Politica

Artico, la nuova zona di guerra tra superpotenze

Nella corsa al predominio polare spicca la Russia che si scontra con Usa, Cina e Canada

Polo Nord Artico

di Gian Marco Litrico (da Vancouver)

«Quando gli “uomini di ghiaccio” arriveranno, lo faranno in forze». Inizia così il capitolo dedicato all’Artico da Tim Marshall, nel saggio di geopolitica - illuminante e avvincente - Prisoners of Geography. Chi sono questi uomini di ghiaccio? L’autore non ha dubbi. Sono i russi, la potenza oggi dominante nell’oceano del Nord. E questo nonostante «gli incidenti di percorso» della Marina di Mosca, come quello avvenuto il 1° luglio scorso nel mare di Barents, dove il sottomarino nucleare classe «Losharik» è andato in fiamme, provocando la morte per soffocamento di 14 marinai.

A questo mostrare i muscoli come ai tempi della Guerra fredda fa da contraltare il boom delle crociere nella zona polare. Già un’ottantina di navi, tra quelle più «intime» da 200 passeggeri a quelle più chiassose con 1.500 vacanzieri, solcano le acque estreme, tra luglio e settembre. E un’altra trentina verrà varata nei prossimi quattro anni. Un viavai che preoccupa le autorità di search and rescue e ha imposto nuovi standard di sicurezza a bordo, inclusi equipaggiamenti di emergenza per garantire almeno cinque giorni di sopravvivenza in attesa dei soccorsi. Per Jonathan Goldsmith della compagnia Arctic Swoop, «il mercato delle crociere polari vale 90 milioni di dollari annui e cinque mila passeggeri solo in Canada».

Spazio per l’avventura, potenziale teatro di guerra, mare per le vacanze a portata di selfie, casa millenaria degli inuit (la denominazione politicamente corretta degli eschimesi): l’Artico conta molte dimensioni. Da 30 anni è anche un laboratorio a cielo aperto dove si vede scorrere, a velocità doppia in verità, il film del cambiamento climatico.

Per capirne di più, allora, bisogna mettere da parte la cartina mondiale con la proiezione di Mercatore, e guardare il mappamondo dall’alto, per immaginare lo spettacolo in diretta di un nuovo mare in formazione, libero dai ghiacci.

Qui a causa del global warming sta cambiando tutto e le ramificazioni non sono solo regionali, ma planetarie. In alcune delle simulazioni, tra il 2040 e il 2050 le acque artiche saranno completamente navigabili per l’intero anno. Altre proiezioni rinviano quel momento alla fine del secolo. L’Artico navigabile significa soprattutto accorciare del 40 per cento il viaggio via mare dall’Europa all’Asia: tre mila miglia nautiche in meno da Amburgo a Shanghai, senza dover passare da Panama o da Suez, con il vantaggio di navigare in acque più profonde con navi più grandi. Significa, ecologicamente parlando, risparmiare tonnellate di CO2.

Le potenzialità sono enormi, ma non equamente distribuite. La rotta di Nord-ovest si snoda a zigzag tra le isole dell’arcipelago canadese, in acque con uno status giuridico contestato (interne per i canadesi, internazionali per il resto del mondo). La rotta di Nord-est costeggia la Siberia settentrionale, si trova in acque russe ed è connessa alla Northern Sea Route, che si estende dalla costa siberiana allo stretto di Bering, con tanto di pedaggio da pagare a Vladimir Putin.

Lo scioglimento dei ghiacci sta anche rendendo più accessibili le risorse minerarie della regione. Già adesso il 10 per cento del petrolio e il 25 per cento del gas naturale mondiale (in massima parte off-shore) viene dall’Artico. L’impianto di Gazprom nella penisola di Yamal, già operativo, fornirà fino a 360 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, trivellando fino a 2 mila metri di profondità e a 50 gradi sottozero.

