Campagna elettorale: c'era una volta il comizio...

L'unico che continua a farli è Beppe Grillo. Perchè gli altri leader hanno rinunciato? - lo speciale Elezioni di Panorama.it -

Beppe Grillo durante un comizio del suo "Tsunami Tour" (Credits: ANSA / MICHELE NUCCI)

Carmelo Caruso

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Il rischio più grande è il fiasco. Da quando la politica ha smesso di riempire le piazze con i comizi? Potenza della televisione e adesso di Twitter, Facebook e chissà quante diavolerie i nostri deputati si sono inventati e si inventeranno per sfuggire al vecchio auditel che dalla fine della seconda guerra mondiale fino al predellino, la nuotata dello Stretto ha segnato il successo e il carisma di un leader. Formula desueta o meglio esame impossibile da superare in stagioni di antipolitica montante e crescente se l’unica rockstar dell’orazione è rimasto un comico come Beppe Grillo, animale, Gesù Cristo (ha interpretato un film in cui recitava nei panni del Nazareno, primo comiziante per eccellenza) che ad Agrigento prima del suo comizio si è presentato a bordo di «un carretto siciliano del maestro carradore La Scala».

Ed è davvero crisi di un metodo, di un linguaggio se perfino Silvio Berlusconi, uno che ha rinnovato il genere facendone convention, lo spazio vuoto sostituito dal Palasport con cieli disegnati dal suo regista di fiducia, Roberto Gasparotti, ha preferito presentare le sue liste al teatro Capranica di Roma, luogo buono tutt’al più per un partito democratico come il Pd. Del resto pure il comune di Roma ha negato le piazze storiche, vuoi per motivi di sicurezza, vuoi per un riflesso inconscio o la segreta convinzione dell’estinzione del comizio che infatti nel protocollo del Campidoglio non deve superare le «cinque ore».

Ore? Semmai manciata di minuti, interventi, dato che il comizio di un uomo solo viene sempre meno adottato e si contamina con i linguaggi della televisione, rivela il puntuale Edoardo Novelli, professore di Comunicazione Politica all'università Roma Tre, autore di libri come "La Turbopolitica. Sessant'anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia. 1945-2005" e curatore di un archivio di spot politici : «Negli anni ’80 il comizio si trasforma, si parla di convention con un presentatore, i collegamenti, i maxischermi. Per la prima volta il comizio non serve a farsi un’opinione, ma diventa spettacolo televisivo, tanto da fare a gara perché le emittenti lo trasmettano. Si ribalta il rapporto: chi ascolta il comizio diventa una comparsa e il destinatario diventa il telespettatore».

Insomma, lontani dagli anni in cui il comizio serviva a costruire un’identità tra militanti con tanto di gara e striscioni e poi carri allegorici, fuochi d’artificio, il regolamento del disturbatore, la fiumana che invade Roma per un’intera giornata (vedi Togliatti) uno spettacolo appunto che adesso riesce a mettere in scena solo Grillo. «Ma attenzione Grillo in realtà viene amplificato dalla Tv», sempre Novelli, che non dà per estinto il comizio, ma semmai per mutato tanto più in questa campagna che si svolge in inverno al punto da scoraggiare molti oratori, ma non il comico da sempre abituato alle tournee. Sarà per imitarlo, ma Roberto Formigoni ha annunciato che batterà il suo record di comizi fermo a 23 in un giorno ed è invece «per motivi di sicurezza» che Berlusconi a suo dire li sta evitando, per non parlare di Mario Monti. Comizi? «Non credo».

Pensare che proprio Berlusconi è stato colui che ha sconsacrato nel 2010 il tempio del comizio della sinistra quella piazza San Giovanni a Roma insieme a Gianfranco Fini, Pieferdinando Casini, da sempre piazza rossa in opposizione all’altra piazza San Pietro, piazza democristiana. «Fu quasi come espugnare un tempio», spiega Novelli che ricorda l’altro grande comizio della sinistra, quello di Walter Veltroni nel 2007 al Circo Massimo a Roma, non a caso definito dallo stesso Veltroni «il momento più alto della segreteria», evento pari a quello di Sergio Cofferati che riuscì a portare il popolo della sinistra in piazza contro l’abolizione dell’articolo 18 e poi scelse di eclissarsi.

E però nulla hanno a che vedere con le folle del ’48 e le istantanee che immortalano un Alcide Di Gasperi ridotto a macchia in una piazza Duomo a Milano, stipata fino all’inverosimile e non ha i toni epici di Padova e l’affanno che precede l’ischemia di Enrico Berlinguer o ancora la madre di tutti i comizi, quello di Consalvo Uzeda ne i “Vicerè”: «Assordato, abbacinato, sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi torrenti si riversavano nelle terrazze, nei portici, nell’arena…migliaia di mani applaudivano, sventolavano fazzoletti, l’ovazione si prolungava e le grida salivano».

Nessuno, infatti poteva agognare una candidatura se non fosse stato bravo in un comizio. La paura del fiasco, la tachicardia del candidato spingeva perfino a fare uso di simpamina, una specie di caffeina ingerita, altro che spin doctor alla Giorgio Gori o David Axerold! Si trovò solo come il democristiano boicottato dai comunisti costretto a fare il comizio a una gallina che per scherno gli fecero trovare i suoi avversari («ringrazio la gallina per l’ indipendenza che ha dimostrato», esordì il povero deputato), Gianfranco Miccichè immortalato su un palco siciliano durante l’ultima campagna elettorale per le elezioni regionali ripreso dai social network e schernito in virtuale piazza a riprova che un comizio è di per sé un’elezione o meglio una sfida se, sempre nelle piazze siciliane negli anni dei moti e di Girolamo Li Causi, ad Alcamo per non farli svolgere ci furono tumulti o ancora i sorci che i missini a Napoli sguinzagliavano per le piazze, le campane suonate dai preti democristiani per infastidire i “rossi” e poi il fatidico comizio di Amintore Fanfani a Caltanissetta per il referendum sul divorzio del 12 marzo 1974 : «Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto e dopo ancora il matrimonio tra omosessuale, diventeremo tutti scimuniti. E magari vostra moglie scapperà per andare con la serva».

Ecco, i democristiani eccellevano e per un Aldo Moro che nei suoi comizi andava a braccio per ore c’era un Giancarlo Pajetta che usava il registro ironico, un Pietro Nenni che convinceva, un Marco Pannella negli anni ’80 che con i radicali s’inventava la maratona del comizio. «Adesso certo, conta la scenografia e viene meno la funzione della parola», chiosa Novelli. Che ne è di Giancarlo Giannini in coppola che fa lo strillone per il «cugino Tricarico candidato» in “Mimi metallurgico ferito nell’onore”, di fronte a una sconsolata Mariangela Melato? «Sono tutti cugini» rispondeva Mimi, quindi si finisce a Totò e al suo comizio verità, confessione che in cuor loro molti onorevoli vorrebbero tirare fuori: «Per Roccasecca non potrò fare un cacchio. Non votate per me. Non votate per me!».

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