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AAA autonomia differenziata cercasi

La riforma in arrivo per Lombardia, veneto e Lombardia adesso piace alle regioni del Sud. Che aspettano

Venezia

Potrebbe passare alla storia come la riforma di san Faustino. Il 15 febbraio, giorno dedicato al patrono di Brescia e protettore dei single, è la data clou per firmare l’intesa sull’autonomia di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. I disfattisti preferiscono definirla una proposta Spacca-Italia ma, in realtà, piace anche a qualche regione del Sud. «Vogliamo arrivare a fabbisogni e costi standard ed estendere questo meccanismo a tutte le regioni» ha spiegato qualche giorno fa Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali e le autonomie, in una lunga intervista al quotidiano La Verità. «L’idea è quella di stabilire quanto dovrebbe costare un servizio e poi moltiplicarlo per la quantità di servizi da offrire, così da eliminare finalmente sprechi e iniquità».

L’iter seguito dal governo per rispondere alle richieste di maggior autonomia è lo stesso seguito dal governo precedente, a guida Pd. E, prendendo le mosse da una legge voluta da Roberto Calderoli nel 2009, che prevedeva una ricognizione dei fabbisogni e dei costi standard, ha portato alla firma di una sorta di pre-intesa con le tre Regioni. È la Costituzione ad aver previsto, all’articolo 116, che ci sia un accordo tra Stato e Regioni sulle materie da trasferire. Quelle a trazione federalista non si limitano a trattare sulle materie a legislazione corrente, come la sanità, ma vorrebbero incidere anche sul residuo fiscale, ossia sulla differenza tra le tasse pagate su base regionale e i trasferimenti dello Stato.

Per gli esperti ci vorrà del tempo prima che le regioni possano trattenere sul proprio territorio gli incassi Irpef: più o meno sei anni a far data dall’approvazione della legge in Parlamento. Al momento i tecnici dei vari ministeri coinvolti sono al lavoro per definire i costi storici delle varie funzioni amministrative potenzialmente trasferibili e se quei costi dovessero essere equivalenti a un decimo dell’Irpef, quel decimo potrebbe restare nelle casse regionali. Dove non verrà raggiunta l’intesa, invece, lo Stato, prevede la riforma, continuerà a far fronte alla spesa storica. La redistribuzione delle risorse fiscali, in ogni caso, «con questo meccanismo», ha spiegato Antonella Baccaro sul Corriere della sera, «resterà comunque saldamente nelle mani dello Stato centrale, come richiede il principio solidaristico previsto dalla costituzione».

All’ordine del giorno, però, non c’è solo l’affaire finanza. In alcune materie il trasferimento delle competenze è un vero e proprio rompicapo: l’istruzione, per esempio. Se le competenze passeranno alle regioni, che contratto sarà applicato agli insegnanti? E come verranno reclutati? Alla base rimarrà il contratto collettivo nazionale di lavoro, ma la regione con più autonomia potrà attivare contratti di secondo livello, a mo’ di gabbie salariali, prevedendo anche degli incentivi per chi deciderà di scegliere quell’area per andare a insegnare. I concorsi su base regionale potranno essere banditi a livello nazionale e verrà creato un ruolo in cui iscrivere i nuovi dipendenti. È stata prevista la mobilità verso altre aree, ma solo se da quella di provenienza il datore di lavoro riterrà possibile il trasferimento.

L’idea autonomista alletta. E sul treno in corsa sono salite anche Liguria, Piemonte, Toscana, Umbria e Marche. Altre aspettano di leggere la prima intesa. Altre potrebbero cambiare idea dopo il voto. Come la Basilicata, dove l’attuale giunta di centrosinistra di autonomia non vuole neanche sentir parlare, ma che un eventuale ribaltone potrebbe rimettere in corsa. È un’area ricca, tra le prime al Sud per Pil, e con le royalties del petrolio da gestire un po’ di autonomia in più potrebbe far gola agli amministratori. Dalla Lega lucana, infatti, si sfregano le mani e il senatore Pasquale Pepe sui social indica già la Basilicata come la nona Regione del grande progetto del ministro Stefani.

La Liguria ha fatto i compiti per casa e ha tirato fuori una proposta light rispetto alle tre regioni trainanti. Le richieste riguardano solo cinque materie concorrenti, contro le 23 del Veneto e della Lombardia e le 15 dell’Emilia Romagna, ma legate ai temi clou di quel territorio: la gestione diretta delle concessioni autostradali, i porti, la sanità e l’ambiente.

Parte dalla Calabria con tanto di diffida ufficiale e protocollata, invece, la rivolta contro il regionalismo differenziato. E nella sua battaglia contro «la secessione dei ricchi», frase coniata dall’economista Gianfranco Viesti, la Calabria prova a coinvolgere tutto il Mezzogiorno, convocando una Conferenza degli Uffici di presidenza dei consigli regionali di Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, «al fine di perseguire eventuali convergenze tra le regioni del Meridione». Il governatore della Campania Vincenzo De Luca è già sulla stessa linea e ritiene che «con la concessione dell’autonomia diventerebbe ancora più profondo il divario tra aree ricche e aree povere dello Stato, ledendo l’unità nazionale». La richiesta che parte da Sud è che il meccanismo in preparazione preveda prima la determinazione dei livelli essenziali di prestazione, in modo che non si possa mai scendere al di sotto di una soglia.

Una sonora bocciatura è arrivata dallo Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, il cui presidente, Adriano Giannola, ha respinto in toto l’idea che le regioni del Nord possano trattenere i residui fiscali. «Nel saldo tra entrate e spese pubbliche», ha spiegato, «si omette di includere l’onere per gli interessi che lo Stato corrisponde ai titolari del debito pubblico (famiglie e imprese, banche) di quelle Regioni». E mentre Abruzzo e Molise fanno orecchie da mercante, senza avviare formalmente alcuna iniziativa per rispondere alla chiamata del governo sull’autonomia, dalla Puglia il governatore Michele Emiliano ha una visione tutta sua: «Il Sud non si aiuta con l’assistenzialismo e i regimi di favore, ma applicando la cura mitteleuropea che io ho adottato in Puglia. Con più autonomia potrei incidere nella vita della mia Regione ed evitare perdite di tempo, impugnative e ostacoli burocratici». Emiliano non ha perso tempo e a luglio la sua giunta ha approvato una delibera con la quale ha avviato l’iter per formulare una proposta per un eventuale referendum, come in Veneto. «L’autonomia di Emiliano? Un grande bluff».

Dall’opposizione lo rintuzzano. «In ogni caso», sostiene il segretario regionale pugliese della Lega Andrea Caroppo, «lui è la persona meno indicata a chiederla e ad esercitarla». Insomma, il dibattito è abbastanza acceso. Ma il ministro Stefani stempera le polemiche: «C’è stata un’ondata di allarmismo. Qui non parliamo di statuti speciali, ma di un nuovo modo di intendere il rapporto tra Stato e Regioni». E sostiene di credere «in modo fermo» nelle regioni: «Sono le istituzioni più vicine ai cittadini e hanno qualcosa in più in termini di fiducia», afferma. Poi, ammette: «Se parli del Parlamento è inevitabile che il pensiero di qualcuno vada a palazzi, auto blu e privilegi. In questa crisi di rappresentatività, invece, le regioni sono un patrimonio». Parola di ministro.

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