L’Artico, però, contiene anche il 13 per cento del petrolio mondiale ancora da scoprire e il 30 per cento del gas naturale. Shell ha speso 4,5 miliardi di dollari in prospezioni prima di poter estrarre un solo barile. Assieme agli enormi rischi ambientali - 25 anni fa, il naufragio della Exxon Valdez causò danni per due miliardi di dollari e si riuscì a ripulire solo il 10 per cento del petrolio disperso in mare - c’è il problema dei costi di produzione, che fanno schizzare il prezzo del petrolio artico a 120 dollari al barile come calcola l’Agenzia internazionale per l’energia, contro i 65 dollari del prezzo medio internazionale.

Ma il contraltare delle opportunità energetiche riguarda l’ambiente. Pierre LeBlanc, un colonnello in pensione dell’esercito canadese, vent’anni di esperienza nell’Artico, lavora come consulente per l’industria estrattiva dei diamanti e ha un’esperienza diretta della metamorfosi: «La vegetazione diventa più alta perché le radici arrivano più in profondità. Ci sono specie animali che non si erano mai viste prima nel nord, come le cavallette a Yelloknife. Il permafrost, lo strato di terreno ghiacciato su cui si è costruito per secoli nell’Artico, si sta scongelando e libera il metano accumulato nel sottosuolo, 32 volte più “efficiente” della CO2 nel provocare l’effetto serra. Inoltre bisogna riasfaltare piste di atterraggio, consolidare edifici, ripensare le infrastrutture portuali. Persino gli inuit perdono l’orientamento, e in qualche caso la vita, perché le piste che una volta erano sicure ora non lo sono più».

Con questi rivolgimenti, gli equilibri geopolitici cambiano di conseguenza. In uno dei luoghi più inospitali del pianeta, la stessa parola «sovranità» ha un significato tutto da decifrare, tra zone economiche esclusive e veicoli subacquei a guida autonoma per mappare il fondale marino e dimostrare che è la prosecuzione geologica della massa continentale, e come tale di pertinenza dello Stato costiero.

Dopo la fine della Guerra fredda, la dissoluzione dell’Unione sovietica e la riduzione della presenza militare americana (oggi ci sono solo 27 mila soldati in Alaska), il multilateralismo è stato il criterio geopolitico dominante nell’area. Con Putin, però, le cose sono cambiate e l’Artico è tornato a essere una priorità per Mosca. Un predominio dalle molte facce, a partire dal peso specifico demografico: la metà dei 4 milioni di abitanti che vivono entro la linea del Circolo polare artico sono russi. Sulle coste canadesi o dell’Alaska ci sono villaggi, su quelle russe ci sono città, come Murmansk, dove è acquartierata la flotta del Nord, con 400 mila abitanti.

I russi sono da sempre alla ricerca di porti in acque navigabili: perciò si sono ripresi la Crimea e Sebastopoli, sul Mar Nero. Murmansk è tornata dunque a essere strategica. Con un’economia comparabile per dimensione a quella italiana, la maggior parte delle spese militari russe, che sono aumentate con Putin, riguardano l’Artico. I segnali, e i fatti a supporto, sono molti: nel 2014 Mosca ha svolto la più imponente esercitazione militare nella regione dai tempi della Guerra fredda. Ha una flotta di oltre 60 navi rompighiaccio, di cui sei a energia nucleare. Occorre un miliardo di dollari e 10 anni per costruirne una, per cui il suo vantaggio al momento è incolmabile. C’è poi l’escalation silenziosa fatta di incursioni simulate a navi in acque internazionali, attacchi elettronici per mettere fuori uso il Gps, immersioni di sommergibili in prossimità dei cavi sottomarini su cui viaggia una parte importante del traffico Internet tra Europa e America, persino balene-spia per monitorare le attività Nato.

