfumature e periodica cadenza, gli illustri predecessori di Grasso e Boldrini. Stavolta però, niente cincischiamenti: si fa sul serio.

I due, come ha assicurato la presidente della Camera, non appartengono alla Casta: «Noi siamo persone normali, come il 99 per cento degli italiani». E così, dopo la loro memorabile spending review, avremo 630 trappisti alla Camera e 315 francescani al Senato. O forse meno, addirittura. Perché tra le riforme istituzionali indicate al Paese dai 10 saggi nominati dal presidente uscente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ce n’è una dalla dirompente forza innovativa: la diminuzione degli scranni. Per l’esattezza: «Ridurre il numero dei parlamentari, prevedendo 480 deputati e 120 senatori» si legge nella relazione consegnata a Napolitano lo scorso 12 aprile. Ah, che nostalgia, il taglio dei parlamentari... Da almeno una decade proposto da qualsivoglia forza politica, caldeggiato da ogni eletto, persino votato a Palazzo Madama. E, ovviamente, sempre rimasto lettera morta. Anni di mirabolanti promesse, dichiarazioni congiunte, interviste reboanti commissioni speciali, studi interni, pareri qualificati, eppure siamo sempre lì.

Le sforbiciate epocali hanno lasciato quasi intatte le prerogative di onorevoli e senatori. A partire dallo stipendio. Nel 2010 un deputato guadagnava 15.280 euro netti. Oggi, dopo tre anni di «sanguinosi» tagli, ne mette in tasca 13.794: il 9,7 per cento in meno. La distanza con i sacrifici richiesti, ancorché simbolici, è siderale, soprattutto in un momento di crisi economica e di inefficacia politica come questo. Prendiamo il ritocco più pubblicizzato: l’indennità. Nel 2006 era di 5.486 euro netti: sette lunghissimi anni dopo, è arrivata a 5 mila euro. Cifra citata urbi et orbi come soglia di buona volontà, trionfalmente varcata.

Peccato vadano aggiunte diaria, costi per «l’esercizio di mandato», spese di viaggio e telefoniche: tutte voci percepite al netto. E, a parte 1.845 euro per collaboratori o consulenze, senza obbligo di rendicontazione.

Un arcano regola poi il meccanismo della diaria, ossia le spese di soggiorno nella Capitale durante l’attività di Camera e Senato. Poco più di 3.500 euro, indipendentemente che si risieda a Lampedusa o ai Parioli. Per cui il pariolino potrà impiegare la cospicua somma come meglio ritiene, anche in quotidiani rifornimenti di champagne per alleviare la grama esistenza da onorevole.

Un capolavoro d’ingegneria risarcitoria sono pure i rimborsi per «il trasferimento dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino» e poi, una volta arrivati a Roma, da Fiumicino ai comodi uffici di Montecitorio. Fanno almeno 3.323 euro trimestrali a deputato. Anche per chi vivesse in piazza Colonna, di fronte al Parlamento. Tutti da poter destinare a comode scarpe con cui effettuare la perigliosa traversata del famoso slargo. Perché dalle parti del Transatlantico, a differenza di ogni azienda nel pianeta, esibire scontrini è considerata pratica disdicevole: nessun obbligo di rendicontazione, quindi.Tutto è basato sulla fiducia che, un’inchiesta giudiziaria dopo l’altra, i nostri parlamentari si sono guadagnati sul campo

Ci hanno provato in ogni modo a usare la cesoia, non c’è stato verso. L’intero arco costituzionale si è impegnato allo spasimo, invano. Per fare le cose come si deve, nel luglio del 2011 viene creata perfino una commissione tecnica: l’affidano a

