Berlusconi e Grillo: il matto e il mattatore

I vincitori delle elezioni sono così Berlusconi e Grillo. Il primo per il formidabile recupero, il secondo per i consensi al suo movimento

SIlvio Berlusconi sorride a San Siro per il suo Milan e per il risultato delle elezioni (Credits: ANSA/MATTEO BAZZI)

Bruno Vespa

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Se il Matto e il Mattatore s’incontrassero nel chiuso di una stanza, si farebbero le più matte risate. L’uno, Silvio Berlusconi, ha aperto la bara politica in cui era stato collocato e ha fatto cucù a un uditorio ben più vasto della rispettabile signora Angela Merkel. Il secondo, di vaffa in vaffa, è diventato il leader del primo partito d’Italia.

«La situazione politica italiana è grave, ma non è seria» diceva Ennio Flaiano: a distanza di cinquant’anni si può confermare. È difficile spiegare agli stranieri che un comico è il Mattatore delle elezioni e che il Matto, quando diceva che avrebbe vinto le elezioni, tanto matto non era. Formalmente, avendo la maggioranza assoluta della Camera grazie al più grosso premio della storia e la maggioranza relativa del Senato, il vincitore delle elezioni sarebbe Pier Luigi Bersani. Se si sfogliano i giornali ancora freschi di stampa quando è arrivato lo tsunami elettorale, era lui per valutazione unanime il vincitore annunciato. La cosa più antipatica che potesse capitargli era la necessità di un accordo con Mario Monti (o anche con il solo Pier Ferdinando Casini) per governare il Senato. E invece è difficile non evocare, come è stato fatto subito in Italia e all’estero, la vittoria di Pirro. «Un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza nemmeno un soldato» disse il re dopo avere battuto i romani a Eraclea e Ascoli Satriano. E in effetti, dopo avere perso 3 milioni e mezzo di voti rispetto allo sconfitto Walter Veltroni del 2008, Bersani non può permettersi altri salassi. Berlusconi ha perso più di 5 milioni di voti sul 2008, ma lui era la vittima designata. E invece ha recuperato 10 punti in due mesi, mentre il Pd ne ha persi almeno otto.

Perché il Matto e il Mattatore hanno vinto la sostanza delle elezioni, seppure in misura, ovviamente, differente? Perché hanno intercettato i brontolii della pancia degli italiani. Ma con accenti e finalità diverse. S’è detto che Berlusconi le sparava grosse promettendo la restituzione dell’Imu sulla prima casa che vale 4 miliardi. E allora Beppe Grillo, che propone di garantire ai disoccupati un salario di 1.000 euro al mese, con una spesa di almeno 30 miliardi? In realtà quasi nessuno ha votato Grillo dopo aver ponderato il suo programma, anche se nel Veneto il Mattatore ha fatto una magistrale campagna acquisti presso gli artigiani in danno della Lega.

Il Movimento 5 Stelle ha come ragione sociale la distruzione del sistema politico attuale e su questo ben più di un quarto degli italiani è assolutamente d’accordo. Fosse per lui, anche Berlusconi distruggerebbe il sistema politico. Nel 1994, in fondo, l’avevano fatto per lui Antonio Di Pietro e i magistrati del pool di Milano cancellando il pentapartito che aveva governato l’Italia per cinquant’anni e lasciando in piedi il solo Partito democratico della sinistra di Achille Occhetto. In un Paese a maggioranza moderata, fu relativamente semplice per Berlusconi sconfiggere la «gloriosa macchina da guerra». Oggi, gli piaccia o no, il Cavaliere fa parte anche lui a pieno titolo del sistema politico, è corresponsabile delle sue insufficienze e dei suoi errori e quindi sono anche lui e la sua costruzione a voler essere abbattuti da Grillo, perfettamente bipartisan anche nei confronti di Bersani.

Una cosa essenziale unisce tuttavia il Matto e il Mattatore: la consapevolezza, più di altri, che la gente non è disposta a subire ancora il cocktail devastante di austerità e recessione che viene servito da molto tempo. L’opzione Grillo è soltanto rivoluzionaria, essendo impensabile che il Mattatore chieda od ottenga udienza in Europa. Nemmeno Berlusconi a Berlino e a Bruxelles è molto amato, ma l’eco dei suoi voti è certamente arrivata a destinazione. Anche le opzioni per superare la crisi di governabilità in cui si dibatte l’Italia sono diverse. Annunciando battaglia contro ogni forma di collaborazione Pd-Pdl, Grillo ha raggiunto il primo obiettivo di costringere Bersani a respingere le prime offerte di Berlusconi e guardare con prudenza quali possibilità di approccio offre il Movimento 5 Stelle. D’altra parte lo stesso Cavaliere ha cominciato a mirare alto: se il premier va alla sinistra, alla destra vada il Quirinale. Ma non è detto che un secondo giro non possa coinvolgere i tre. È infatti impensabile che un nuovo governo, per acquistare un minimo di credibilità nei confronti dell’opinione pubblica, non faccia immediatamente una nuova legge elettorale e la Parlamento, con la riduzione di deputati e senatori, funzioni e spese connessi. Su questo punto un eventuale governo di minoranza a guida progressista avrebbe il consenso unanime del mondo politico. Sarebbe la base per allentare la tensione, approvare alcune misure strategiche anche con maggioranze variabili e andare alle elezioni anticipate senza fretta e in un clima auspicabilmente migliore.

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