Politica

Bobo Maroni: "Vi svelo tutto sulla Lega"

L'amicizia con Bossi ed i rapporti con Salvini. L'amore per il blues e il mare. La nuova vita di Roberto Maroni

Roberto Maroni lega politica intervista

Luca Telese

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(Sospiro maroniano. Ovvero quasi impercettibile e vagamente divertito). Una volta chiuso con la Regione Lombardia ho potuto realizzare il sogno della mia vita.

Fare l’avvocato d’affari?

Macché! Traversare l’Atlantico.

Come, come?

In barca a vela, ovviamente. Nel modo più bello di viaggiare in mare.

E quindi vuoi dirmi che mentre  fondavi la Lega, mentre Maroni era deputato, faceva il ministro, governava la regione più ricca d’Italia, dirigeva un partito, vinceva e perdeva congressi, battezzava e faceva cadere governi, già desiderava l’oceano?

Da sempre: fin da ragazzino.

Non ci credo.

Sono appassionato di barca a vela, di viaggi, di mare. Ma l’oceano, è la dimensione più alta di questo desiderio. Cioè?

L’acqua di un lago è pace, speranza, ma ha un confine. L’acqua di un mare italiano è un viaggio bellissimo, ma in uno spazio dato. L’acqua del Mediterraneo è la culla di una civiltà, il confine della storia. Ma l’oceano è una distesa sterminata, adrenalina pura, sguardo senza confine, è  il punto in cui capisci che sul pianeta c’è più mare che terra.

Detto così sembra la pagina di un romanzo conradiano. Ma con chi ha fatto il viaggio?

Con l’Arc, l’Atlantic race contest. È una organizzazione che ogni anno riesce a coordinare 200 barche: una cosa a metà strada fra una spedizione e una regata.

Che rotta?

Siamo partiti da Las palmas, alle Canarie. E abbiamo fatto tappa a Santa Lucia un’isola rasta e reggae. Un po’ fumata, in tutti i sensi.

Cos’è un sussulto antiproibizionista?

No: un ricordo festoso e bellissimo.

Duecento barche?

Sì, ma dopo la partenza ci siamo persi di vista fino all’arrivo.

Pericoloso?

Tutto avviene - relativamente -  in sicurezza, monitorati da  una torre di controllo virtuale. Ma poi sei tu, solo con i tuoi sei compagni di viaggio.

Quanto italiani?

Solo lo skipper: si chiama Sergio Morbidelli, faceva l’architetto, poi dopo tre anni ha cambiato vita, venduto lo studio, ha comprato questa barca e si è reinventato.

Eravate a bordo dell’Alcalde 5.

Oltre a lui e me c’erano due canadesi e due sudamericani.

Con cui avete condiviso tutto.

Intanto la vita. Dovevamo organizzare turni di guardia ogni tre ore, 24 ore su 24. Ci sono gli strumenti di controllo, ovvio: ma in ogni momento puoi sbattere contro qualcosa. Il tuo destino è nelle mani dei tuoi compagni, e viceversa.

Eravate su un catamarano a vela.

Mai usato il motore, nemmeno un minuto.

E il turno più bello?

Tutti. Ma da mezzanotte alle 3, dalle 3 alle sei, vedi cose incredibili.

Il cielo.

Al buio ti abitui presto: e quando accade sei pronto per il grande spettacolo.

Quale?

Con la luna piena è come se fosse giorno. Con la luna nuova è come stare in cielo. Ho visto dieci stelle cadenti a novembre.

Dieci desideri.

Non ne avevo uno di più: ero già in paradiso.

Prova a raccontarlo.

Quando sei sull’oceano vedi a 180 gradi, sei vicino alle luci del cielo, una volta celeste come mai.

Avete pescato durante la regata?

Certo, con la traina.

Tirare fuori un tonno dall’acqua vivo?

Per forza, è l’unico modo: con abilità e fatica. E siccome non puoi percuoterlo, e nemmeno sgozzarlo con un coltellaccio, arriva il trucco dello skipper.

Quale? 

Rum nelle branchie. E lui se ne va via in un attimo: muore soffocato, ma in un secondo. Forse muore persino felice.

Qui siamo dalle parti di Ernest Hemingway. E poi?

Accade quello che non ti aspetti. Lo skipper tira fuori la macchina per la pasta.

