Politica

Buffagni: "Attenti, noi 5 Stelle siamo più duri dei leghisti"

Parla "l'uomo ombra" di Di Maio per le nomine e per questo amato e temuto anche nel movimento

Buffagni M5S politica

Luca Telese

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Sottosegretario Buffagni, dopo il caso Savona lei è diventato «l’uomo delle nomine del M5s».

Ma va là, coordino il bailamme delle nomine.

Comunque, un potere enorme ed è prudente ammetterlo?

(Risata). È una rogna enorme, vorrà dire.

Nella prima Repubblica nessuno lo avrebbe ammesso così.

Infatti siamo nella terza. E poi io dico sempre la verità, altrimenti taccio.

Da quando?

Da quando, per aver falsificato una firma su una nota su un libretto, mio padre mi diede così tante randellate da non  dimenticarlo mai.

Lei è l’uomo che tratta con la Lega tutti gli incarichi.

La politica è l’arte di trovare delle mediazioni, evidentemente ho qualche dote in questo campo.

Per esempio?

La capacità di capire. I leghisti li conosco abbastanza, anche perché sono l’unico che gli ha fatto opposizione per cinque anni in Lombardia.

Ah.

Ormai sono pratico delle sfumature più lievi della... scuola gutturale bossiana.

Come, come?

Ci ha mai avuto a che fare con il Carroccio, lei? Deve sapere che si arriva sempre a quel momento con loro.

Quale?

Una fase della trattativa in cui i leghisti si alzano dal tavolo e ti urlano in faccia.

Ma come?

(Con accento marcatamente lombardo). «Baastaaa!!! Ora tutti a casa!». È l’Abc nella scuola di formazione del Carroccio.

E non rompono, poi?

Ma figuriamoci. Appena finisce il saggio gutturale bossiano il leghista tipo entra in modalità «concretezza padana» passa dalle note acute alle tonalità vocali basse, e ci si tratta persino bene.

E perché c’è il momento gutturale, secondo lei?

Il leghista vuole terrorizzarti con il suo lato duro. Cascano male perché noi siamo più duri di loro.

Mi sta spiegando sul governo molto più di cento retroscena.

(Ride). Lo so. Ma lo racconti solo ai lettori di Panorama, è un segreto.

Le è capitato di trattare anche con Roberto Maroni?

Sì, il referendum sull’autonomia partiva da noi. I leghisti ne volevano uno sullo statuto speciale, che però era incostituzionale. Abbiamo discusso... È una volpe.

Lei ha trattato con molti che ora sono al governo.

Per esempio con Massimiliano Romeo, che era capogruppo del Carroccio. Sono venuti tutti in Parlamento, lui compreso.

Mi parli di una trattativa in corso.

(Sguardo sornione). Sono sincero, mica matto. Non so mai nulla.

La sua controparte chi è?

Giancarlo Giorgetti. Io parlo con i miei. Lui con i suoi, e poi negoziamo noi.

E anche Giorgietti ha i suoi momenti gutturali?

«Uhhhh: stavolta si va a votareee! Non si va più avantii!».

Magari è vero, non lo teme?

Senta, ho discusso cinque leggi di Bilancio con Massimo Garavaglia, uno dei più raffinati e seri, tra loro. E persino lui ogni volta andava al microfono e gridava: «Basta, Basta! Non c’è più un soldo, si va a votare!».

Lei rischia anche il fuoco amico, però.

Capita spesso, però poi riusciamo alla fine a trovare la quadra.

Può rispondere all’accusa di aver collocato Paolo Savona alla Consob per piazzare se stesso al suo posto?

(Sorriso). Molto volentieri perché è una panzana colossale.

Non ci ha fatto neanche un pensierino?

Ma questo è Abc! Primo: Savona è un posto in quota Lega, quindi tornerà alla Lega. Secondo: chi tratta per gli altri non piazza se stesso. È la regola. E poi qui non si tratta di «piazzare» ma di lavorare per risollevare questo Paese.

