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Caso Palamara-Csm: chi di intercettazioni ferisce...

8 anni fa Palamara si schierò contro una nuova normativa sulle intercettazioni. Chissà cosa pensa oggi...

Luca-Palamara-Anm

Maurizio Belpietro

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Chissà se nei giorni scorsi Luca Palamara, il pm nella bufera per i tentativi di condizionamento dei vertici delle Procure di Roma e Perugia, ha ripensato all’estate di otto anni fa. Si era nel pieno dello scandalo delle cosiddette cene eleganti, ovvero negli ultimi mesi di governo Berlusconi. E, proprio sull’onda dell’inchiesta che aveva svelato una serie di fatti privati di poca rilevanza penale, Angelino Alfano, all’epoca ministro della Giustizia, ritirò fuori il progetto di una legge che vietasse la pubblicazione delle intercettazioni, punendo gli editori e i giornalisti che avessero pubblicato stralci degli atti giudiziari prima che si celebrasse un regolare processo. Ovviamente gran parte della stampa, che dalle indiscrezioni carpite in tribunale trae molte delle notizie con cui riempie i giornali, insorse. Repubblica lanciò una campagna contro il provvedimento del governo, chiedendo ai propri lettori di inviare i loro selfie con un post-it appiccicato in fronte o sulla bocca, a simboleggiare il bavaglio. La Fnsi, ossia il sindacato dei giornalisti, organizzò addirittura una manifestazione pubblica di protesta.

Era il periodo in cui andava di moda lo slogan «Intercettateci tutti», una sintesi per dire che chi non avesse commesso reati non aveva nulla da temere dalle intercettazioni. Ovviamente Luca Palamara, allora rampante quarantenne pronto per la scalata al potere delle toghe, non si tirò indietro. Da presidente dell’Associazione magistrati, il giovane pm si schierò al fianco dell’iniziativa, esprimendo solidarietà nei confronti dei giornalisti colpiti dalla censura. Lo fece con un lungo comunicato, per sostenere il diritto all’informazione sui processi anche quando l’informazione non risultasse essenziale ai fini di giustizia, ma solo a quelli di spettacolo. All’epoca, il presidente dell’Anm fu protagonista anche di un botta e risposta con Fabrizio Cicchitto, capogruppo di Forza Italia. All’ex socialista diventato forzista che accusava i pm di fare un «uso del tutto indebito delle intercettazioni, dandole in pasto ai media per scopi politici e facendo strame di ogni diritto alla privacy» (dopo il caso del deputato ed ex pm Alfonso Papa, poi arrestato, si discuteva delle intercettazioni riguardanti un altro onorevole del Pdl, Marco Milanese), Palamara replicò tagliando corto: «Le intercettazioni sono uno strumento investigativo indispensabile per scoprire chi commette reati, per garantire e assicurare alla giustizia i criminali ed evitare che ci sia impunità nel nostro Paese».

Il decreto Alfano, grazie alla forte opposizione di cronisti e pubblici ministeri, non passò e il «bavaglio alla stampa», come venne ribattezzato dai giornali di sinistra, non ci fu. Nemmeno venne imposta una limitazione al potere della magistratura di disporre intercettazioni a carico di persone sospettate di commettere reati. Anzi. Con l’arrivo dei Cinque stelle al governo, otto anni dopo, l’uso delle microspie e dei sistemi di captazione fu esteso, consentendone l’impiego contro chiunque fosse indiziato di corruzione o di reati equiparabili. Certo, quando era il numero uno dei sindacati e difendeva a spada tratta l’uso e l’abuso delle intercettazioni, Palamara non immaginava che un giorno quegli stessi strumenti investigativi avrebbero potuto essere usati anche contro di lui. Per il giovane turco che dava l’assalto alla politica dall’alto della sua poltrona di capo dell’Anm, le critiche rivolte alla magistratura sul tema delle intercettazioni erano «solo volgari strumentalizzazioni».

A quei tempi, le toghe come Palamara denunciavano i «gravissimi rischi per la sicurezza dei cittadini e la libertà di informazione». «Questa riforma» spiegava sempre il leader dei giudici nei talk show e nelle numerose interviste rilasciate, «limita drasticamente la possibilità per le forze dell’ordine e per la magistratura di individuare gli autori di reati di particolare allarme sociale e pregiudica in modo inaccettabile il diritto dei cittadini di essere informati su fatti di interesse pubblico».

Non so se adesso, dopo che le sue chiacchiere notturne sono state spiattellate su tutti i giornali d’Italia grazie a un virus che ha trasformato il suo telefono in una microspia, Palamara la pensi ancora come otto anni fa. Non so neppure se continui a ritenere che le intercettazioni debbano essere disposte sempre e comunque e non solo per i reati gravi come terrorismo, mafia e criminalità organizzata. So però una cosa e cioè che ogni tanto la legge del contrappasso funziona meglio della legge che si applica nei tribunali. E forse, di questo, chiunque faccia il giudice dovrebbe tenerne conto.

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