E che ci fa?

I ravioli! Ripieni al tonno. In nessun ristorante del mondo puoi mangiare un piatto così fresco, con questi sapori, questo senso di semplicità assoluta.

Maroni marinaio, come nella canzone di Dalla e De Gregori?

La barca non è la nave: se togli i pasti e le guardie viaggi da solo, sei solo: tu con il mare, senza telefonino.

C’è il satellitare.

Che però serve solo per gli s.o.s. Sei con te stesso per 17 lunghi giorni.

Ma era una gara?

(Nuovo sorriso). Ah, già. Tra i catamarani, nella classifica ponderata, siamo arrivati secondi in assoluto. Mica male.

E la prova più grande?

Il viaggio. E la separazione totale dalla tua vita di sempre. Ho riflettuto sul fatto che mai per così tanto tempo ero stato sconnesso dal mondo.

E quando dopo 3.200 miglia hai riacceso il cellulare?

Ci sono rimasto malissimo. Ho realizzato che il mondo è andato avanti senza di me.

Se pensavate di sapere tutto di lui, non è così. Roberto Maroni, detto Bobo. Ha detto che lasciava la politica non ci ha creduto nessuno. Lo ha fatto. Ha 63 anni e ha quattro vite alle spalle. Oggi, visto che può raccontarsi senza autocensura, ripercorrere tre lampi di storia passata diventa esilarante. Soprattutto perché nel tempo del governo gialloverde quello che conosce meglio «il verde» è sicuramente lui. Che ha fondato quel partito. 

Mi interessa il romanzo di formazione del giovane Bobo. Da che famiglia vieni?

Mio papà lavorava in banca, impiegato, iscritto ai liberali, ne senso del vecchio Pli: Prima repubblica.

E tua madre?

(Sospiro maroniano profondo). Ehhh... Mia madre aveva un negozio.

Ed è una cosa così complicata?

Ma, vedi, dire negozio è poco... Intanto ho scoperto che io, cioè i Maroni, abitiamo a Lozza, un paesino di mille anime alle porte di Varese, dall’inizio del Seicento.

Hai fatto indagini?

Sì, nei registri della parrocchia. Fino a metà del 700 se era donna si chiamava «Marona», se era uomo «Marone», poi diventano «Maroni».

Ma la relazione col negozio di tua madre?

È il mondo dove sono cresciuto. Negozio senza insegna perché negozio di tutto. 

Tutto?

Dal prosciutto ai giornali, al filo da cucire. Sulle chiese c’è forse scritto «chiesa»?

No.

E nemmeno nello spaccio di mia madre. Pensa che era aperto tutti i giorni , compresa la domenica mattina, e che lei - morta a 90 anni - non ha fatto un solo giorno di ferie in vita sua. Non UNO!

Ma non è possibile! E al mare da bambino non ci sei andato mai?

Mai con lei. Con i nonni, gli amici, le zie, ma lei no, lei era... un servizio sociale e non poteva assentarsi. Ecco, la cultura del lavoro al Nord può essere questo.

E tu ci hai lavorato a bottega?

Ovviamente. E ci vivevo. Avevo a disposizione tutto. Quindi anche i giornali, tutti, che leggevo avidamente.

Cosa hai scoperto in quel mondo?

Per esempio il valore della fiducia. Tu immagina che il soldi apparivano solo una volta al mese. Segnavamo cifre sul libretto, poi, quando si pagavano gli stipendi, arrivavano, chiedevano «Quant’è?» e pagavano. Fiducia totale.

Un credito al consumo.

Tutte le donne, sempre in negozio, a parlare di tutto. E io ascoltavo. Dalle corna alle feste a... «Hai visto quel tipo in paese?».

Ronde padane?

Controllo del territorio. Dalle 6,30 alle 20.

Ma è vero che portavi l’eskimo e ti chiamavano «bosco» ed eri marxista leninista?

Allora: mia madre, non so perché, mi faceva prendere - in negozio - solo pantaloni di velluto marrone. L’eskimo era la divisa tipo dei giovani di sinistra.

E tu?

Ero sempre in pantaloni marroni, giacca verde, lei mi sfotteva: «Mi sembri un albero!», e «Bobo» divenne «Bosco».

Ma tu eri marxista?