Non si è piazzato agli Affari regionali?

No. Tant’è vero che forse avrei preferito altro, il ministero dell’Economia. Ma non dipendeva da me.

Chi le ha detto che sarebbe arrivato alla presidenza del Consiglio?

Luigi. Mi ha scritto e mi ha detto: «Allora vai agli Affari regionali».

(Squilla il telefono, è Di Maio. Buffagni ascolta attentamente poi risponde a bassa voce: «Lui non ha tenuta! Bisogna trovare una soluzione»).

Di chi parlavate?

Ma che fa, origlia? Non faccia domande insensate.

Mi dica un problema di queste ore.

Combattere ogni giorno contro i consiglieri dei ministri tecnici. Noi abbiamo preso i voti, e loro vorrebbero dettare la linea politica al governo. Troppo comodo.

Ancora con le manine?

Non sono manine. Sono persone che guardano al proprio interesse e non a quello dello Stato. Ma non c’è storia: perché in questo con i leghisti facciamo muro.

Mi deve far capire come può sopravvivere l’alleanza se litigate tutti i giorni.

Lei conosce la Teoria del beneficio di osmosi?

Mai sentita.

Beh, l’ho inventata io. Dopo gliela spiego.

Tra gli uomini forti del nuovo potere gialloverde che bisogna conoscere c’è lui: Stefano Buffagni. Nato a Milano, cresciuto a Bresso, perito elettronico, laurea in economia e management alla Cattolica, grillino atipico così come la sua principale controparte, Giancarlo Giorgetti, è un leghista atipico. Amico personale di Di Maio, da «uomo delle nomine» Buffagni, sottosegretario agli Affari regionali, è una delle persone che ti fanno capire meglio i meccanismi della nuova maggioranza.

Come funziona tra lei e Giorgetti?

Semplice. Noi siamo onesti, siamo brave persone e non abbiamo eserciti di poltronari da collocare.

Seeehhh...

È la verità. Sa come facciamo le nomine? «Tu chi hai di buono da mettere?».

Avete nominato l’ad di Cassa depositi e prestiti: che targa politica aveva?

Nessuna. Ho proposto Fabrizio Palermo. Giorgetti lo conosceva, anche lui lo considerava bravo, e l’abbiamo messo lì.

Non ha piazzato gli amici?

Ah ah ah! Anche se ne avessi avuto 100 nella manica, li avrei finiti da un pezzo.

Mi vuole convincere che siete candidi come Heidi?

Al contrario: allarghiamo alla società civile. Casomai avvicini delle personalità proprio perché hai bisogno di competenze. Il Pd era un partito-Stato, noi portiamo cittadini nello Stato. Abbiamo bisogno delle migliori energie del Paese.

Quanto avrete nominato finora?

Poco più del 30 per cento di quello che va rinnovato: tutte le big scadono nel 2020. Eni - che non è governativa - scade l’anno prossimo. Ma i consiglieri governativi ci sono e non mollano.

Facciamo un esempio.

Fabrizio Pagani. È stato piazzato lì, non rappresenta di certo il governo come azionista. Gli abbiamo chiesto di dimettersi, ma evidentemente lo guidano altre valutazioni, temo, personali.

È preoccupato per il crollo dei Cinque stelle nei sondaggi?

Per nulla. In questi mesi abbiamo dovuto lottare per fare le cose. Ora arrivano i fatti.

Bloccate le opere?

Me ne dica una che abbiamo bloccato.

La Tav.

Errore! Non l’abbiamo bloccata. Abbiamo aperto un dibattito, questo sì.

Lei da che mondo arriva?

I miei nonni paterni erano emiliani. Quelli materni lucani. Io e i miei genitori siamo al 100 per cento lombardi. Come tutti: radici meridionali identità lombarda.

Suo padre che cosa fa?

