Borghezio: "Il meticciato inquina le razze"

Ecco l'intervista rilasciata a Panorama costata a Mario Borghezio l'espulsione dal gruppo parlamentare degli euro-scettici

Mario Borghezio (Credits: Alessandro Di Marco/Ansa)

Giuseppe Cruciani

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All’ingresso c’è una cassapanca che apparteneva alla Wehrmacht nazista, due asce, una bandiera della Vandea, il ritratto di un antenato. In un angolo alcune sculture di Arno Breker, l’artista del Terzo Reich. Mario Borghezio dorme in una piccola stanza con un lettino da carcerato. La casa è spoglia, vetusta, un po’ abbandonata. Le serrande abbassate, anche di giorno. Le pareti sono giallastre. Ma ovunque domina la carta: volumi accatastati anche sul tavolo della cucina, persino negli armadi accanto alle camicie verdi e a pochi vestiti. «Io non ho una casa» dice «ho un posto dove c’è anche un cesso e una cucina. Il resto sono libri».

È un collezionista compulsivo, Borghezio, che ha aperto il suo «posto» a Panorama. «Ho persino una traduzione dell’Iliade fatta da Giacomo Casanova, una roba rarissima. Può valere fino a 100 mila euro. E pure una parte dell’archivio dell’Ovra su Roberto Farinacci». Dice di spendere quasi tutto il suo stipendio andando per mercatini in Francia e in Belgio. «L’adrenalina è avere un documento originale, un manoscritto autentico: è come una scopata, forse meglio».

Borghezio, molti ti considerano un mostro per le cose che dici, altro che libri.

Di quello che la gente pensa di me non me ne fotte nulla.

Un’associazione ha raccolto migliaia di firme per cacciarti dal Parlamento europeo.

Sono quattro smandrappati che non sanno che cos’è la democrazia. Ho preso un sacco di voti. Come pensano di mandarmi via? Infatti sono tornati a casa senza avere ottenuto nulla.

Però al ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge hai dovuto chiedere scusa.

No, non ho mai chiesto scusa. Ho detto che se lei si è ritenuta offesa mi dispiace. Ma la parola scusa non l’ho pronunciata e non la pronuncio nemmeno se mi sparano.

Hai detto che è «una casalinga», il governo del «bonga bonga», «una scelta del cazzo».

Ma quelle sono cose scherzose. Non ho motivo di chiedere scusa. Anzi, se lei chiede scusa perché non ha stretto la mano al capogruppo della Lega alla Regione Lombardia, allora chiedo scusa anch’io. Si è comportata da incivile. Se l’avesse fatto un altro, avrebbero detto che è uno stronzo. Invece nessuno dice nulla.

Dunque è una «stronza» perché non ha stretto la mano al leghista?

Non lo dico, ma tu mi leggi nel pensiero.

Scusa Borghezio, tu l’hai attaccata e adesso è lei che deve chiedere scusa?

Certo. Ha detto delle cose gravissime sulla poligamia.

Mica ha detto che vuole introdurre la poligamia in Italia.

Ha difeso la poligamia come tradizione locale. Si è dichiarata pure italo-congolese in contrasto col giuramento da ministro.

Insomma, ti sei pentito di avere detto certe cose o no?

No, non mi pento assolutamente delle cose che ho detto a questa signora.

Andresti a cena con lei?

No, in due no. Speriamo che la Lega non mi obblighi.

Non credo abbia voglia nemmeno il ministro, Borghezio...

Io parlo per me. Non ce la farei. Sarebbe la prima volta che non eseguo una cosa che il partito mi dice di fare.

Prima Kyenge lascia il governo meglio è?

No, più resta lì meglio è per noi. Combinerà un sacco di pasticci e farà un sacco di gaffe. Bisogna dire grazie ai gerarchi del Pd, di meglio non potevano fare per aiutare la Lega.

Roberto Maroni ti ha rimproverato?

Mi ha mandato un sms per dire di abbassare i toni. Ma sai, a me da un orecchio mi entra e dall’altro mi esce. Umberto Bossi non mi ha mai fatto un cazzo. Quando era ministro, una volta mi chiamò: «Tu puoi dire le cose che io non posso più dire». Ma la cosa importante è che tutto il gruppo della Lega mi ha sostenuto nella storia della Kyenge, soprattutto Matteo Salvini. 

Una persona con 38 fratelli chi è per te?

Un’africana, certamente non è un’europea. Abbiamo fatto ministro un’africana.

Sei razzista?

No, sono differenzialista.

Parla come mangi. Che vuol dire?

Gli antirazzisti italiani sono ignoranti. Raccontano idiozie. Io voglio la differenziazione.

Vuoi che i neri restino a casa loro, questa è la verità.

Preferisco che la massa dei neri resti a casa sua.

Ma è la stessa cosa. Vuoi la separazione. 

No. Io esalto la razza indoeuropea. Anzi, diciamo l’etnia. Il termine razza è meglio non usarlo.

Per te gli africani sono inferiori.

No, sono diversi.

I meticci sono un obbrobrio.

Sì, il meticciato inquina la differenza tra le etnie.

Ma questo è razzismo!

Io me ne fotto. Ma non ho mai detto parole come «sporco negro» o cose del genere.

Ma sei un ammiratore di Joseph Arthur de Gobineau, uno che ha scritto un saggio sull’ineguaglianza delle razze!