Sì. E sono rimasto in fondo, un leghista leninista. Sognavo la rivoluzione comunista, ho incontrato quella leghista.

Ho capito, ma a Varese dove l’avevi trovato il comunismo?

Primo liceo, il professore di filosofia. Anno 1971. Indimenticabile la sua prima lezione: «Vi spiego il nuovo contratto dei metalmeccanici».

Non ci credo.

«Questa sarà la piattaforma della Fiom. Articolo uno...».

Pessimo professore? 

Bravissimo. Molto anni dopo si candidò per Rifondazione alla Provincia, divenne consigliere. Mi fece innamorare di Marx, ma anche della storia e della filosofia.

Come?

Aveva un metodo tutto suo. «Primo: niente libro di testo». Secondo: «Prendete gli appunti delle mie lezioni e studiateli».

Terzo?

La filosofia per temi. Tipo: «La conoscenza»,  «il fenomeno», «la realtà»... Rendeva attuali i presocratici. Sentivi che quella materia ti stava svelando il tuo mondo.

C’era altro?

No, ma spiegava da Dio. Pensa che dopo essermi diplomato lo incontrai per strada e gli gridai felice. «Professore! Mi iscrivo a filosofia».

E lui?

Mi gelò: «Al massimo potrai fare politica».

Ah ah ah. E tu?

Rimasi così colpito che passai a giurisprudenza.

E Bossi dove diavolo lo peschi? Hai sempre raccontato di un incontro folgorante ma come?

Ehhh... È una storia da Sliding doors. I casi della vita, gli incroci.

Che significa?

Tutto parte da Andrea, mio carissimo amico, vicino di casa: era di sinistra, ambientalista convinto.

E che c’entra?

Un giorno del 1979 arriva e mi fa: «Sulla Prealpina ho letto un articolo di un certo Bossi, contro una speculazione».

E allora?

«Voglio andare a incontrarlo, può essere importante, per me. Ha una grande sensibilità verde». Così dico: «Ti ci porto io». Anche se a me l’ambiente sembrava allora un tema moto marginale.

E cosa accadde?

Umberto iniziò a parlarci, un fiume in piena. Qualcosa del tipo: «Questi sono i temi del futuro: territorio, autonomia, tasse, libertà. Questa sarà la rivoluzione!». E poi: «Il mondo delle ideologie sta morendo!». E ancora: «Il muro di Berlino cadrà, è il mondo cambierà!».

Nostradamus padano. 

Sì, ma capisci? Parlava di rivoluzione e lo diceva a un leninista! Mi ha catturato.

Tornate convinti?

Ah ah ah: quel che sedusse me respinse Andrea: «Vedi? Dell’ambiente non gli interessa nulla. L’articolo era solo strumentale». E aveva ragione. La vita è così: ciò che apre la porta a uno, la chiude a un altro.

Eravate quattro gatti dietro a Bruno Salvadori, che vi finanziava, racconterà Bossi.

Salvadori, uomo generoso, voleva portare l’Union valdotaine fuori dalla Valle d’Aosta. Fece una riunione molto importante con noi e ci disse: «Vi aiuterò economicamente».

E cosa successe?

Umberto si esaltò. Era ciò che voleva sentirsi dire. Così affittammo la sede, aprimmo un giornale, stampammo volantini e manifesti.

Bene.

Solo che non avevano una lira. E Salvadori morì in un incidente dopo questa riunione.

E quelli dell’Union?

Ci dissero: «Non vi daremo una lira!». 

Bossi ha raccontato che si dovette caricare i debiti, ma che quello fu il primo passo della Lega.

Vero. Ma con un dettaglio. I debiti non li pagò lui, ma io, anzi, mio padre.

Cosa c’entra tuo padre?

Questa sembra un po’ fantozziana: dunque, fondammo la Scedno....

La che?

Società cooperativa editoriale del Nord ovest.

Ah, chi trovava i nomi?

Umberto, dove per Nord ovest, però, non s’intendeva quello d’Italia, ma della  Lombardia!

E chi era il presidente?

Questo è il bello. Umberto mi disse: «Il presidente fallo tu, che sei avvocato!».

Generoso.

Uhhh!!! Dopo qualche mese e due soli numeri della rivista, mi chiamò l’Ufficio provinciale del lavoro: «Vi abbiamo messo in liquidazione coatta». C’erano già 7 milioni di lire di debiti!