Il manager in un’azienda che lavora nel settore sanitario. Ha 62 anni ma non vuole andare in pensione con Quota 100.

E sua madre?

Marina, del 1959, fa l’agente di viaggio. Anche lei «aspetta» prima di lasciare il lavoro. Si vorrebbe dedicare al nipotino, ma non le conviene economicamente.

Lei ha un lavoro, malgrado quel che dice Silvio Berlusconi di voi?

(Risata). Lui ripete che siamo tutti senza arte né parte. Invece io sono commercialista, anche se per evitare qualsiasi sospetto di conflitto di interessi con il mio ruolo di governo, in accordo con l’Ordine di Milano, mi sono autosospeso.

Era necessario?

No. Ma ho ceduto le quote dello studio, e quando finirà il mio mandato ricomincerò da zero, com’è giusto che sia.

Ci sono altre attività di famiglia?

Abbiamo un ristorante a Rapallo, la Bella Napoli, dato in gestione. È quello dove si svolse il famoso pranzo con Casaleggio, Grillo, e ovviamente me.

Ah ah ah, pubblicità occulta.

Uhh, figurarsi. Ma so cosa significa gestire aziende.

Da che storia politica viene?

Da nessuna.

Ha fatto politica al liceo?

(Ride). No, ero capoclasse per diritto carismatico, venivo nominato senza nemmeno le votazioni, ma non ho mai partecipato a nulla di più.

Non ci credo.

Avevo grandi capacità relazionali: mediavo con i professori sulle interrogazioni e le verifiche.

E cosa votava? Dicono che lei nel Movimento rappresenti l’anima di destra e del Nord...

Figurarsi. Ho votato una volta sola anche il Pd. Poi me ne sono ampiamente pentito.

Addirittura?

La mia generazione non è cresciuta in un clima ideologico. Avremmo potuto votare qualsiasi cosa.

È diventato grillino nel 2010.

Sì, dopo Woodstock: rimasi folgorato dalla possibilità di cambiamento che vidi, e sono ancora qui per questo.

Istituto tecnico al Galvani.

Un’ottima scuola. Ho ricevuto più offerte di lavoro finite le superiori che dopo la laurea. Sono istituti da rilanciare.

Però è andato all’università.

Avevo un patto con mio padre. Io avrei scelto la facoltà che preferivo e lui l’università dove sarei andato.

E cos’ha scelto?

Mi ha detto: «O la fai la Cattolica o vai alla Bocconi».

Ha scelto la Cattolica: per un’inclinazione religiosa?

(Risata). No. Il primo giorno che ho messo piede in facoltà ho visto un mare di ragazze e ho deciso per la Cattolica. Una densità di bellezze impressionante.

Addirittura?

Avevo di fianco Sociologia: un gineceo.

Però lei era fidanzatissimo.

All’università ho incontrato Giorgia, la donna della mia vita. Ci siamo sposati nel 2014. Dal 2017 siamo genitori di Gabriele.

Un bimbo.

Mi ha cambiato la prospettiva con cui guardo la vita e il mondo.

Non ha un curriculum da «incompetente doc»...

(Sospiro). Ci vogliono attaccare quest’adesivo. Poi non spiegano perché quelli bravi hanno fatto disastri inenarrabili prima che arrivassimo noi.

Si sente un uomo del Nord?

Decisamente sì.

E cosa vuol dire?

Vengo da un territorio dove la società funziona. Ho uno spirito molto pragmatico. Per me contano i risultati. Anche perché la gente da noi si aspetta questo.

Vi rimproverano il tormentone: «E allora il Pd?».

Negli ultimi cinque anni la sinistra ha raddoppiato i poveri.

Dicono che per far funzionare i centri per l’impiego ci vorranno anni.

Vero. Ma si può sostenere che la colpa è nostra che proviamo a farli ripartire?

Dicono che non basterà l’assunzione dei «Navigator» a rianimarlo.

