Bianco e Orlando: il vecchio che avanza

Dietro la vittoria dei due sindaci simbolo di Palermo e Catania, la pulsione presidenzialista della Sicilia

l senatore Enzo Bianco durante la conferenza stampa al termine dell'assemblea della Margherita, Roma 16 giugno 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Carmelo Caruso

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Sono i primi sindaci eletti per semipresidenzialismo e bisogna per una volta dirlo che semipresidenziale non è la Francia, ma la Sicilia, che presidenziale non è l’uomo budino Francois Hollande, ma la panza di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, che a Catania Palazzo degli Elefanti, sede del comune, è l’Eliseo di Enzo Bianco e dei veterani dall'anagrafe.

Rischia di essere questa la vera coppia della politica italiana, non Letta-Renzi, ma Orlando-Bianco, quindi Palermo-Catania, il vecchio e il vecchio. Sono i sindaci che hanno sconfitto la rottamazione con il plebiscito ed è riuscito più Enzo Bianco, eletto a sindaco di Catania con il 50,6 per cento, che Matteo Renzi, a mettere in discussione le primarie con le regole di Nico Stumpo, il gazebo come totem.

E’ in questa città che il Pd ha commissariato se stesso a favore di Bianco al punto da rinunciare al feticcio delle primarie non più mezzo democratico, ma strumento di confusione oggi superato con l’investitura unanime, il semipresidenzialismo siciliano, la stretta di mano tra notabili di partito che sostituisce la matita come provvidenza. Non cerca una nuova Catania, ma il riflesso della sua Catania, Bianco, lui che ha ricoperto la carica di sindaco per la prima volta nel 1989 e che l’aveva lasciata come un emigrante di lusso già nel 1998 sempre da sindaco, chiamato a ricoprire l’incarico di ministro degli Interni nel governo D’Alema.

E certo è sempre rifugio il Comune tanto più nel meridione per carriere andate a male, è la mamma che abbraccia dopo la delusione così come avviene oggi per Bianco e come un anno fa avvenne a Leoluca Orlando al comune di Palermo già affrancato dalla scomparsa dell'Idv e dagli immobili di Antonio Di Pietro. Anche Bianco desidera la sua Catania come una primavera congelata, primavera sempre al di là del tempo, al di là della stanchezza della stessa giovinezza che è giovinezza solo se anticamera della maturità.

Solo in Italia il tempo non si accetta ma si combatte con le foto di gioventù, solo qui piuttosto che farsi da parte si preferisce la chirurgia, il riporto, le calvizie che diventano il capo lucido dell’arbitro Collina non la senescenza di Norberto Bobbio. Cinque candidature per Enzo Bianco, cinque per Leoluca Orlando non sono soltanto il funzionamento di un modello vincente che innegabilmente è stato riconosciuto dagli storici, dagli urbanisti, ma la dimostrazione di una politica deludente, la conferma del vecchio come rassegnazione all’impossibilità e alla sostituzione del nuovo. Insomma, non è la violenta rottamazione a rinnovare ma chi precede a insignire. Da sempre la scelta del successore è l’esame necessario per qualsiasi giovane, è il corpo della politica che si rinnova.

Il consenso di Catania è piuttosto la conferma  dell’adagio «megghiu u tintu cannusciutu che u tintu a cannusciri» (meglio il cattivo che si conosce che il cattivo da conoscere) la rassegnazione prima della giunta di Umberto Scapagnini, dopo, alla mediocrità di un’amministrazione di centrodestra, forse la più anonima che questa città esagerata abbia avuto. Bianco e Orlando non sono sindaci come Giuseppe Dozza, Sergio Chiamparino, Massimo Cacciari, Giuliano Pisapia, espressione di amministrazioni illuminate, la città intesa come esercizio e fatica del politico. Entrambi interpretano la parte del sindaco per sempre, dei sindaci taumaturghi che usano con sapienza il consenso senza per questo rinunciare alla teatralità, alla clientela comunale, un impasto di plebiscitarismo spagnolesco che li trasforma da primi cittadini a stregoni del consenso.

Non c’è buon ricordo che non rischi di imprigionare e il bis di un’opera è sempre la cattiva copia della prima. Neppure Orlando in un anno è riuscito a fare della sua Palermo la Palermo de “La Rete” o un salotto pulito e non si contano le marce sotto i palazzi, gli scioperi delinquenziali dei lavoratori di qualche partecipata comunale che hanno ridotto l’araba Palermo nella mecca dei devoti del sussidio.

Sbagliato sarebbe rimproverare la facilità con cui Enzo Bianco è riuscito a farsi eleggere al primo turno con una coalizione che ha raccolto tutta la diaspora arruffona dell’ex governatore siciliano, Raffaele Lombardo, giustizialisti insieme a magistrati, castiga preti insieme a cattolici ferventi. La vittoria di Bianco è più un rischio per lo stesso Bianco chiamato a migliorare un età irripetibile. Non aiuta neppure  il ritorno di quel genio del marketing che ha fatto di Catania la Cupertino del Sud, quel Pasquale Pistorio della St che Bianco ha richiamato per fare parte nuovamente della sua squadra: la vecchia gloria che ritorna. Non sono sindaci Bianco e Orlando, ma miti contemporanei, sindaci riproducibili di cui si nutre il Meridione: Salerno, Napoli, Catania, Palermo…

Qui il tramonto è l’illusione di un’alba, è la necessità millenaria di affidarsi e non di delegare, la leadership che non si sostituisce ma si perpetua con gli stessi uomini, le stesse facce, gli stessi programmi: un semipresidenzialismo da muezzin.

Twitter @carusocarmelo

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