Erano tanti?

Dimmelo tu: io lavoravo in banca e guadagnavo 700 mila lire al mese!

Ma non avevi intuito la fregatura?

Sì, ma Umberto era una mago. Vide che tentennavo e mi disse: «Roberto, pensaci: fra pochi anni i lombardi metteranno la tua foto sui loro comodini!».

Ah ah ah.

E poi io volevo fare il giornalista.

E che c’entra tuo padre??

Mi fece una scena madre, «Te l’avevo detto!!! Te l’avevo detto!!!». Ma l’idea di suo figlio sporcato da una macchia contabile era per lui insostenibile. Tirò fuori il libretto degli assegni e andò a pagare. Altro che Bossi!!!

È vera la storia di voi due che fate scritte sui muri dei cavalcavia?

Non come è stata raccontata da Umberto. Nel senso che è ancora più bella.

Sono tutto orecchi!

L’unica macchina della Lega era la «500» del negozio di mia madre...

Pure!

Sì perché la domenica ci consegnavano il pane. Avevo tolto il sedile anteriore per mettere il cesto. E così Bossi si sedeva dietro e metteva davanti il secchio di vernice.

E andate a scrivere: «Lega».

Peggio. Io facevo il giro in auto, perché non potevo sostare, e vedevo la scritta che si allungava. Primo giro: «Leg..». Secondo giro: «Auton...» . Terzo giro: «...onomista lombar...».

«Da»!

No, non ci riuscì. Si gettò nella macchina gridando: «La polizia!». Nella foga si scordò che il sedile mancava, mise il secchio, fece per sedersi e ci finì letteralmente dentro. Ah ah ah...

E tu ridevi?

Io piansi. La mattina dopo con mia madre che urlava: «Avete distrutto la macchina del negozio!!!».

Avevi un lavoro ma hai seguito un pazzo come Bossi, perché?

Aveva davvero un istinto da rabdomante. Diceva: «Si deve fare così». Talvolta non sapeva perché, ma aveva ragione.

E la leggenda del Maroni bluesman come nasce?

Mia madre mi regalò una fisarmonica, e mi obbligò a prendere lezioni.

Per imitare B.B. King?

Nooo... Il ballo liscio.

E lo hai suonato?

Intanto per un anno ho preso lezioni di solfeggio. E mi prendevano per culo, gli altri, tanto che pensai di passare al piano.

Hai ceduto?

No, mi dissi: «Stronzi, non ve la do vinta!». E mi buttai sul blues. 

Vero che hai suonato in chiesa?

Per dieci anni, ho sposato i miei amici. Nel 1976, dopo la sentenza della Corte costituzionale, nascono le radio libere, io e i miei amici fondiamo Radio Varese.

Cosa facevi?

Di tutto.

Per esempio?

Una trasmissione sulle note degli Inti Illimani: leggevo commosso brani del diario del Che in Bolivia. Era il 1977 ma qualcuno mi guardò strano quando iniziai a occuparmi di tradizioni locali e parlare in dialetto alla radio.

E poi suonavi nel gruppo.

Sì, con un repertorio molto rock. Scoprimmo Springsteen, quando  nessuno da noi nemmeno ne conosceva il nome.

E dove suonavate?

Alle feste de L’Unità, per esempio. Ci pagavano zero. Ma si mangiava bene.

Qualcosa guadagnavate?

Zero. Elio scriveva anche dei brani. E io diedi l’esame da «compositore melodista» alla Siae, per incassare i diritti.

Sei stato tu a compiere il parricidio, a uccidere la leadership di Bossi.

È avvenuto tutto quasi casualmente. Ma prima devi sapere una cosa.

Quale?

Come nasce l’espressione «cerchio magico».

Oggi usata per tutti...

Esatto. Nel 2004, quando a Umberto venne l’ictus per la prima volta lui fu sottratto a tutti noi.

Cioè?

Fisicamente. A me, per esempio, fu impedito di vederlo. Nacque quel gruppo, intorno a Rosi Mauro, che letteralmente lo sequestrò.

Il cerchio.

Ma divenne «magico» quando chiamarono una maga friulana che convinse Bossi: «Tu devi avere intorno un cerchio di persone con luce positiva che ti proteggano dagli influssi astrali maligni...».

