Banca Etruria e Pd: tutti i legami tra banca e politici

Oltre agli interessi del padre della Boschi, ci sono anche quelli di Renzi e di Lotti a creare imbarazzo al governo

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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Non basta l'esito dato praticamente per scontato delle votazioni sulle mozioni di sfiducia presentate da Lega e Movimento 5 Stelle contro Maria Elena Boschi e che il centrodestra sta preparando contro il governo, a rasserenare il clima in casa Pd.

Lo scandalo Banca Etruria rischia infatti di aver effetti molto più a lungo termine rispetto a quanto Matteo Renzi si auguri. Al di là dei risvolti giudiziari che la vicenda avrà, il premier si ritrova infatti a dover fare i conti con la prima vera crisi d'immagine e di fiducia da parte dell'opinione pubblica.

Cosa c'è infatti di tanto nuovo e diverso in questa cosiddetta nuova generazione di politici e amministratori di centrosinistra emersa grazie alla rottamazione di quella passata, se poi anch'essa si ritrova al centro del solito intreccio di interessi pubblici e privati

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Immischiato nella vicenda Etruria non c'è infatti solo Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, in quanto ex vice presidente dell'istituto di credito “salvato” dal decreto emanato dal governo a fine novembre, ma anche il suo, Tiziano Renzi.

Imprenditore e politico locale, insieme alla moglie, Laura Bovoli (mamma del premier), Renzi senior sarebbe stato a lungo in affari proprio con il presidente dell'istituto di credito fallito, Lorenzo Rosi, uno dei sette amministratori al momento indagati. E non solo. Tra i “finanziatori” di una delle sue aziende, la Chil Post, fallita nel 2013, figura poi un altro genitore illustre, Marco Lotti, padre dell'attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro del premier Luca.

Fu infatti lui, in qualità di dirigente della Bcc di Pontassieve, a concedere alla società di Tiziano un mutuo da 697mila euro. E quando avveniva tutto ciò? Il 22 giugno del 2009, proprio il giorno in cui Matteo Renzi diventava sindaco di Firenze. Senza contare i rapporti che il premier in persona ha intrattenuto con diversi istituti di credito quando ancora non ricopriva incarichi pubblici e che un'inchiesta in edicola domani sul nuovo numero di Panorama illustrerà dettagliatamente

Insomma, un garbuglio che accresce l'imbarazzo e complica non poco il quadro generale già gravato dal fatto che c'è una banca, di cui il padre del ministro Boschi era vicepresidente, e tra i cui azionisti figuravano anche la stessa Boschi e la presidente del Friuli Venezia Giulia e vice segretaria dem Debora Serracchiani, “salvata” da un decreto del governo di cui la Boschi è tra i principali esponenti.

Innocentisti, colpevolisti e l'opportunità politica

Che ci sia o non ci sia questo conflitto d'interessi è oggi motivo di scontro tra colpevolisti e innocentisti. Quel che è certo è che esiste però anche un problema di opportunità politica. Opportunità politica per cui in passato sono stati fatti dimettere ministri come Anna Maria Cancellieri, Josefa Idem e Maurizio Lupi.

Ecco perché, anche se il presidente del Consiglio è convinto che alla fine la mozione di sfiducia rappresenterà un autogol per chi l'ha presentata, ad oggi è lui quello costretto non solo a difendersi dagli attacchi delle opposizioni, ma anche a dover rassicurare e convincere della propria buona fede buona parte dell'opinione pubblica.

E ciò nonostante il fatto che la stessa Boschi, da azionista di Banca Etruria, con il decreto emanato dal governo ci abbia rimesso il valore delle sue azioni e che il provvedimento in questione sia servito a salvare un milione di correntisti e 7.200 posti di lavoro e che per farlo non si sia dovuti ricorrere, come sempre accaduto in passato, ai soldi dei contribuenti ma a quelli delle banche stesse, quelle sane (Intesa Sanpaolo, UniCredit e Ubi) che tireranno fuori qualcosa come 3,6 miliardi di euro per il salvataggio.


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Se lo scandalo si allargasse...

“Chi ha truffato pagherà e chi è stato truffato sarà risarcito” ha promesso ieri il premier dal salotto di Porta a Porta. Ma nel frattempo? Se lo scandalo si allargasse? Il problema è proprio questo. Il timore vero è che anche a Pier Luigi Boschi possa arrivare un avviso di garanzia.

inora sono tre i filoni d'inchiesta aperti dalla Procura d'Arezzo e un quarto è all'orizzonte. Gli indagati sono al momento sette. Ma nulla può far escludere che ce ne siano altri in arrivo. Conflitto d'interessi, truffa, ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio, manipolazione del mercato, sono solo alcune delle ipotesi di reato formulate. A parte la gravità delle accuse, il problema è anche che esse fanno rifermento al periodo tra il 2012 e il 2013, proprio quello durante il quale papà Boschi sedeva nel consiglio di amministrazione della Banca mentre il successivo fallimento arriverà nel 2014 quando lui era già diventato vice presidente.

Non solo. Qualcuno infatti già insinua il dubbio che non sia vero, come ha promesso Renzi, che “chi ha truffato pagherà”. A parte le multe inflitte da Bankitalia ai banchieri “incapaci” tra cui lo stesso Pier Luigi Boschi, costoro potrebbero forse non rischiare altro. Oltre al “salva-banche”, il governo infatti ha anche emanato un provvedimento che introdurrebbe una sorta di “scudo” per gli amministratori responsabili del fallimento delle loro banche grazie al quale gli azionisti singoli non possono fargli causa. Che ci sia o meno conflitto d'interessi, il problema resta.

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