Politica

Autonomia, è ancora la parola d'ordine del Veneto

La regione guidata da Luca Zaia ha voglia di indipendenza ed il "Partito dei Veneti" si rafforza

venezia Veneto indipendentisti

Antonio Rossitto

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«No se pol far de manco!». Desideroso d’ingaggiar battaglia a Lepanto, il condottiero Sebastiano Venier, prima di diventar Doge, esortava in dialetto i tentennanti alleati genovesi: «Non si può farne a meno!». Mutuando quella belligerante frase, pure gli autonomisti veneti si sono convinti: il momento è giunto. Urge riporre fanatismi e folklore. E tentare l’ardita impresa: diventare la mosca al naso della Lega, proprio laddove miete le percentuali più bulgare. Nove movimenti si sono così saldati, per varare il Partito dei veneti. Il 19 ottobre 2019 l’intesa sarà celebrata con una «reunion» nel padovano Gran Teatro Geox. Proprio mentre la Lega, assieme agli alleati, manifesterà a Roma contro il governo. Voi direte: che importa? Qualche centinaio di indomiti tentano di far da contraltare a decine di migliaia di persone. Come paragonare il carro armato russo T-14, capace di dintegrare un barsaglio a otto chilometri, al carnevalesco «Tanko» dei Serenissimi, che più di vent’anni fa tentava l’assalto al campanile di piazza San Marco con un cannone sparaturaccioli. Eppure è il segnale del ribollìo. Un rigurgito che parte dal profondo Veneto, per rimescolarsi con la delusione di altri territori del Nord. Matteo Salvini dice «prima gli italiani». «E chi se ne ciava dei foresti?» direbbe il Poiana, disilluso imprenditore leghista interpretato da Andrea Pennacchi.

Già, a lui interessa il suo capannone, pagar meno tasse e innalzare la bandiera con il Leone alato. Un’iperbole, per carità. Ma certamente la svolta sovranista del Carroccio e l’autonomia rinfoderata dai giallorossi sobillano gli animi: nostalgici dell’«Umberto Bossi», imprenditori antistatalisti e cittadini convinti che ogni male risieda Oltretevere. Li hanno titillati per lustri: secessione, basta tasse, «paroni a casa nostra». Due anni fa li hanno perfino mandati alle urne, per votare il referendum sull’autonomia. Oltre cinque milioni di cittadini, in Lombardia e Veneto, hanno detto sì. Un plebiscito.

E ora che succede? Il ministro degli Affari regonali, Francesco Boccia, ha già messo a verbale il più legnoso degli intendimenti: «L’obiettivo politico è definire entro l’anno la norma quadro che farà da perimetro all’autonomia». Insomma, una legge omnibus che metta insieme tutte le richieste delle regioni italiane. Un’irrealizzabile supercazzola? Il governatore veneto, Luca Zaia, sbraita: «Scenderemo in piazza». Il presidente lombardo, Attilio Fontana, minaccia: «Faremo da soli». Ma l’antifona che echeggia da Palazzo Chigi è chiara: calende greche. I giallorossi pescano voti al Sud. Votare una legge che, a torto o ragione, viene percepita come antimeridionalista sarebbe deleterio. E gli scaltrissimi neoalleati sono disposti a tutto. Ma non a tagliarsi le gambe da soli.

La disputa però potrebbe allargarsi. «Non abbiamo ottenuto niente neppure dal precedente governo» attacca Cesare Busetto, uno dei fondatori del Partito dei veneti. «Tanti roboanti proclami, nulla di concreto» sintetizza. Alle urne, dunque. La prossima primavera si vota per le Regionali. Durante l’imminente «convention» veneta sarà presentato il «Piano di rinascita»: autogoverno, decentramento del fisco, contributi a chi è residente da almeno dieci anni. E rilancio dei «Dogi», la squadra di rugby veneta. Per partecipare al Torneo Sei nazioni di rugby, assieme ai cugini indipendentisti gallesi e scozzesi.

