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Politica vs art. 18: storia di una guerra

Le riforma voluta da Renzi è solo l'ultimo capitolo di una battaglia cominciata 40 anni fa

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Sabino Labia

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Per il presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’Art. 18 è un totem, per il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, invece, l’Art. 18 è un mantra, da ultimo, per il segretario della Cisl Raffaele Bonanni l’Art. 18 è una bandierina. Queste, a grandi linee, sono i sostantivi che si sono sprecati negli ultimi giorni nell’infuocato dibattito politico e che rischia, addirittura, di provocare una spaccatura interna al Partito democratico tra il capo del Governo e la minoranza del Pd.

Nel corso degli anni la questione dell’Art. 18 è sempre stata causa di accesi scontri tra le parti sociali; ma quello che più stupisce è che spesso lo scontro si è consumato all’interno della sinistra stessa.

Il nome di Giacomo Brodolini, con ogni probabilità, non dice niente a nessuno, ma lui è il vero padre dello Statuto dei diritti dei Lavoratori e che, al suo interno, include anche il famigerato Articolo 18, una delle leggi più importanti e, allo stesso tempo, più controverse che si sono avute in Italia.

Brodolini moriva l’11 luglio 1969, all’età di 49 anni, mentre ancora svolgeva il suo incarico di ministro del Lavoro e, proprio pochi giorni prima di morire, minacciò il presidente del Consiglio, Mariano Rumor, di dimettersi dall’incarico se il governo di cui faceva parte, avesse rinviato, per l’ennesima volta, l’approvazione della legge o ne avesse stravolto il suo impianto originario. “Credo di poter dire che quando la legge sarà definitivamente approvata, la nostra democrazia avrà compiuto un ulteriore, deciso passo in avanti”, queste furono le ultime dichiarazioni rilasciate dall’esponente socialista.

L’11 dicembre 1969 lo Statuto veniva approvato dal Senato e, il 14 maggio 1970, la Camera, a quasi un anno dalla morte del ministro che fortemente lo aveva voluto, approvava definitivamente a scrutinio segreto e a grande maggioranza la Legge 300. In aula erano presenti 352 deputati; i voti a favore furono 217 (democristiani, socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali) e gli astenuti 125 (comunisti, socialproletari e missini). A portare a termine il lavoro cominciato da Brodolini fu il suo successore il democristiano Carlo Donat Cattin che subito dopo l’approvazione, dopo aver dato merito al suo predecessore, ammise che, però, qualche limite la legge lo aveva.

L’articolo 18, e cioè il reintegro dopo un licenziamento per giusta causa, rappresentò un unicum all’interno della Comunità europea tanto che due anni dopo, nel giugno del 1972 il presidente della Commissione, l’olandese Sicco Leendert Mansholt, propose uno Statuto europeo dei lavoratori inserendo, tra i punti principali, proprio quella norma che prevedeva il reintegro dopo un licenziamento per giusta causa, ma non se ne fece nulla.

Nel 1986 Gino Giungi, presidente della Commissione lavoro del Senato e che, sedici anni prima, gli aveva dato l’impianto giuridico presiedendo la commissione di tecnici voluta da Brodolini sosteneva che, fermo restando le garanzie contro i licenziamenti abusivi, bisognava fare tutto il possibile “per incoraggiare la mobilità spontanea, per favorire in prospettiva il passaggio tra un’impresa ed un’altra o tra il lavoro dipendente e quello autonomo”. Anche Bruno Trentin, segretario della Cgil era dell’avviso che anche il sindacato non si doveva sottrarre “a questa esigenza, fatto salvo il suo diritto di contrattare la loro applicazione a partire dai luoghi di lavoro”.

Nel corso degli anni, la discussione sull’Art. 18 si è incentrata sulla possibilità che esso fosse esteso o meno anche alle aziende con meno di 15 dipendenti e il 10 maggio 1990 la Commissione Lavoro del Senato, approvò la riforma dell’Art. 18, estendendolo anche alle aziende con meno di 15 dipendenti proprio alla vigilia del referendum indetto da Democrazia Proletaria. La nuova norma non prevedeva un reintegro ma un risarcimento oscillante tra le 2,5 e le 6 mensilità.

Lo scontro più aspro si ebbe nel 2001 quando l’Art. 18 divenne il pilastro del governo Berlusconi per la riforma del mercato del lavoro. Il muro contro muro tra la Cgil di Sergio Cofferati e l’esecutivo portò a scioperi continui e migliaia di ore di lavoro perse. Solo la drammatica fine di Marco Biagi, uno degli autori del Libro Bianco, per mano delle Brigate Rosse, mise fine alle polemiche e diede un’accelerata al Patto per l’Italia che però vide l’Art. 18 stralciato dal disegno di legge. Il governo era dell’idea che quella norma era sospesa per i neoassunti durante il periodo sperimentale, una sorta di tutele crescenti di cui si parla oggi.

Il 15 giugno 2003, con il secondo governo Berlusconi, arrivò il referendum sull’Art. 18 e, ancora una volta, la sinistra arrivò spaccata. Piero Fassino, segretario dei DS, portava avanti la tesi dell’astensione mentre la minoranza e la Cgil guidata da Guglielmo Epifani era dell’idea di andare alle urne e votare per il sì (l’estensione dell’Art. 18 anche alle aziende con meno di 18 dipendenti). Alla fine il referendum non raggiunse il quorum e tutto rimase come prima.

Oggi tocca al Governo di Matteo Renzi arrivare all’ennesima resa dei conti all’interno della sinistra italiana.


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