Andreotti "Il diavolo" delle metafore

Simbolo della Dc, l'eminenza grigia del potere italiano che nessuno ha mai compreso

Margaret Thatcher con Giulio Andreotti in un viaggio ufficiale a Londra (Credits: /AFP/Getty Images)

Carmelo Caruso

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Aveva spedito una lettera al diavolo per chiedergli di spiegare una volta per tutte agli italiani che tra loro due non ci fosse alcun vincolo di parentela. E non ci credeva neppure Giulio Andreotti che dovesse morire tanto da permettersi di sbeffeggiare il medico di leva che gli aveva diagnosticato poche settimane di vita: «Lui morì, io sono ancora vivo».

Non si può derubricare a scomparsa e fine di un uomo la sua morte dato che mai il potere politico aveva avuto un referente e un volto, almeno in Italia, come quello di Andreotti da sembrare immortale. Naturale pensare all’Italia come la Repubblica del più subdolo, ironico, sinistro, pragmatico uomo di comando che il nostro paese abbia prodotto da far parlare di fine di una dinastia, nonostante al comando, Andreotti, ci sia arrivato e ci sia rimasto sempre una manciata di anni, governi balneari, d’emergenza, di compromesso, presidente del consiglio quando la Dc ordinava e Andreotti eseguiva, vale a dire ben sette volte.

Aveva coltivato l’eleganza dell’aforista forse nelle stanze vaticane da dove lo portò fuori Alcide De Gasperi – allora confinato a Città del Vaticano dalla Chiesa cattolica per proteggerlo dalla dittatura fascista – che desiderava farne un delfino; lo volle suo segretario e poi sottosegretario al governo. Chiaro che non si pensi ad Andreotti come un politico ma piuttosto come un cardinale, la natura del suo esercizio in politica rimanda più alla dottrina ecclesiastica che alla Costituzione. C’è perfino chi lo paragonò a Roma come una sineddoche, Andreotti è Roma: impenetrabile. E lui su Roma annotò: «A Roma c’è la Bocca della Verità. Io la mano non ce l’ho messa mai».

Altri confidarono che nella sua gobba custodisse i segreti dello Stato, segreti che sicuramente ha conservato, ma in un archivio. Pensare che si è fatto largo nel mondo usando come filosofia quella di «non sapere dove andare e che fare. Non è un’ottima ragione da seguire, ma è quella degli italiani. Cristoforo Colombo ha scoperto l’America facendo così». Se De Gasperi lo scelse nel 1941, è papa Montini che lo fece presidente della Fuci, la giovanile della Dc. Non si conosce nessuno che come Andreotti potesse rispondere per le rime al papa, più di una volta lo fece, nessuno che potesse permettersi di stare sotto la giacca degli americani e nello stesso tempo difendere le ragioni degli straccioni del mondo, ancora di più quella dei ribelli, arabi e palestinesi come fece più volte con Arafat e Gheddafi.

Ecco, sarebbe la doppiezza la sua cifra così come quella di inventare detti e battute icastiche, scorciatoie di pensieri. Cosa altro non sono i “pensieri” di Andreotti se non frasi che si leggono a doppia lettura, il rovescio dell’apparenza? Mistificare, essere ambigui per dire una verità ma sottacendola.

Alcune frasi sono divenute così stereotipate («il potere logora chi non ce l’ha», «meglio tirare a campare che tirare le cuoia») da costituire il breviario di qualsiasi politico che mai lo ha superato in statura, a proposito «sono basso ma non vedo giganti» scherzava. Neppure Cossiga, Fanfani, Forlani, De Mita, Zaccagnini, Rumor, Scalfaro, Goria, Piccoli, Scelba, tutto quel catalogo di potenti democristiani che per lo scrittore Pierpaolo Pasolini meritava un processo morale per come avevano ridotto il paese, lo ho mai superato in prestigio, oscurità e talento. Solo uno gli fu superiore, Aldo Moro. Naturalmente morì.

Ed è vero che il destino degli uomini che non si riescono a leggere genera dicerie e congetture che sono valse ad Andreotti l’accusa di essere l’anello di congiunzione del potere statale e del potere illegale, quello rappresentato dalla mafia siciliana, immortalato dal bacio fra lui e Toto Riina durante un processo che le vedeva imputato per concorso in associazione mafiosa. Un bacio? «Non ha mai baciato neppure la moglie per non compromettersi», disse Enzo Biagi.

In realtà straordinaria capacità di Andreotti ha permesso all’uomo che pose la sua base nella Ciociaria di avere sempre ottimi ras del voto, al limite appunto della legalità. Franco Evangelisti a Roma lo elesse a suo referente facendolo eleggere, fu lui a procurargli i voti già nella Fuci, Vittorio Sbardella lo rafforzò, Paolo Cirino Pomicino lo proteggeva e consigliava, Salvo Lima ne fece il padrone del Mezzogiorno d’Italia, si dice che per lui morì e per colpa di un loden incastrato nello sportello della sua auto che gli impedì di fuggire dai sicari di Cosa Nostra.

Troppo per l’Italia, lasciò intendere Cossiga: «L’Italia ha avuto due grandi statisti: De Gasperi e Andreotti», di certo l’Italia lo ha avuto negli improbabili panni di capo della censura nel dopoguerra, colui che decideva la misura delle gonne dei film. Abituato quindi a cambiare una frase con un’altra, ma vittima (sarà per il troppo pensare?) di emicranie da letteratura che il regista Paolo Sorrentino stemperava con due pastiglie di aspirina nel suo film “Il Divo”, quello stessa pellicola che lo ha celbrato, ma che non lo appassionò dove un improbabile Andreotti stringeva la mano della moglie Livia Danese in una notte di Capodanno sulle note de “I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero.

Più che anni sembrarono un’eternità fino a quando Andreotti ha continuato a sedere sul suo scranno di senatore a vita, addirittura da essere indicato nella scorsa legislatura come potenziale presidente del Senato. Oggi che anche Enrico Letta, neo presidente, sembra la perpetuazione del potere Dc, con la scomparsa di Andreotti finisce davvero la Dc, quell’odore d’incenso, «grigia grazia e ambiguo veleno» come scrisse Pietro Citati, nient’altro che il nostro specchio.

(Twitter: @carusocarmelo)

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