Ma il neo cartello elettorale non promette sfracelli solo in campo. «Puntiamo al dieci per cento» azzardano i duri e puri. Peccato che il consenso di Zaia rimanga vertiginoso. Le nuove geometrie romane gli permettono perfino di scaricare ogni attendismo sul nuovo esecutivo: «Meridionalista!». «Ma la nostra gente ha capito» insiste Busetto. «Anche la Lega non ha portato a casa neppure un briciolo di quello che aveva promesso. Le pare possibile che nelle nostre scuole mancano centinaia di supplenti che tornano al Sud?». Viva el leon che magna el teròn? «Tutt’altro: veneto è chi veneto fa».

La propaganda potrebbe beneficiare di qualche stratificato dissapore. Zaia avrebbe mal digerito la salvinizzazione del partito nella sua regione. Lo scorso luglio viene defenestrato il segretario della Liga, il fedele Toni Da Re. Procedura inedita: nessun Consiglio federale, avvicendamento in sordina. Arriva un commissario: il fedelissimo del Capitano, Lorenzo Fontana, allora ministro della Famiglia. Quindi? «Lo scenario è in movimento» ammette sibillino uno stimato palafreniere del governatore. E Zaia si guarda bene per adesso da annunciare la sua ricandidatura. Va bene: i soliti retroscenismi. Ma chi avrebbe scommesso due anni fa sulla rinuncia di Roberto Maroni a correre nuovamente per la guida della Lombardia? Nessuno, appunto. Nel mentre, anche nella regione dell’Alberto da Giussano, proliferano movimenti e comitati. Nel nome della mai assopita indipendenza.

«Il fallimento dell’autonomia ha aperto nuovi spazi» ragiona il politologo Paolo Feltrin, storico studioso della Liga Veneta. «È una pentola che continua a sbuffare. In un anno e mezzo non è stata portata in Consiglio dei ministri nemmeno una proposta. Del resto, un partito nazionale è in contraddizione con una forte autonomia del Nord». La tesi è questa: Salvini non poteva scontentare i neoelettori appena guadagnati da Roma in giù. La Lega adesso è un partito sovranista, da Agrigento a Bolzano.

Perché Salvini è riuscito in una delle più straordinarie imprese della storia repubblicana: trasformare una scialuppa di salvataggio in un traghetto, che naviga attorno al 30 per cento. Ribaltare le coordinate di un movimento così radicato nelle regioni settentrionali è stata un’impresa ardita. E conquistare milioni di voti al Sud ha avuto uno spiacevole corallario: disilludere i veneti e i padani più nostalgici.

Il mormorio sale. Roberto Brazzale guida l’omonima azienda di Zanè, nel vicentino. È il più antico gruppo caseario italiano. Un colosso alimentare da 150 milioni di euro di fatturato, che fa burro e formaggi da sette generazioni. Brazzale non ha mai nascosto le sue simpatie indipendentiste. Due anni fa s’è perfino speso per il Referendum sull’autonomia: incontri, convegni, dibattiti. Ora si sente tradito. «Ogni velleità è stata frustrata» racconta. «Il progetto che ha trasformato la Lega da federalista a centralista c’ha reso orfani. E sottotraccia c’è un malcontento forte e trasversale: operai, partite iva, imprenditori».

Brazzale giura che, fuori dai consessi confindustriali, gli ormai iconici capannoni schiumano di delusione. Come quella che ha vomitato a Propaganda live il Poiana di Pennacchi: veneto di Casale di Scrodisia, il paese dove ad aprile 2014  trovano un altro «Tanko», pronto a muoversi alla volta di Venezia, nel solco dei Serenissimi. L’enfatica geremiade di un irriducibile indipendentista. Pure il Poiana smoccola. Gli hanno parlato di secessione, poi di federalismo, dopo di autonomia, ha perfino votato al Referendum. E adesso? Non gli resta che tornare nel suo capannone, per ricominciare a costruire quel «carro allegorico». Blindato. 

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