"Giulio e Bettino, avversari ma con rispetto"

Stefania Craxi: "Avevano caratteri e ideali diversi, ma si rispettavano. Quella volta che l'ex senatore pensò di far avere a mio padre un passaporto per consentirgli di tornare in Italia"

Stefania Craxi sul palco del Teatro Nuovo di Piazza San Babila a Milano durante la presentazione del movimento 'Riformisti italiani'. ANSA/STEFANO PORTA

Paola Sacchi

-

Era «felice alla pari  della grande maggioranza degli italiani» per l’ assoluzione (da parte dei giudici di primo grado) di Giulio Andreotti, ma «quel giorno Bettino Craxi incominciò a morire». Lo ricorda la figlia dello statista socialista Stefania Craxi a Panorama.it.

Era il 23 ottobre 1999, Craxi apprese la notizia dalla televisione nella casa dell’esilio di Hammamet. Da politico a tutto tondo fece una lucida e positiva valutazione sulla vicenda di «Giulio», ma ne fece anche un’altra dolorosa sulla sua di sorte. Pensò, Craxi, che lui sarebbe ormai rimasto «l’unico condannato». Sei giorni dopo fu ricoverato all’Hopital Militaire di Tunisi. L’inizio della fine. Stefania, presidente dei Riformisti italiani e della Fondazione Craxi, è stata tra i primi a fare le condoglianze alla famiglia Andreotti e ad andare alla camera ardente. Craxi e Andreotti, i due big della Prima Repubblica: «Bettino» definì «Giulio» Belzebù, e «Giulio» si scontrò con lui sul caso Moro e su altro. Ma collaborarono anche a lungo. Ecco la storia del loro rapporto, attraverso  parole e aneddoti in editi della figlia dell’ex premier e leader socialista.

Come commentò suo padre quella sentenza di assoluzione?
«Bettino Craxi sulla vicenda giudiziaria di Andreotti  da Hammamet scrisse: “Questa tragica farsa, trascinatasi incredibilmente per anni ha conosciuto finalmente il suo atto finale. Un atto di giustizia che passerà alla storia. È stato un processo politico, costruito sulla base di falsità, di menzogne e di avventurismi veri e propri. Bisognava dimostrare che Andreotti era un criminale, che il sistema politico che Andreotti aveva in più occasioni impersonato non era altro che un sistema criminale, per combatterlo ogni azione e metodo erano così giustificati. Alla pari della grande maggioranza degli italiani sono felice per questa decisione  che chiude un capitolo infame. Auguro una vita lunga e finalmente serena al senatore Andreotti e alla sua famiglia”».
Andreotti assolto e Craxi  ancora a Hammamet…
«Mio padre pensò: sono l’unico condannato in questa tragica vicenda italiana. Cominciò a morire da quel momento».
Perché?
«Mentre Andreotti probabilmente fu  protetto da ambienti vaticani, dal Papa stesso, Craxi non fu difeso da nessuno. La cosa carina che ho ritrovato è un appunto di Pietro Nenni che sul primo governo Andreotti scrisse: “Siamo in mano al Vescovato”»
Che valutazione dà della figura del senatore a vita scomparso?
«Andreotti lo si può giudicare, criticare sul piano politico da diversi punti di vista, però trattarlo come criminale è stata un’infamia. Non si può disconoscere il suo grande ruolo avuto nella storia del Paese e nella storia della Democrazia cristiana. Mi auguro, perché lo voglio per mio padre, che Andreotti venga ricordato con obiettività e senso di verità».
L’eterna accusa a Craxi è  quella di essersi sottratto alla giustizia, a differenza di Andreotti…
«Andreotti era senatore a vita, Craxi non aveva protezioni».
C’era S. Vittore subito?
«Appunto».
Che rapporto avevano loro due?
«Andreotti e Craxi sono stati grandi avversari politici. Craxi un socialista garibaldino, Andreotti un mediatore democristiano. Ma quando hanno collaborato per quattro anni al governo del Paese, a detta di entrambi, perché Andreotti lo scrive in una memoria e Craxi fa altrettanto, fu una collaborazione leale nell’interesse dell’Italia».
Ci fu quella polemica sulla mancata elezione a capo dello Stato di Arnaldo Forlani che venne attribuita anche ad Andreotti. Che successe?
«Craxi disse con grande sincerità a Andreotti: io voterei te ma, guarda che non ti vuole il tuo partito. Dopodiché si diressero su Forlani. Ma Forlani fu impallinato da una trentina di franchi tiratori, di cui quindici furono tra i socialisti».
Andreotti era commosso il giorno della morte di Craxi. Come visse la tragedia di suo padre?
«Io in quegli anni andai da Andreotti. Mi disse che pensava di fargli avere un passaporto dell’Ordine militare di Malta. Ma Craxi non cercava un sotterfugio o un lasciapassare, voleva che gli fosse restituito l’onore,  la possibilità di difendersi, di affermare una verità».
Ha parlato con la famiglia Andreotti?
«Sono stata questa mattina alla camera ardente. Ho visto che era un momento difficile, perché non si è mai pronti».
Torniamo ai loro contrasti politici. Craxi dette tra l’altro un celebre soprannome a Andreotti…
«Sì, fu mio padre a definirlo Belzebù e un’altra volta lo definì una volpe, aggiungendo che tanto prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria».
Lei direttamente quale ultimo ricordo conserva di Andreotti?
«Ero stata appena nominata sottosegretario agli Esteri (governo Berlusconi ndr), avevo passato la notte a studiare dossier, non avevo idea delle procedure e quindi arrivai alla commissione Esteri del Senato con grande umiltà e anche molta trepidazione. Come entrai, mi trovai sulla destra seduto Andreotti. E mi dissi: Odio…chissà cosa penserà. Non fece trapelare nulla. Mi salutò naturalmente, ma tutta la seduta fu per me una trepidazione ulteriore».
Il più forte contrasto tra suo padre e Andreotti fu sul caso Moro. Il primo per la linea umanitaria, il secondo per la fermezza. Come andarono le cose?
«Mi ricordo che in quei giorni l’unica sponda nella Democrazia cristiana Craxi la trovò in Amintore Fanfani. E mi ricordo dei suoi disperati tentativi per salvare la vita di Moro. Craxi era convinto che ci fossero di mezzo i servizi segreti dell’Est. Convinzione che gli è rimasta fino alla fine. Ma la sua battaglia fu per affermare un principio fondamentale nella sua vita politica: l’uomo viene prima dello Stato».

© Riproduzione Riservata

Commenti