Politica

Benigni: il Pinocchio che si fa Geppetto

Da "Piccolo diavolo" a vero presidente della Repubblica. Favorevole alla riforma, Benigni sta diventando già un busto illustre

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Carmelo Caruso

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Più si fa immortale ragionando di Costituzione e meno ci fa morire dal ridere.

Al contrario di Barack Obama che scende dalla Casa Bianca e sta per salire in palcoscenico, Roberto Benigni sta uscendo dal teatro per entrare a palazzo. Anche se Sergio Mattarella è il presidente in carica, Benigni è il vero presidente per emozione e acclamazione. E infatti, nello stesso giorno, il 2 giugno, in cui il Corriere della Sera intervistava Mattarella, La Repubblica faceva giurare l’altro presidente.

In un’intervista distesa e dotta, Benigni voleva così convincerci a cambiare vestito alla nostra Carta, e dunque, votare sì al referendum che ne prevede la riforma.

È stata un’epifania. Benigni è già stato arruolato, nell’Italia del derby costituzionale, dai futuristi d’assalto che vogliono correggere la nostra Costituzione e insolentito dai sansepolcristi che vogliono difenderla con il coltello e le giberne.

La verità è che il divino attore, che speculava come Benedetto Croce, per la prima volta, più argomentava ma meno ci meravigliava con gli argomenti.

Invece di fare il solletico ai corazzieri, Benigni si metteva alla lavagna e non dietro come faceva quando era il piccolo diavolo. Eppure era lo stesso Benigni che ci ha fatto perdere nella Costituzione proprio perché la divulgava, ma non pretendeva di amministrarla; era lo stesso che l’ha spolverata e che le ha tirato i capelli come un nipote fa con la sua vecchia zia.

Oggi che invece parla di revisione, bipolarismo e scarti elettorali, Benigni non salta e non ci incanta, ma sembra già un busto illustre, un Geppetto serio e pensoso. Solo ora che ha smesso di fare Pinocchio, Benigni rischia di farsi di legno.


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