Asse Renzi-Verdini: le deboli ragioni della minoranza Pd

Dopo le nomine di 3 senatori nelle commissioni del Senato, gli avversari interni del premier minacciano di uscire dal partito in caso di alleanza elettorale

Renzi-Verdini

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ospite al programma televisivo ''In 1/2 ora'', negli studi Rai di via Teulada a Roma, 4 ottobre 2015. – Credits: ANSA/GIORGIO ONORATI

Claudia Daconto

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Sei mesi dopo l'addio di Denis Verdini a Silvio Berlusconi, il gruppo fondato dall'ex braccio destro del leader di Forza Italia incassa tre vicepresidenze di altrettante commissioni del Senato: Eva Longo alle Finanze, Pietro Langella al Bilancio e Giuseppe Compagnone alla Difesa. Il giro di poltrone arriva all'indomani del voto a favore del ddl Boschi sulla riforma costituzionale in cui a risultare determinanti erano stati proprio i voti dei senatori di Ala.

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Messo sotto accusa dalla sua minoranza interna Matteo Renzi ha voluto subito smentire che si tratti davvero dell'ingresso di Verdini nella maggioranza. Formalmente ha ragione. Nel senso che come sostiene il senatore dem Giorgio Tonini, riconfermato alla presidenza della commissione Bilancio, “mica Verdini e il suo gruppo hanno votato la fiducia al governo”. Ma nella sostanza l'asse Renzi-Verdini è da ieri un dato di fatto.

Il botta e risposta tra Renzi e i dissidenti Pd

“Ieri il voto di Verdini & company al Senato, decisivo ai fini del raggiungimento della maggioranza assoluta, oggi l'elezione di tre vice presidenti delle commissioni al Senato – è sbottato Roberto Speranza - Forse è il caso che Renzi ci dica se esiste una nuova maggioranza politica che sostiene il governo e che comprende anche Verdini”. “La maggioranza costituzionale è sempre più ampia di quella politica” è stata la replica del premier che ha aggiunto di non vedere nel balletto di nomine alcuna notizia. Lui no, ma la minoranza del suo partito invece sì e, a giudicare dalle reazioni, la considera anche una pessima notizia.

Il fantasma del partito della nazione

Pessima perché intravede all'orizzonte, se non già in atto, la nascita di quel famigerato partito della nazione che, ha avvisato Gianni Cuperlo, comporterebbe una “spaccatura insanabile” all'interno del Pd. A parte il fatto che di “spaccature insanabili” all'interno del Pd, da quando Renzi è alla guida del Nazareno e di Palazzo Chigi, i suoi oppositori ne hanno già minacciate una al mese senza che alle minacce siano seguiti mai fatti concreti eccetto l'addio traumatico di Fassina, c'è anche da dire che se il Pd si fosse dimostrato più coeso e compatto piuttosto che dividersi ogni volta mettendo a rischio le riforme su cui questo governo punta tanto, allora di “Verdini & company”, per dirla con Speranza, non ci sarebbe stato bisogno.

Perché Renzi non può rinunciare a Verdini

Se in futuro il soccorso di Verdini si trasformerà in un'alleanza vera e propria in chiave elettorale è anche perché Renzi non può fidarsi di chi, nel Pd, ancora lo percepisce come un corpo estraneo alla Ditta e sogna di espellerlo il più in fretta possibile. Impresa ogni giorno più ardua se nel frattempo l'allargamento al centro si renderà sempre più necessario alla sua sopravvivenza. Allargamento che però non è certo stato inaugurato da Matteo Renzi. La minoranza dem fa finta di dimenticare che ancor prima che Renzi governasse con il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, Enrico Letta governava con il Pdl di Silvio Berlusconi.

La vera natura del Pd

Ma per i vari Bersani, Speranza, Cuperlo, il vero problema non si chiama né Berlusconi, né Alfano, né Verdini, bensì Matteo Renzi. Questo il premier lo sa ed è ovvio che, avendo deciso di giocarsi il suo futuro politico con il referendum di ottobre, anche in vista di quell'appuntamento faccia di tutto per garantirsi l'appoggio che sente mancargli in casa. Questa operazione rischia di snaturare il Pd come denunciano i nemici del premier? Forse. Ma prima di rispondere a questa domanda bisognerebbe chiedersi quale sia la natura del Pd. Se, come sostengono anche i leader della minoranza, la sua principale vocazione è quella di fare le riforme, allora è bene che loro per primi le sostengano e accettino il fatto che per approvarle servono maggioranze più larghe del solo perimetro del loro partito.

L'ipocrisia della minoranza dem

Riforme sì ma non a costo allearsi o di governare con Verdini? I nostalgici della Ditta che intravedono nelle vicepresidenze di commissione assegnate all'ex consigliere di Berlusconi il futuro partito della nazione, sono gli stessi che fino a oggi hanno chiesto di cambiare l'Italicum proprio perché siano reintrodotte le coalizioni. E Pier Luigi Bersani è sempre colui che nel marzo del 2013 accettò di essere umiliato in diretta streaming dal Movimento 5 Stelle pur di convincerlo a governare con il Pd dopo la non vittoria del mese prima. Se l'ex segretario non ci è riuscito con Grillo e quello attuale ci sta riuscendo con Verdini e Alfano, non è un problema di Renzi visto che il problema di Renzi è quello di portare a casa le sue riforme.

Cosa rischia Renzi

Il tema al limite può essere se le riforme di Renzi, a cominciare da Jobs Act, Buona Scuola, riforma del Senato, Italicum, sono anche le riforme del Pd. La minoranza attende ora la Direzione nazionale di questa sera per sapere se nei programmi del segretario nazionale dei dem c'è anche quello di sostituire i pezzi che si sono staccati a sinistra (Fassina, D'Attore ecc), con pezzi della destra perché in tal caso, è la minaccia, in tanti non si sentirebbero più a casa. Non c'è dubbio che Matteo Renzi stia correndo molti rischi. Le amministrative di giugno si avvicinano e il test elettorale, soprattutto in città come Roma e Napoli, potrebbe non essere indolore. La spaccatura che a livello nazionale crea fibrillazioni, ma non molto di più, sui territori rischia di trasformarsi in una disfatta elettorale. Per questo non ci sarà a breve alcuna formalizzazione della nascita di un governo Renzi-Verdini. La minoranza dem continuerà ad abbaiare senza mordere e la ventilata resa dei conti finali rimandata ancora una volta.

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