Politica

La "Buona Scuola" è legge

Approvato, con 277 deputati a favore e 173 contro, il decreto che cambierà l'istruzione in Italia

buona-scuola-camera

Claudia Daconto

-

Tra le proteste delle opposizioni, quelle di una parte della minoranza del Pd e dei sindacati degli insegnanti, la Camera ha dato il via libera finale alla “Buona Scuola”. I voti a favore sono stati 277, quelli contrari 173. 4 gli astenuti.

A favore hanno votato Pd, Area popolare (Ncd-Udc), Scelta civica, Pi-Cd, Psi, Minoranze linguistiche. Contrari M5s, Forza Italia, Lega, Sel, Alternativa libera, Fratelli d'Italia. Tra le fila del Pd Carlo Galli, anche a nome anche di altri deputati democratici, ha votato “no” al provvedimento. Filippo Fossati, sempre del Pd, si è astenuto. L'ex Stefano Fassina, adesso al Misto, ha votato contro.

LEGGI ANCHE: - I 10 PUNTI PRINCIPALI DEL DDL

 

Nella seduta di ieri tutti i circa 70 emendamenti presentati dalle opposizioni al testo sono stati respinti. Il disegno di legge era stato approvato alla Camera in prima lettura e lo scorso 25 giugno e poi anche al Senato con voto di fiducia sul maxi-emendamento che accoglieva tutte le ultime modifiche apportate.

 Governo soddisfatto

“Con la Buona Scuola abbiamo rimesso l’istruzione al centro del dibattito politico”, ha scritto su Facebook Stefania Giannini la cui pagina pubblica era stata, nei giorni scorsi, inondata di critiche. Oltre all'impegno ad assumere 100mila precari, la ministra dell'Istruzione ha rivendicato lo stanziamento di 3 miliardi in più all'anno che significa, ha sottolineato, “dare la certezza a chi dirige una scuola, fin dall’inizio di ogni anno scolastico, del corpo docente di cui può disporre, significa dare a insegnanti, studenti e famiglie la certezza di quale progetto formativo ogni singola scuola sarà in grado di sviluppare”.

Le proteste

Argomenti che non hanno convinto le opposizioni. Secondo le minoranze la “Buona scuola” resta un bluff sul piano delle assunzioni, considerate solo “virtuali”, e un pericolo per la libertà d'insegnamento e gli altri principi costituzionali che sarebbero stati compromessi dal ddl. Anche questa mattina ci sono stati momenti di tensione quando il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, ha dovuto sospendere brevemente la seduta ed espellere il capogruppo della Lega Nord, Massimiliano Fedriga, esortato a bloccare l'esposizione di cartelli con la scritta “Giù le mani dai bambini” mostrate dai suoi colleghi di partito contrari all'introduzione della cosiddetta “teoria del gender”. Cartelli sono stanti esposti anche dai banchi di Sel (“Oxi alla 'buona scuola' di Renzi”) che ha votato contro come pure il M5S.

Intanto, in piazza Montecitorio, dove sono riuniti in sit in martedi scorso, sindacati e insegnanti hanno minacciato ricorsi e annunciato nuove iniziative di protesta per il prossimo settembre.

Spaccature nel Pd

Ma l'approvazione del ddl ha anche causato profonde lacerazioni anche nel partito del premier. Già il 5 maggio scorso, nel giorno dello sciopero generale della scuola, un pezzo del Partito democratico si fece trovare in piazza accanto alla Cgil e agli altri sindacati contro il proprio governo. In prima linea gli ormai ex Pippo Civati e Stefano Fassina, che ha deciso di rompere definitivamente proprio dopo il voto di fiducia in Senato.

Presenti anche i bersaniani Alfredo D'Attorre e Miguel Gotor. Quando poi si trattò di votare in Aula, ben 28 dem decisero di non partecipare in segno di dissenso. Tra loro Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza, Guglielmo Epifani e appunto Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina. Al Senato, dove il ddl correva i rischi maggiori, le defezioni in casa democratica si sono limitate a tre: Walter Tocci, Corradino Mineo e Roberto Ruta. Ma è stato fuori da Palazzo Madama, con l'addio di Fassina, che il Pd ha subito il colpo più duro.

I punti contestati

Tra i motivi principali del forte dissenso contro la riforma ci sono sempre stati i criteri per le assunzioni dei precari, il ruolo del preside manager, la valutazione degli insegnanti, gli sgravi fiscali per le paritarie e lo school bonus.

Per quanto riguarda le assunzioni, i sindacati hanno contestato il fatto che i 45mila che entreranno in servizio già da settembre, serviranno in realtà solo a coprire i posti lasciati liberi da chi andrà in pensione e che quindi i nuovi ingressi, che scatteranno solo dal 2016, saranno in tutto “appena” 55mila, mentre tutti gli altri precari, storici o meno, dovranno aspettare il concorso.

Benché sia stato ridimensionato nel corso della discussione del testo, anche il ruolo del preside manager, in particolare la facoltà di chiamata diretta dei docenti e di assegnazione dei premi agli insegnanti più meritevoli, è stato fonte di critiche accesissime. Molto contestati anche gli sgravi fiscali, fino a 400 euro l'anno, per le famiglie che sceglieranno di mandare i propri figli alle scuole paritarie e le donazioni da parte dei privati che, secondo i detrattori della riforma, rischiano di aumentare il divario già esistente tra istituti di serie A e di serie B.


© Riproduzione Riservata

Commenti