Caso Mulé: conto alla rovescia sul carcere

A settembre scade il termine per cambiare la legge sulla diffamazione

Il direttore di Panorama Giorgio Mulè /Credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica)

Ignazio Ingrao

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Il Parlamento stringe i tempi sulla riforma della diffamazione e l’abolizione del carcere per i giornalisti, un tema acceso dalla recente condanna al carcere per il direttore e due cronisti di Panorama. Alla Camera la conferenza dei capigruppo ha deciso di calendarizzare la discussione nell’ultima settimana di luglio. Questo significa che il confronto in commissione Giustizia di Montecitorio deve procedere a ritmo serrato. Sono già partite le audizioni: prima tre penalisti, Caterina Malavenda, Carlo Federico Grosso e Domenico Pulitanò. Quindi i rappresentanti di Ordine, sindacato dei giornalisti e Federazione editori giornali.

Il giro d’orizzonte, se ce ne sarà il tempo, potrebbe chiudersi con una tavola rotonda sulla diffamazione alla Camera cui interverranno anche i direttori dei principali giornali italiani. «Non ho vissuto direttamente il dibattito sulla diffamazione nella scorsa legislatura, perché si è svolto al Senato e io ero alla Camera» dice Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia della Camera. «Ma ora noto un clima diverso e maggiore serenità: possono condurre in tempi ragionevoli all’approvazione di una riforma su cui si discute da anni ed è attesa da tutte le forze politiche».

Attualmente sono cinque le proposte di legge di riforma della diffamazione in commissione Giustizia alla Camera. I proponenti sono Enrico Costa (Pdl), Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Deborah Bergamini (Pdl); Mirella Liuzzi e Francesca Businarolo (M5s); Stefano Dambruoso (Scelta civica) e Pino Pisicchio (Gruppo misto, Centro democratico). Tutti i testi prevedono l’abolizione del carcere per i giornalisti e la sostituzione con una multa. Presto si aggiungerà anche la proposta di Nicola Molteni (Lega Nord).

Tra le diverse soluzioni suggerite dai penalisti nel corso delle audizioni, quella di Malavenda prevede che il carcere sia mantenuto solo «nel caso in cui il giornalista attribuisca deliberatamente a qualcuno un fatto falso e disdicevole, consapevolmente o per un errore ingiustificabile». In tutti gli altri casi il carcere per i cronisti andrebbe abrogato.

Per Ferranti occorre arrivare a una riforma organica della materia: «Oltre all’abolizione del carcere occorre verificare la congruità della sanzione pecuniaria prevista affinché rappresenti un effettivo deterrente». Inoltre va valutata la questione del «risarcimento in forma specifica» con la pubblicazione della rettifica che deve avvenire con tempestività e secondo le modalità già previste dalla legge sulla stampa. Senza dimenticare le testate giornalistiche online. Secondo Ferranti andrebbe inoltre verificato se «riscrivere la norma sulla responsabilità oggettiva del direttore responsabile», tenuto conto dell’evoluzione dell’organizzazione del lavoro giornalistico. Tutti questi spunti dovranno trovare una forma organica «in un testo condiviso dalle diverse forze politiche che dovremo portare in aula» spiega la presidente. Nonostante che i tempi siano molto ridotti Ferranti però è fiduciosa, visto il sostegno trasversale dei partiti a questa riforma.

Persino il Movimento 5 stelle è contrario al carcere per i cronisti, nonostante i violenti attacchi di Beppe Grillo alla stampa. La proposta è stata presentata dalle deputate Liuzzi e Businarolo ed è già in discussione in commissione. Prevede l’abolizione della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa e la sostituzione con una multa fino a 5 mila euro (10 mila se si tratta di diffamazione per attribuzione di un fatto determinato). Inoltre propone una sanzione in sede civile per chi presenta una richiesta di risarcimento «temeraria»: nel caso il giudice civile rigetti la richiesta, l’attore è tenuto a versare al convenuto la metà del risarcimento voluto. Un modo per evitare di utilizzare la richiesta dei danni in sede civile come forma di intimidazione sui giornalisti.

In Senato il presidente della Commissione giustizia, Francesco Nitto Palma (Pdl), è in contatto con Ferranti e attende il lavoro della Camera. Nel frattempo sono stati già presentati diversi disegni di legge. Maurizio Gasparri (Pdl) e Vannino Chiti (Pd), come anticipato da Panorama, hanno depositato in giugno il loro disegno di legge che riprende la proposta già discussa a Palazzo Madama lo scorso autunno dopo il caso di Alessandro Sallusti, condannato a 14 mesi di reclusione e poi graziato dal capo dello Stato. Oltre all’abolizione del carcere per i giornalisti e la sostituzione con una multa fino a 5 mila euro, la proposta prevede l’istituzione di un «giurì per la correttezza dell’informazione» con il compito di esperire tentativi di conciliazione tra le parti. E sanziona la «querela temeraria» utilizzata per intimidire i giornalisti.

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