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Caos dimissioni a Roma: il sindaco Raggi delude tutti

Dopo l'addio di cinque consiglieri, invadenze politiche, liti interne, delusione della base e incapacità di governo. Così la Capitale rischia il peggio

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Il sindaco di Roma Virginia Raggi. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Cinque dimissioni nel giro di poche ore. Un record assoluto anche per Roma dove, prima di Virginia Raggi, anche i suoi predecessori Ignazio Marino e Gianni Alemanno avevano dovuto rimaneggiare la propria squadra di governo più e più volte. Anche se non così in fretta e non in modo tanto traumatico.

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Gli addii

In una sola giornata hanno detto addio il super assessore al Bilancio Marcello Minenna, dirigente in Consob, convinto a rimettere in sesto i disastrosi conti della città solo dopo un accanito pressing e solo a condizione di poter contare sul magistrato della Corte d'Appello di Milano Carla Raineri, la capo di gabinetto liquidata da Raggi con un post su Fb vergato alle 4 di notte a seguito della risposta dell'Anac a un parere tardivamente richiesto a proposito della legittimità della sua nomina.


Via anche i vertici delle principali partecipate romane, il dg di Atac Marco Rettighieri, l'amministratore unico Armando Brandolesi e Alessandro Solidoro, amministratore unico di Ama. Motivo della scelta: ingerenze da parte della politica. Ingerenze che un assessore della giunta grillina, quella ai Trasporti Linda Meleo, ha pensato bene di mettere nero su bianco in una lettera in cui intima a Rettighieri di essere consultata prima di assumere qualsiasi decisione sulle nomine in Atac.


I fedelissimi di Virginia

A salvarsi, per ora, sono solo i fedelissimi di Virginia che è sempre riuscita a tenersi stretti tutti i suoi. Dal braccio destro Daniele Frongia, al vice capo di gabinetto Raffaele Marra (autore della richiesta di un parere a Cantone a proposito del suo capo Carla Raineri e vero intoccabile del “raggio magico”) al capo segreteria Salvatore Romeo, un dipendente capitolino promosso al triplo dello stipendio.

Le fazioni interne

Contro di lei il suo avversario storico Marcello De Vito, le deputate Roberta Lombardi e Carla Ruocco, la senatrice Paola Taverna e Roberto Fico. Alessandro Di Battista ha scelto di stare più in disparte nonostante sia universalmente riconosciuto come il vero capo del Movimento a Roma. L'unico che la difende è Luigi Di Maio. Il vicepresidente della Camera, premier in pectore del Movimento 5 Stelle, sa che il suo destino politico è legato a doppio nodo a quello di Raggi alla guida di Roma: se fallisce lei, anche le ambizioni governative di lui risulterebbero pesantemente ridimensionate.

Il rischio flop

A poco più di due mesi dall'insediamento è forse troppo presto per stabilire se il test romano sia fallito. Ma se tra un anno questa amministrazione non sarà ancora riuscita a tradurre in fatti le tante promesse di cambiamento lanciate in campagna elettorale, quale garanzia potranno offrire i grillini a dimostrazione del fatto che sono pronti a governare l'Italia?

La delusione della base

La base ne è consapevole e in rete il malcontento serpeggia rumoroso. La sorella del presidente dell'Assemblea capitolina, Francesca De Vito, si è messa alla testa di una fronda anti-Raggi che si ingrossa ogni giorno di più mentre i toni di chi resta ancora dalla parte di Virginia si abbassano con il passare delle ore e l'aumento dello sconcerto. Se fino alla scorsa settimana l'appello a “lasciarla lavorare” suonava come un ordine, oggi assomiglia di più a una preghiera.


Stipendi d'oro sotto'accusa

Attivisti e simpatizzanti grillini sono infastiditi dal pressappochismo e l'impreparazione dimostrate finora. Non sono piaciute alcune nomine. Ancora meno gli stipendi d'oro elargiti soprattutto ad ex collaboratori di Gianni Alemanno (ex sindaco di Roma) e di Renata Polverini (ex presidente della Regione Lazio). Genera perplessità la reiterazione del mantra “ci remano tutti contro perché infastidiamo lobby e poteri forti”. Quali poteri forti sarebbero stati infastiditi se in Aula Giulio Cesare non è ancora arrivata una sola delibera in proposito?

Chat ristrette al posto dello streaming

Non sfugge nemmeno come il tanto osannato streaming sia ormai stato sostituito da riunioni a porte chiuse e chat più o meno ristrette dove vengono discusse e prese, alla faccia della trasparenza, tutte le decisioni che contano. Anche se poi ogni tentativo di blindatura – pare che da giorni il responsabile della comunicazione Rocco Casalino non faccia altro che chiamare consiglieri e assessori, deputati e senatori, per intimare loro il silenzio più assoluto – finisce per infrangersi contro fughe di notizie architettate ad arte per farsi il più male possibile a vicenda.

Odi e sospetti reciproci

Il clima è quello dei sospetti e degli odi reciproci, a dimostrazione del fatto che il Movimento 5 Stelle sa essere compatto solo all'opposizione di altre forze politiche, nell'attacco all'avversario, nell'insulto via web. Messo alla prova al governo di città grandi, come Roma, medie come Parma o Livorno, piccole come Quarto, si sbriciola in macro e micro fazioni litigiosissime tra di loro, pronte a delegittimarsi l'una contro l'altra, a intimare processi ed epurazioni.

Quello che Beppe Grillo e i suoi stanno offrendo ai romani e al mondo intero è uno spettacolo tragico come le antiche commedie in maschera che non facevano ridere perché rappresentavano tutti i peggiori vizi del potere e della società. Ma almeno a quei tempi il teatro era gratis.

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