Mamma mia. Lui ci credeva?

Noi lo abbiamo saputo solo dopo.

Tuttavia sei tu che hai celebrato il parricidio nella serata delle scope, quella senza cui non esisterebbe la Lega di Salvini.

Fu tutto improvvisato, durante una manifestazione, a maggio 2012.

Non ci credo.

I guai erano iniziati a gennaio, quando, in una riunione della Lega, un dirigente molto importante oggi salviniano, alla fine di una riunione dice: «A proposito scusate: Bossi mi ha appena detto che Maroni non potrà più andare in sezione, né fare comizi o cene con i militanti».

E chi era il dirigente?

(Pausa). Uno bravissimo, ma che già allora non brillava per coraggio, diciamo: Giorgetti.

Ah. Avrebbe potuto ribellarsi?

Forse quella sera no. Ma il giorno dopo sì.

Altri lo fecero?

Mi chiamarono centinaia di persone, tra cui Boso, e un altro giovane dirigente che mi dissero: «È una porcata, ci dobbiamo ribellare!». E sai chi era il giovane?

Si chiamava Matteo?

Salvini, esatto.

Ma la fatwa per cosa era scattata?

Per aver parlato - rivelandola - dell’inchiesta sui diamanti, al Secolo XIX. Dicevano che da ex ministro dell’Interno non potevo non sapere.

Ed era vero?

Ma figurarsi: una cazzata totale.

Lo diresti, oggi?

Ma certo. Cosa vuoi che si sapesse, al Viminale, di un procuratore genovese che indagava Francesco Belsito?

Invece divenne: «Il traditore Maroni complotta contro Bossi».

Tra l’altro non poteva inibirmi le sezioni.

E perché?

Per statuto i pochi che avevano partecipato alla fondazione della Lega avevano uno status di particolare tutela. Io ero tra quelli.

E poi che è successo?

Montò la protesta. Mi invitavano in tutte le sezioni d’Italia. A Varese predemmo il più grande teatro della città e metà della gente restava fuori. E sai chi era l’unico dirigente di peso assente?

Non me lo dire.

(Sorriso). Giorgetti.

Ce l’hai con lui?

No, siamo amici. È una persona di grande valore, ma diciamo che non rifugge per coraggio politico.

Ma tu parlavi con Bossi, durante questa guerra?

Oh sì. Ed eravamo anche d’accordo. Solo che lui era indotto dal cerchio, e cambiava idea. Sono stati giorni drammatici. 

Le inchieste proseguivano. 

A maggio arrivò la polizia e il procuratore Woodcock. E poi le rivelazioni sul Trota, la laurea, the family...

E cosa dicesti a Bossi?

«Umberto, facciamo un congresso. Mi candido, faccio il segretario. Non è contro di te, e tu fai il presidente».

E lui?

Mi dice: «Hai ragione». Poi il giorno dopo è lì che grida: «Traditore!». Non è facile deporre un padre padrone. A Bergamo, mentre salgo sul palco, vedo che dei giovani avevano portato delle scope. Ne prendo una e la sollevo, d’istinto: tutti mi imitarono.

Un anno prima sarebbe stato impossibile.

Vero. E poi  mi candidai, come è noto, alla presidenza della Lombardia e feci vincere Salvini.

Come?

(Sorriso). Mi inventai le primarie, aperte solo ai tesserati. E poi, con una serie di scuse e trucchi depennai le altre candidature.

Brogli?

Massí: termini, firme, contestazioni di irregolarità. Cose che nei partiti si fanno.

Ma perché? 

La sfida doveva essere solo tra Salvini e Bossi: futuro contro passato. Quella neanche Umberto poteva vincerla.

Ma come era iniziata?

Da Pontida 2011, dove apparve uno striscione «Maroni presidente».

C’era la crisi del governo Berlusconi.

Esatto. 

Però eri inseguito dalle accuse di doppiogiochismo fin dal 1995, quando tu e Bossi vi divideste sul ribaltone.

Io ero contrario al governo con D’Alema. Berlusconi mi disse: «Passa con me ti faccio capo di Forza Italia». Rifiutai.

Venisti umiliato pubblicamente. 

Nel febbraio 1995 fui contestato da 10 mila persone al Consiglio federale.

Dura?

