Claudia Daconto

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Gli eventi di questi ultimi giorni hanno fatto salire la temperatura dentro il M5S, apparentemente incapace di capitalizzare il successo ottenuto il 4 dicembre al referendum costituzionale. All'effetto di provocare danni ingenti al Pd e al suo leader Matteo Renzi, costretto a dimettersi da presidente del Consiglio, non è infatti corrisposto anche quello di un ulteriore rafforzamento del suo principale avversario.

L'operazione Alde, che doveva servire ad aumentare l'agibilità dei grillini in Europa, si è trasformata in un harakiri: prima il sondaggio on line convocato in tutta fretta dopo mesi di trattative al buio. Poi il dietrofront dei liberali e l'umiliante ritorno tra le braccia di Nigel Farage accompagnato da due abbandoni (il terzo è rientrato in extremis) tra gli eurodeputati pentastellati (Marco Affronte è approdato con i Verdi, Marco Zanni con il gruppo di Le Pen e Salvini, a dimostrazione che il Movimento 5 Stelle rappresenta davvero la sintesi di tutto e il contrario di tutto).

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Infine le rivelazioni sui termini del pre-accordo stilato con Verhofstadt (a dimostrazione che se in Italia il termine “alleanza” suona come una parolaccia e i finanziamenti alla politica vanno cancellati e, nell'attesa che ciò avvenga completamente, restituiti almeno in parte al mittente, in Europa vale tutto) e le minacce scomposte ai due transfughi che secondo Grillo adesso dovrebbero sborsare 250mila euro a testa per aver tradito i valori del Movimento.

Eppure più il Movimento rischia di alienarsi la simpatia e la fiducia di tanti elettori che negli ultimi anni hanno voltato le spalle ai loro partiti per sostenere una proposta che appariva alternativa e innovativa, più la cosiddetta base di iscritti e militanti serra le fila intorno ai propri leader confermando loro una fiducia assoluta che è soprattutto fideismo acritico.

Se così non fosse, alla vigilia di un'udienza al Tribunale civile di Roma su un ricorso presentato in merito alla presunta ineleggibilità di Virginia Raggi a sindaco di Roma per aver firmato un contratto capestro che prevede una multa da 150mila euro in caso di scelte non concordate con i vertici del Movimento nonostante la norma costituzionale sul non-vincolo di mandato, qualcuno di questi sostenitori dovrebbe chiedersi come mai le regole imposte agli altri non valgano anche per chi le trasmette.

Vale tutto e il contrario di tutto
Anche Grillo e Casaleggio hanno cambiato idea su Verhofstadt e i liberali e democratici europei, considerati prima il gruppo presente all'Europarlamento più vicino alla Troika e poi addirittura degli alleati. Eppure nessuno si è sognato di chiedere anche a loro un rimborso per il gigantesco danno d'immagine che hanno provocato al Movimento nel giro di 72 ore.

“C'è stato l'input di non rappresentare opinioni personali divergenti dalla linea ufficiale – spiega a Panorama.it una fonte che conosce bene le dinamiche interne al Movimento – chi lo fa, come dimostrano le numerose espulsioni, rischia di essere messo al bando”.

A prescindere dai contenuti la base resta allineata a ogni capo capovolta dei leader. In tanti, per esempio, erano sinceramente soddisfatti della possibilità di entrare nell'Alde, “si trattava di un tentativo di iniziare a incidere nelle decisioni importanti. Che cominci a emergere una certa impazienza rispetto alla sterile protesta è vero”. Ma poi, appena il progetto è andato a monte e Grillo ha di nuovo fatto marcia indietro verso l'Ukip (la cui funzione dopo Brexit aveva definito esaurita proprio per giustificare l'intesa con i liberali), quasi tutti si sono di nuovo riconvertiti.

Lo stesso è avvenuto con la cosiddetta “svolta garantista” che di certo non cancella l'istinto primordiale giustizialista della base (“se ci sono 100 indagati , meglio 100 onesti in galera che un solo disonesto in libertà”), ma in qualche modo dovrebbe limitarne i danni. Se Virginia Raggi dovesse infatti riuscire a superare le turbolenze di questi primi mesi, moltissimi comuni si ritroveranno probabilemente a breve a essere amministrati da giunte grilline.

E in ballo c'è anche il governo del Paese ("ma è difficile che dopo il 'no' alla riforma, con due camere che continueranno a dare la fiducia, potremo veder nascere un esecutivo pentastellato"). Essere costretti a sospendere o espellere chiunque al primo avviso di garanzia non sarebbe più sostenibile.

Ma c'è anche un altro scenario ed è quello che si concretizzerebbe qualora la Raggi fallisse. A quel punto le fibrillazioni interne esploderebbero del tutto e l'opinione pubblica aprirebbe gli occhi anche sui vertici del Movimento. “Ma questa è storia che deve farsi. Il presente è monocolore: Beppe Grillo e il fideismo acritico. Tollerato, accettato, voluto, perché necessario e indispensabile sbocco alla sfiducia diffusa”.

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