In tutto questo, Pechino diventa un interlocutore fondamentale: Putin si è incontrato con Xi Jinping più che con qualsiasi altro leader straniero, mentre Cnpc, azienda di stato cinese, ha firmato un contratto trentennale con Gazprom per la fornitura di gas che arriverà direttamente in Cina.
Pechino, a sua volta, si autodefinisce un Paese «quasi artico», etichetta a rigor di logica applicabile anche alle Bahamas, o che permetterebbe di definire l’Uganda come un Paese «quasi antartico». Guidata dal suo fiuto per le risorse naturali strategiche, Pechino cerca minerali in Groenlandia e intese con aziende finlandesi per posare un cavo sottomarino dedicato al traffico internet tra Nord Europa e Asia. In più ha annunciato investimenti per un migliaio di miliardi di dollari, per creare una «Via della seta» marittima per portare le merci in Europa e importare il petrolio. Non solo, si attrezza per proiettare la sua potenza economica e politica in campo militare, costruendo portaerei e rompighiaccio.

Il Canada, a sua volta, non fa mistero di considerare l’Artico come un elemento costitutivo della sua identità: nel 2010, il conservatore Stephen Harper organizzò il G7 dei ministri finanziari a Nunavut, nel Circolo polare artico, proprio per ribadire il titolo storico dei canadesi nell’area, basato in larga misura sulla presenza millenaria degli inuit. Il programma di riarmo, annunciato con i conservatori al governo, è rimasto però in larga parte irrealizzato. Il Paese può schierare oggi sette rompighiaccio e sta testando, tra molte polemiche interne, motoslitte in tecnologia Stealth, ovvero «invisibili» per spostare le truppe sulla banchisa.

Per Mike Day, ex chief strategic planner per il futuro delle forze armate canadesi, un’esperienza trentennale nell’Artico, «la sfida per il Canada è quella di recuperare capacità operative perdute nel tempo, perché negli ultimi 20 anni il budget militare ha avuto come priorità Afghanistan, Iraq, la Siria. Fare atterrare un aereo nel circolo polare artico è complesso, ma mantenere una presenza stabile, in grado di comunicare, di operare sul terreno, di pattugliare o prestare soccorso è molto più complicato. Per sostituire un sergente con 20 anni di esperienza nell’Artico ci vogliono altrettanti anni».
Oggi il primo ministro Justin Trudeau pare più interessato alla promozione socio-economica degli inuit e a stroncare il «trafficking» di esseri umani che coinvolge gli strati più poveri della popolazione indigena, dove le donne sfruttare sessualmente, spesso per mezzo dei social media e con la complicità dei familiari.

Infine, gli Stati Uniti: dopo l’11 settembre si erano concentrati sul Medio Oriente e l’Asia, con la presidenza Trump puntano di nuovo sull’Artico per cercare di mettere un argine all’espansione russo-cinese. Possono schierare solo due rompighiaccio pesanti (ne avevano otto negli anni Sessanta), ma a febbraio il Congresso ha sbloccato i fondi per costruire la prima unità rompighiaccio da 40 anni a questa parte, recuperandoli dal budget che Donald Trump sta cercando di destinare alla costruzione del Muro col Messico.

La Marina ha riposizionato una portaerei, la «Uss Harry S. Truman», entro il Circolo polare, come non accadeva dalla dissoluzione dell’Unione sovietica. Nel maggio scorso il segretario di Stato Mike Pompeo è andato a Rovaniemi, in Finlandia, per un Consiglio artico e ha usato parole forti nei confronti di Cina e Russia e del loro attivismo nell’area. Al Paese del Dragone ha ricordato che ci sono solo Paesi artici e non-artici, e non vie di mezzo, e ha definito come «aggressivo» il suo interventismo finanziario.

Una posizione che si presta a qualche ironia se si pensa a come l’America sia diventata Stato artico grazie alla «speculazione immobiliare» con cui l’Alaska fu acquistata per 7 milioni di dollari, proprio dai Russi. Quegli «uomini di ghiaccio» che, quando arriveranno, appunto, lo faranno in forze. La Storia, d’altronde, non si ripete mai uguale.
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