E allora? È stato un grande intellettuale, un personaggio fondamentale. Va collocato nel suo periodo, come Cesare Lombroso. Le razze per me non sono uguali, sono diverse. Ho pure lavorato nello Zaire per due anni, un paese splendido.

Nello Zaire?

Sì, all’inizio degli anni 70, appena laureato. Andai a lavorare per la camera di commercio italo-zairese. Mobutu una volta disse pure: «Monsieur Borghezio, vous êtes un zairois», lei è uno zairese. Ero l’unico non razzista fra gli italiani che erano lì. Agli imprenditori torinesi faceva schifo tutto e volevano fottere gli zairesi, io no. E Mobutu fu un grande statista.

Ma era un dittatore che si è arricchito alle spalle del suo popolo, Borghezio...

Macché. Ha messo ordine in un paese tribale. Io trattavo con un suo parente, lo zio. Progettai pure le divise dell’esercito. Verdi, ovviamente. C’erano donne bellissime, nello Zaire.

Donne? Che esperienze hai avuto?

Ho assaggiato il prodotto locale, devo dire molto considerevole. Non paragoniamo il ministro Kyenge a una bellezza katanghese. Alte, belle, profilo europeo. Tutto un altro prodotto. La signora Kyenge avrà altre qualità, ma non certo il fascino delle katanghesi che ho conosciuto a Kinshasa negli anni Settanta.

Però tu le pagavi.

Beh, diciamo che lavoravano nei night. Ma presi tutte le precauzioni del caso. Mi sarei sentito in colpa.
Cioè?

Beh, oltre alle malattie mi sentirei responsabile se avessi creato un meticcio. È peggio di una bestemmia. Non voglio dire che è contronatura ma è una specie di oltraggio all’appartenenza alla propria etnia.

Ti segnalo che il ministro Kyenge è sposata con un italiano.
Hanno figli?
Sì.

Allora forse non ci hanno pensato bene.

Ma che dici, sono affari loro. A proposito, perché non ti sei mai sposato?

Non ho mai avuto rapporti duraturi. Vivo da solo. Il legame lo considero un pericolo per la mia libertà. Un abbassamento.

E sesso ne fai?

Ho raggiunto la pace dei sensi da molti anni. Sono un monaco politico.

Non ne senti il bisogno?

No, ho fatto una scelta di vita. Quella del sacerdozio politico.

Allora hanno ragione quelli che dicono che sei fascista e pure un po’ nazista.

Io sono un tradizionalista monarchico. L’ultimo degli indipendentisti. E penso che solo un paese di merda come l’Italia può dimenticare un genio come Gianfranco Miglio. Detto questo, i regimi totalitari hanno fatto cose terribili ma anche cose molto buone e positive. Per esempio i nazisti furono i precursori dell’ecologismo. Ma io mi considero più a destra di Dio. Come Julius Evola, più a destra di noi non c’è nessuno. Addirittura. 

Da giovane ero iscritto o sono stato simpatizzante di tutti i movimenti di estrema destra. Non ne ho mancato uno. Vuoi vedere le riviste di Ordine nuovo?

(Si alza dalla sedia. Mette le mani nel mare di scartoffie e tira fuori un ciclostile).

Eccolo.

Nel ’76 ti hanno fermato a Ventimiglia con un bigliettino dove c’era scritto «Il bastar do Violante» e «10, 100, 1000 Occorsio», il giudice ammazzato pochi giorni prima. Chi lo scrisse?

L’ho scritto io con un amico che è morto. Fu uno scherzo idiota, ma non abbiamo ammazzato nessuno. Comunque il buon Violante ha fatto di tutto per incriminarmi.

Com’è finita?

Che io l’ho fregato, tiè! (E fa il gesto dell’ombrello, ndr). Perché non sono mai stato iscritto formalmente al Fronte nazionale di Borghese, diciamo che lo ero in via informale. Da presidente della Camera disse ad alcuni amici: «Solo una cosa mi rimprovero, di non essere riuscito a buttare in galera Borghezio». Tiè! Ma Junio Valerio Borghese era un uomo straordinario. Oggi se ne sente il bisogno. Voleva mettere a posto l’Italia che era nelle mani dei comunisti.

Sei pure un ammiratore del Ku Klux Klan.

Ma no. Mi incuriosiscono. Vorrei vederli sfilare.

Ma sono una minoranza orrenda.

Non è vero. Dopo Barack Obama sono rinati come l’erba. In America la difesa etnica non scompare mai.

E tu la apprezzi?

Certamente sì.

Bah... Ora mi viene in mente Laura Boldrini, il presidente della Camera. Da quando si è insediata ce l’hai nel mirino, hai detto che è «una fancazzista buonista a spese dei poveri» e altre gentilezze del genere. Perché?

Alla Boldrini ho detto la metà di quello che dovevo dire. Cerco sempre di non danneg giare la Lega e di non avere guai penali. Lei è un monumento alla demagogia. Quando veniva a consolare teneramente le bande di clandestini a Lampedusa, io dicevo che agli extracomunitari bisognava fare un test sanitario per controllare le malattie che potevano portare tra cui l’aids. Penso sia utile anche adesso.

Negli ultimi vent’anni ne hai dette di tutti i colori. Contro islamici, immigrati, pure con Garibaldi te la sei presa. Il caso Brei vik, hai elogiato Mladic. Rifaresti tutto?

Je ne regrette rien, non mi pento di nulla. È il titolo di una canzone di Edith Piaf. L’unica che ascolto. Qui da solo, a casa mia a Torino. 

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