Enrico Giovannini, presidente dell’Istat. Deve studiare le retribuzioni del politici europei, per poi estrapolare una media cui anche i nostri onorevoli si dovrebbero adeguare, tassativamente. Ma l’impresa si rivela insormontabile. Dopo 9 mesi di studio, la commissione getta la spugna: è impossibile calcolare una cifra congrua. Vista la sua furia riformatrice, Giovannini è stato però richiamato in servizio da Napolitano: è infatti uno dei 10 saggi che hanno individuato le revisioni istituzionali di cui i nuovi emicicli dovrebbero fare man bassa. In attesa d’imminenti rivoluzioni, Grasso e Boldrini, a onor del vero, il buon esempio l’hanno dato: hanno promesso di dimezzarsi appannaggio, spese e benefici. E hanno auspicato che chi siede negli uffici di presidenza di Camera e Senato faccia lo stesso. Qui, però, si entra nel campo delle sontuose «indennità aggiuntive» assegnate a chiunque abbia un ruolo, pure di terzo piano, in uno dei due rami del Parlamento.

Gli otto vicepresidenti sommano al già lauto stipendio 5.149 euro. I sei questori poco meno: 4.962 euro. I 24 segretari d’aula: 3.316 euro. Anche in questo caso, da anni s’implora buon senso: per assolvere a questi impegni, non proprio defatiganti, è proprio necessario il famoso «rinforzino » teorizzato dal conte Lello Mascetti nel film Amici miei? Per non parlare di ulteriori vantaggi, resi ancora più detestabili dalla recessione che avviluppa il Paese. Basta un esempio. Lunedì 15 aprile Mario Draghi, presidente della Bce, ha sferzato gli istituti di credito: «È grave che le banche non facciano prestiti alle imprese a un tasso ragionevole ». Che invece, nel caso di un mutuo variabile da concedere ai senatori, oggi è all’1,57 per cento: «La migliore convenzione d’Italia, il top del top» ha spiegato il direttore di una filiale di Palazzo Madama alla telecamera nascosta della trasmissione televisiva Piazza pulita.

Anche quando cessa il mandato, le prerogative degli ex parlamentari restano iperuraniche: completamente scollegate al mondo ultraterreno in cui vivono gli elettori. A partire dalla loro buonuscita, ancora chiamata «assegno di solidarietà» con massimo sprezzo del ridicolo. All’inizio di marzo sono state rese note le somme concesse a chi non si è ricandidato o è stato bocciato alle urne. L’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini, avrà diritto a circa 250 mila euro, dopo trent’anni di onorata carriera. A Massimo D’Alema, dioscuro democratico, andranno 217 mila euro. Poco meno a Livia Turco, ex ministro dell’Istruzione: ne prenderà 215 mila. Tutti esentasse, a differenza dei comuni mortali.

Incassato l’assegno di solidarietà, arriva poi la meritata pensione: con due mandati alle spalle, bastano 60 anni e non 66 primavere, come per il resto dei lavoratori. Gli unici, per il momento, ad avere annunciato la rinuncia a vitalizio e buonuscita sono gli eletti del Movimento 5 stelle. Il partito di Beppe Grillo, del resto, è diventata la terza forza dopo essersi assicurato il monopolio della propaganda antipolitica. Ma lo stile morigerato imposto dal leader già provoca mugugni tra deputati e senatori pentastellati. Anche loro, che in campagna elettorale promettevano di entrare in aula a piedi scalzi, già ritrattano. Hanno rinunciato a 2.500 euro d’indennità, lasciando intonsa la selva di rimborsi e voci accessorie. Al mese farebbero più di 11 mila euro. In rete, gli aficionados dei cinquestelle sono in rivolta.

L’ex comico e i suoi nicchiano, non riuscendo a evitare inciampi. Come l’accorato appello rivolto il 13 aprile agli amici di Facebook dalla cittadina Roberta Lombardi, capogruppo alla Camera dei Cinque stelle: «Ho perso gli scontrini per le note spese: che faccio?». Ma la regola del più puro che ti epura l’ha centrata in pieno volto. In tre giorni le hanno risposto in 5 mila con una selva d’ironie e insulti: nemmeno fosse l’ultima dei peones.

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