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Calenda e la nuova Costituente, quando la politica non sa ascoltare

Il Ministro torna a chiedere la riforma costituzionale nonostante la bocciatura del referendum solo un anno fa. Cosa si nasconde dietro questo interesse

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Sara Dellabella

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Costituente? Ancora? Questa sembrerebbe l'unica risposta da dare a chi come il Ministro Carlo Calenda continua a perorare la causa delle riforme costituzionali. Come se ancora non sia stata imparata la lezione. Come se la sonora sconfitta del referendum costituzionale che costrinse Matteo Renzi alle dimissioni il 4 dicembre del 2016 non fosse compresa e soprattutto non sia stato compreso l'umore e l'orientamento dell'elettorato quando si tocca la Carta costituzionale.

Proprio oggi che ricorrono i 70 anni della firma della Costituzione, un ministro della Repubblica che ha annunciato più volte che non intende candidarsi alle prossime elezioni politiche, dalle pagine del Corriere della Sera lancia l'idea di una nuova ?assemblea costituente?.  

Come se in un Paese dove vivono 9,3 italiani a rischio povertà, la disoccupazione giovanile sfiora il 35 per cento e le vertenze aziendali continuano ad occupare le pagine dei giornali, la revisione della costituzione fosse il primo pensiero.

I rapporti di forza tra Stato e Regioni

La verità è che dietro la revisione di alcuni articoli della Costituzione si celano i rapporti di forza tra Stato centrale e le altre amministrazioni. Cuore pulsante dello scontro è l'articolo 117 che elenca le materie di esclusiva competenza dello Stato e quelle concorrenti, come produzione, distribuzione e trasporto di energia e il turismo.

Capitoli questi che spiegano la necessità del Ministro dello Sviluppo Economico di richiamare la funzione della Costituente contro "la Repubblica dei ricorsi e dei feudi". Calenda è impegnato da settimane in un braccio di ferro con il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano.

Nel ?tacco d'Italia? infatti si addensano dossier impegnativi che non hanno risparmiato le carte bollate e i ricorsi al Tar. Sia per quanto riguarda il piano di risanamento dell'Ilva che per l'approdo del gasdotto Tap a Melendugno. Temi che da tempo stanno agitando i piani romani e che con la riforma costituzionale voluta da Renzi si sarebbero facilmente azzittiti sfilando il tema dell'energia dalla competenza delle regioni.

Semplificazione senza dialogo

Sostanzialmente le riforme più volte sbandierate dai governanti di turno hanno sempre mascherato sotto l'etichetta della semplificazione la volontà di eliminare le interlocuzioni, soprattutto quelle critiche, dal piano delle decisioni. Un futurismo 4.0 votato alla velocità e alle decisioni rapide.  

Ad accorgersene per primi sono stati proprio i Presidenti delle Regioni. Nel 2016 per la prima volta più di cinque consigli regionali hanno chiesto un referendum abrogativo. Il caso è stato il referendum contro le trivellazioni in mare. Le regioni, in gran parte guidate dal Pd si opponevano alla politica energetica del loro segretario volta ad accelerare i processi autorizzativi. La storia è poi nota, il referendum non raggiunse il quorum, ma lo scontro a livello istituzionale era appena iniziato.

La sensazione è che le riforme della Costituzione, tanto invocate, servano più ai capi per comandare di più, che a portare un reale beneficio alla cittadinanza che poi puntualmente finisce per bocciare ogni tentativo di modifica.

Solo nel 2001, la riforma del Titolo V approvata dal governo Berlusconi, ebbe la benedizione dell'elettorato, ma da allora in poi, si sono collezionati solo flop.

Cambiare la Costituzione senza averla neppure letta

Ci ha provato Napolitano nel 2013 chiamando a lavoro 35 saggi che indicarono una strada in due relazioni (superamento del bicameralismo perfetto, abolizione di una delle due camere e riforma elettorale), poi venne la riforma Boschi rispedita al mittente e ora Calenda chiede una nuova Costituente, mostrando la totale indifferenza al segnale arrivato dalle urne.

Tanto più che da quando, nel 1991, è stato abolito l'insegnamento dell'educazione civica dalle scuole, l'insegnamento della Costituzione è affidata alla buona volontà degli insegnanti. Vale a dire che sta crescendo ed è già cresciuta una generazione di persone che potrebbero non avere mai avuto la Carta del loro essere cittadini tra le mani, quando intere schiere di politici chiedono ai figli degli immigrati di studiare le nostre regole.

Fu Aldo Moro nel 1958 a introdurre la materia nelle aule scolastiche per ?rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono oramai sacri retaggi del popolo italiano?.

Invece noi, 60 anni dopo, la Costituzione la vogliamo riformare senza nemmeno averla letta.

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