Ci lavorano già 8 mila persone che paghiamo ogni mese e che secondo i nostri critici non fanno abbastanza. Si possono odiare i 5 Stelle, ma non si può pensare che l’Italia tenga il sistema di reclutamento del lavoro in queste condizioni!

Fioccano le richieste di pensionamento con Quota 100.

Bene, lo avevamo previsto.

Molti di loro, secondo i primi dati, sono persone che avevano perso il lavoro.

Per noi sono italiani che hanno contributo a fare grande questo Paese. E siccome hanno lavorato almeno 38 anni, si sono guadagnati la loro pensione. Avevano versato una vita di contributi ed erano rimasti intrappolati nel limbo.

È contento di questo provvedimento?

È un’opportunità: chi non la vuole cogliere, come i miei genitori, non la coglie. Nel contempo proviamo a far partire il turnover.

Nel suo territorio avverte il sospetto che il reddito sia una forma di assistenza?

Credo che la gente lo avverta, è sbagliato e sta a noi far capire che non è così. In realtà servirà a formare le persone. Ci servono 150 mila operai solo nel mondo digitale. E le imprese del Nord ci chiedono persone che sappiano usare i macchinari nuovi di industria 4.0.

Avete tagliato i fondi di industria 4.0.

La parte che riguardava le aziende grandi, che hanno già fatto gli investimenti.

Perché?

Abbiamo scelto di finanziare la formazione e le piccole imprese, perché facciamo anche loro il salto di innovazione. Vogliamo spingerle a questo progresso.

Ma il reddito aiuterà soprattutto il Sud?

No. Aiuterà tanti che in tutt’Italia non hanno diritto alla disoccupazione. Tanti piccoli imprenditori a cui daremo aiuto.

Devono avere un Isee basso.

Chi ha perso il lavoro è passato dal benessere a zero. È stata raccontata poco una possibilità importante del reddito: chi vuole fare un investimento per una piccola impresa può avere un’anticipazione delle mensilità. È una formula straordinaria, altro che divano.

Mi faccia un esempio.

Ti sei aggiornato professionalmente e vuoi tornare a fare l’elettricista. Oppure vuoi partire con una piccola impresa di edilizia che punta su nuovi materiali: ti formi e parti. Anche perché di sprechi ne esistono già tanti e nessuno dice nulla.

Del tipo?

A lei pare normale che in Sicilia ti pagano per partecipare al corso?

Parla un po’ come un leghista.

Ah ah ah... Tanti mi dicono: «Tu cosa ci fai nei Cinque stelle?». È una cosa che mi dà tremendamente fastidio. Il buonsenso non ha colore politico. Ci raccontano come degli scappati di casa, ma la maggioranza di noi non è così.

Lei ha già fatto un mandato regionale e ne ha uno parlamentare. Per le vostre regole è un trentenne all’ultimo giro, proprio ora che si è formato.

Spero di poter essere utile altrove.

Ma non le pare uno spreco, dopo aver appena imparato a stare al governo?

Beh, lì il limite al governo non c’è.

Farà un altro giro?

(Sorriso). La tranquillizzo: tecnicamente posso fare il presidente del Consiglio.

Dove ha conosciuto Gian Roberto Casaleggio?

In una riunione con i consiglieri regionali lombardi, nel 2013.

Aveva avuto un risultato elettorale clamoroso?

Per nulla. Ero arrivato terzo in provincia di Milano. Se non avessi avuto i voti di casa mia non sarei stato eletto. Ma Gian Roberto era curioso delle persone, non dei cacciatori di preferenze, per fortuna.

E lei in cosa lo incuriosiva?

Ero molto anticonformista. Ero più pro che contro: non ero anti-Expo, che da noi era quasi una bestemmia.

E ha avuto vita facile?

Mi hanno fatto una guerra pazzesca. Qualcuno mi definiva «l’infiltrato».

Di chi?

Ah ah ah. Dei fantomatici poteri forti.

