Carmelo Caruso

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È il freddo che riscalda, il giovane con la ruga.

Andrea Orlando si candida a segretario del Pd ma "solo" per servizio come fanno le riserve della Repubblica, i beni rifugio della democrazia: «Se dovesse servire a evitare la scissione io ci sono». Dunque si candida? «È un problema che mi porrò soltanto quando inizieremo a discutere sulla proposta da fare al Paese» ha detto prima di decidersi: "Mi candido perchè non mi rassegno al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza".

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Al contrario di Michele Emiliano che è l’indecisione che si gonfia, Orlando è la contraddizione che rimane sottotraccia: non si capisce cosa farà in futuro ma si sa che ha già un magnifico passato.

E non solo perché a vent’anni era già segretario della Fgci di La Spezia, ma perché a quarantotto è già un navigatore consumato, un nostromo in parlamento (ex ministro dell'Ambiente e oggi ministro della Giustizia) sottoufficiale ma di comando.

Nel mare agitato e mosso del Partito Democratico, dove tutti si incrociano per perdersi, Orlando rimane la vedetta che scruta l’orizzonte, è un uomo che conosce la bonaccia e che sa dominare la tempesta. La sua Amerika è ancora quel Pd da cui non si separa al contrario di Pierluigi Bersani che ha fatto sapere di non aver rinnovato la tessera «perché non è più casa mia».

Come tutti gli uomini d’acqua, Orlando è agile sulla terra, sa impastare la calce dell’amministrazione (consigliere, assessore comunale, responsabile dell’organizzazione di partito, deputato, ministro) sa sporcarsi di gesso quando si tratta di negoziare, introdurre nuove equazioni politiche. Del resto, ha detto, «da piccolo sognavo di fare il muratore». Ha fatto lo scaricatore, il metronotte, è stato pure studente ribelle: «Mi sono formato quando c’era la Pantera». Orlando va subito lodato perché, nel paese che rincorre onorificenze, contrabbanda premi, spaccia lauree, pasticcia con i curriculum, non ha mai nascosto (solo) la sua maturità, non ha mai confuso il diploma scolastico con il titolo scientifico.

Si dice che l’ex presidente Giorgio Napolitano lo abbia voluto ministro della Giustizia così come Walter Veltroni lo aveva chiamato a fare il responsabile organizzativo del partito e Bersani commissario del Pd di Napoli che, per chi non lo ricordasse, è la città delle primarie patacca, la Silicon Valley delle fake primarie.

Il limite di Orlando è forse proprio la responsabilità al posto dell’incoscienza, è il decoro che oggi non è di stagione dato che da un paio d’anni va di moda il vaffanculo di Beppe Grillo e l’asfalto democratico di Renzi che sempre degli avversari dice: «Li abbiamo spianati». Ebbene, Orlando parla difficile un po’, direbbe l’altro ligure Paolo Conte, “come fa l’Europa quando piove e si rintana a dipingere le isole del sogno”. Passa le notti romane a speculare con i patriarchi del Pci, Napolitano, Emanuele Macaluso, Ugo Sposetti, il cassiere rosso che non a caso lo ha indicato come erede dei tesori di famiglia: sedi, quadri, archivi.

Per questa sintonia con la senescenza, i compagni lo chiamano l’Orlando noioso, l’Orlando pensoso. Ebbene gli rimproverano la mancanza di furia ma ne apprezzano, e riconoscono, la tempra morale. Da ministro dell’Ambiente ha imposto le forme ai funzionari, «utilizzare il lei», di rifuggire il turpiloquio. Da ministro della Giustizia ha fatto emozionare la destra quando ha parlato di rivedere l’obbligatorietà dell’azione penale e, perché no, parlare di separazione della carriere.

La verità è che Orlando, anche in questa scissione che non vuole, è il legno che non si piega, ma che si flette. Glabro di viso ma spettinato di testa, grigio nella veste ma rosso di memoria, Orlando come Renzi ha aperto un blog, “Lo Stato presente”, forse per ricordarci la sua contemporaneità, per allestire il suo vascello.

Orlando è dunque la durezza morbida dei democratici che può davvero arrestare l’incontinenza degli hastag, è la spuma calma che può allagare la rottamazione.

Può davvero candidarsi e spodestare Renzi, perché è il riposo dopo la corsa, la serenità come eversione.

 

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