(Risata). Piovve di tutto dalle ingiurie agli oggetti.

Di che tipo?

Mi arrivarono anche dei fiori. Ma con il vaso attaccato!

Era preparata da Umberto?

No, spontanea. Lui mi difese: «Non rompete i coglioni a Maroni. Ci penso io».

A far cosa?

Per espiare mi spedì in  Calabria a fondare la Lega Italia federale.

Grande esperienza? 

Uhhh! Pensa che un giorno stavano eleggendo il nuovo segretario: «Che bello, anche lui avvocato», penso. Poi mi informo e scopro che difendeva i mafiosi. Andai da Bossi e dissi: «Finiamola qui».

Ma vi amate o vi odiate?

Lo considero il mio fratello maggiore.

Come ha fatto la Lega a non morire?

Si salvò perché c’erano i militanti. 

Un’intuizione di Bossi che non avevi capito?

L’indipendentismo. Per lui fu la scelta naturale, dopo la rottura con il Cavaliere. Con Salvini invece siete rivali.

Altra balla. L’ho incontrato a Roma da poco a Roma: c’è un rapporto di amicizia fondato sul fatto che io non dimentico quello che ha fatto per me e lui viceversa.

Non è vero che siete rivali?

Tutte cazzate.

È figlio tuo o di Bossi?

È figlio della Lega.

Nel 1992 eri un dirigente d’azienda guadagnavi benissimo, mollasti tutto e ti candidasti alle politiche. Follia?

L’ho l’ho sempre pensato. Ma non volevo avere un rimpianto. Per fortuna.

Hai mai restituito i sette milioni a tuo padre? Soldi ben spesi, dopotutto.

No, mai. Morì nel 1991, senza vedermi deputato. Il mio più grande rimpianto.

Sei ricco?

Figurati. Da presidente della Lombardia prendevo 100 mila euro lordi l’anno e dovevo pagarmi anche gli alberghi!

Adesso che fai l’avvocato e l’advisor per grandi aziende ti sei rifatto?

Guadagno di più che in Regione. Curo i rapporti con la Pubblica amministrazione. È una cosa nuova e la faccio bene!

Sei stato barbarico e ora critichi l’antipolitica?

Barbaro non vuol dire scemo: Di Maio col biglietto low cost per la Cina è idiozia.

Ma perché?

Parli con capi di Stato che si chiedono: «Non hai neanche i soldi per finire in business e vuoi vendere l’Italia a me?». Gli status sono il racconto del valore.

Sei avvelenato con il M5s?

Nel nuovo Codice antimafia hanno equiparato i reati dei politici contro la Pa alla mafia! Scatta il sequestro preventivo dei beni. Follia.

Cosa pensi del governo gialloverde?

(Sospiro molto maroniano). E la domanda di riserva?

Ma non sei libero di dire tutto quello che pensi, ora?

Non condivido alcuni provvedimenti contrari agli interessi dei ceti produttivi del Nord. Per esempio il Reddito.

Condividi gli sgomberi, invece?

Sì. Io ho fatto di peggio: i clandestini li ho riportati in Libia. Ho fatto la legge sulle ronde.... in fondo sono diventato sia segretario che ministro prima di Matteo. Questo record non può batterlo, eh eh!

Sei un oppositore?

Ma figurati, Ti ho detto che sono leninista. L’unica critica che faccio è aver lasciato tutte le deleghe che interessano i produttori del Nord a Di Maio.

Non è critica da poco.

Basterebbe riprendersi qualche delega dopo le europee con i nuovi rapporti di forza.

La vecchia Lega è stata divorata da quella di Salvini?

(Pausa teatrale). La Lega è immortale.

Il 12 aprile del 1982 con Bossi, sua moglie, Giuseppe Leoni, Pierangelo Brivio, Marino Moroni ed Enrico Sogliano hai fondato della Lega lombarda. Sei l’unico ancora su piazza.

Come ti ho detto faccio l’avvocato.

Quando hai capito che quel gruppo di matti aveva lasciato il segno? 

Quando, dopo Mani pulite vidi che da Craxi, ad Andreotti, a Forlani al Pci ci attaccavano tutti, un giorno mi dissi: «Abbiamo vinto».

Sei l’ultimo fondatore del più antico partito della politica italiana.

Ommamma. Pensa come stiamo messi. 

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