"Ma il Papa a Lampedusa non ce l'aveva con noi"

Il capogruppo Pdl alla Camera Renato Brunetta esclude modifiche alla Bossi-Fini sulla scia dell'appello del Pontefice: "La sinistra non strumentalizzi le sue parole"

Renato Brunetta – Credits: Guido Montani/Ansa

Claudia Daconto

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A chi pensa che, dopo le parole del Papa pronunciate ieri a Lampedusa, sia tempo in Italia di cambiare la Bossi-Fini – chiarisce subito il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta - rispondo che non servirebbe a nulla”.

A poche ore dalla storica visita di Francesco sull'isola siciliana e l'abbraccio con i migranti che su quella terra approdano dopo essere sopravvissuti al mare, si accende il dibattito politico intorno alle parole del pontefice e al suo appello ai potenti del mondo affinché tragedie come quelle cui siamo ormai “globalmente indifferenti” non si ripetano più con tanta frequenza.

On. Brunetta, ma secondo lei nelle parole del Papa c'era un invito implicito all'Italia a modificare quella legge?
Assolutamente no. Mi riferisco al dibattito in Italia che a sinistra è stato strumentalizzato. Semmai il Papa ha spiazzato queste strumentalizzazioni.

Quindi a chi parlava il Papa?
All'Europa ovviamente. Lampedusa non è la porta dell'Italia, è la porta dell'Europa e quello che succede a Lampedusa è la cattiva coscienza dell'Europa che, di volta in volta, si scarica sui paesi periferici. Quando i paesi periferici hanno un grande cuore, peggio per loro; se invece ne hanno uno meno grande, come la Spagna che ha comportamenti di respingimento molti più drastici, l'Europa, come sempre, si ritrae.

Sì, ma la legge Bossi-Fini non ce l'ha imposta l'Europa che, anzi, l'ha anche duramente criticata...
Ma quello dell'immigrazione e della globalizzazione è un tema di cui deve farsi carico l'Europa.

Come?
Non tanto gestendo i flussi a destinazione ma all'origine. Quello che si chiama “Soft power” dell'Europa dovrebbe esplicitarsi nei paesi d'origine dei migranti in modo tale da, attraverso accordi, selezioni, flussi programmati, governare il fenomeno. Cosa che l'Europa non ha per niente fatto o solo in minima parte. L'Italia, invece, ha fatto moltissimo e non può essere rimproverata di nulla perché non è possibile pensare di gestire in modo autarchico un fenomeno epocale di questo tipo.

Nemmeno sull'illegalità e la disumanità che regna nella gestione dei Cie (Centri d'identificazione ed espulsione) le responsabilità sono tutte italiane?
Ma vede, i Cie sono l'equivalente delle nostre carceri, dei nostri cattivi ospedali, dello stato delle scuole, della nostra cattiva burocrazia, delle nostre code alle poste.

Se non funzionano le cose alle poste, sta dicendo, come possiamo pretendere che funzionino nei Cie?
Sarebbe irrealistico farlo. Per cui le anime belle che urlano sui Cie dovrebbero farsi un esame di coscienza.

A proposito di coscienza, lei crede che sia ancora possibile un sussulto da parte dei popoli e dei loro governatori contro la “globalizzazione dell'indifferenza” di cui ha parlato ieri il Papa?
La globalizzazione è, nonostante le sue contraddizioni, un fatto certamente positivo, sempre e comunque. Io non condivido affatto l'opinione di chi vede nella globalizzazione l'origine di ogni male. Semmai sono l'autarchia, il nazionalismo, il localismo che producono egoismo e quindi indifferenza.

Ma perché, almeno in Italia, si parla sempre di affrontare il tema dell'immigrazione con strumenti repressivi e senza considerarne le potenzialità? Possibile che l'immigrazione sia un fatto solo cattivo?
Io lo scrivo da 25 anni che l'immigrazione può costituire una risorsa per qualsiasi paese. A patto che si tratti di immigrazione da domanda che produce integrazione, ricchezza e benessere per tutti e non da offerta che produce, invece, solo squilibri, conflitto e razzismo. Se un paese è costretto ad affrontare ondate migratorie senza avere a disposizioni posti di lavoro sufficienti, sarà costretto ad affrontarne i costi e i costi, di solito, si trasformano in razzismo.

E se invece li chiamassimo noi a lavorare, lei sarebbe disposto a firmare, il giorno dopo, la legge sullo ?
Lo Ius Soli è un automatismo e io credo che il riconoscimento della cittadinanza italiana non possa dipendere da un automatismo ma da una conquista in termini economici e culturali. Io sono pronto a firmare una legge sulla cittadinanza quando essa diventerà un valore.

In quali termini per essere precisi?
Se uno lavora qua e paga le tasse non vedo che differenza ci sia tra uno straniero e un indigeno. Già adesso questo è un criterio, ma ci vogliono 10 anni per ottenere la cittadinanza. Se la migrazione è da domanda e c'è perfetta integrazione, anche culturale, i termini si possono tranquillamente abbreviare.

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