Un marchio da appestato nel M5s.

Come vede sono ancora qui.

Torniamo a Casaleggio.

Lo descrivevano come un Dio oscuro. Era un uomo di una semplicità disarmante.

La sua dote qual era?

Ascoltava ore di discorsi ed era disponibile a mettere in discussione le sue idee.

Un suo pallino?

Sarà stata la prima o la seconda volta che ci parlavo. Mi dice: «Impara a fare dei video online. Vedrete che sarà il futuro». Cinque anni fa sembrava una cosa ridicola, oggi anche per fare il vicepremier devi fare i video-selfie.

Pensava di essergli simpatico?

Forse sì. Arrivava dallo stesso mondo da cui arrivo io. Gente che ha costruito delle cose ma non fa parte delle élite. 

E il suo rapporto con Davide com’è?

Ottimo. Ma Davide dà il suo contributo con «Rousseau», non segue le dinamiche interne del M5s come il padre.

Lei è amico di Di Maio.

Dal 2014. Ci siamo conosciuti a Milano quando siamo andati a fare il tour sui cantieri di Expo. Ci siamo piaciuti subito, è venuto naturale tornare con la mia Smart, abbiamo parlato un tempo infinito, siamo diventati amici.

Che cosa vi unisce?

Una visione simile, questa idea pragmatica, moderna. Eravamo tra quelli che vestivano in camicia e maglione.

Era un tratto distintivo?

Oggi, anche per i ruoli che rivestiamo nelle istituzioni, siamo costretti a vestire in giacca e cravatta. All’epoca in tanti si vestivano scassati, grunge.

E lei?

Io sono uguale, nel 2013 come oggi. Ho solo un buco per l’orecchino che non si richiude, un retaggio di scuola abbandonato a vent’anni, molto prima del M5s .

Perché?

Ha mai visto un commercialista con l’orecchino a Milano?

Ama leggere?

Leggo dalla mattina alla sera. Un tempo romanzi e letteratura, con Kindle. Ora, purtroppo, solo report e relazioni.

Il suo romanzo preferito?

Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Un grande libro sulla vendetta.

Ah, già medita vendette?

Diciamo che ho molte persone in lista fin da quando ero bambino. Se provi a tagliarmi la testa e non ce la fai...

Vediamo se riesce a dirmi un pregio e un difetto di Di Maio.

È il miglior politico del Movimento: guarda sempre più avanti.

E il difetto?

(Sorriso). Tratta meglio i nemici che gli amici.

Però. Bella staffilata.

No. Dovendo gestire una miriade di dinamiche, ed essendo bravissimo nel quadrare i cerchi, talvolta sacrifica quelli su cui può contare.

È vero che il cerimoniale non le fa appendere la maglia di Mauro Icardi qui in ufficio?

Diciamo che è poco istituzionale. Ma non perché è dell’Inter...

Tifoso sfegatato?

Sono stato abbonato in curva tanti anni. È un amore che non muore mai, anche sei noi interisti soffriamo il doppio e non vinciamo mai.

Sua moglie dove lavora?

In una multinazionale giapponese: risk management. È sola a Milano con il bambino e fa salti mortali.

E la teoria sul «beneficio di osmosi»?

Semplice: la Lega ha rigenerato la sua immagine logora associandosi al Movimento più giovane della politica italiana. Rapporto osmotico.

Ma se rompono ora sono al 30 per cento!

Sì, però tornano vecchi arnesi alleati di Berlusconi, che ormai è un rudere. Non romperanno, mi creda.

Di Maio è tornato sulla sua Smart?

Impossibile. Me l’hanno rubata. Ma ci siamo visti molto e il rapporto è stretto.

Per esempio?

La sera della strage al Bataclan di Parigi eravamo alla chiusura della campagna del primo comune da noi conquistato, Sedriano.

Siete ancora amici?

(Sorriso). Molto. Infatti sono agli Affari regionali. 

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