Alemanno flop: camerati, addio

Con la sconfitta di Gianni Alemanno, si chiude definitivamente un ciclo iniziato vent'anni fa con lo sdoganamento dei missini

Una vecchia foto di famiglia. DANILO SCHIAVELLA / ANSA / PAL

Carlo Puca

-

 

Francamente, la foto della squadra del Secolo d’Italia aveva stufato. E pure da molto tempo. Per i pochi che non l’avessero ancora vista, è in bianco e nero, risale agli anni Settanta e ritrae i giornalisti dell’allora quotidiano dell’Msi che giocano a fare i calciatori. Ci sono Gianfranco Fini, Francesco Storace, Maurizio Gasparri e tutti gli altri figli del post-fascismo che a partire dal 1993 sono entrati nelle stanze più decisive del potere. Nelle stanze, cioè, del governo e del sottogoverno.

Aveva stufato, la foto, perché appariva ormai come un feticcio al quale i calciatori si aggrappavano per giustificare la propria esistenza politica, le proprie radici. Ma la squadra non esisteva più da tempo, si era dilaniata nel partito succedaneo al Msi. Alleanza nazionale è stata infatti caratterizzata da correnti, correntine, micropartiti, gelosie, pettegolezzi e cattiverie reciproche. La «squadra» è stata sopraffatta dal potere che inseguiva, fino a diventare prima opaca, poi marginale, infine antipatica. Non a caso, quel che resta della destra di governo la rappresenta soltanto Giuseppe Scopelliti, il governatore calabrese che era più o meno bambino al tempo della foto. Uno che, seppur nativo aennino, è entrato nel Pdl e lo abita con leggerezza. Uno che, insomma, ha la forma mentis del centrodestra unito e non della destra che si allea temporaneamente col centro. La generazione della foto, principalmente, proprio questo difetto ha avuto, uguale a contrario a quello dei post-comunisti: passare dal complesso di inferiorità a quello di superiorità, senza vie di mezzo. Su opposte sponde, fascisti e comunisti, pensavano prima o poi (più prima che poi) di prendersi l’Italia. Ma a un certo punto l’Italia non si è più presa loro.

I post-missini hanno giocato anche peggio dei post-comunisti. I rossi un ruolo ancora ce l’hanno, i neri sono prossimi a incidere zero. Vittime, tra l’altro, di corsi e ricorsi storici: l’uscita del «Msi football club» dalle «fogne» della politica nasce e muore nella capitale (la marcia e la retromarcia su Roma); la decide, direttamente o meno, sempre Silvio Berlusconi, che sdogana il candidato sindaco Fini e scansa il candidato sindaco Gianni Alemanno; dura un Ventennio, esattamente come quello del loro nonno ideologico, Benito Mussolini (il Duce si starà rivoltando nella tomba).

Ma forse la destra di governo è morta molto prima di lunedì 11 giugno, quando ha perso il Campidoglio, l’ultimo luogo-simbolo che le era rimasto. E anche prima dei fallimenti di Fini, Storace, La Russa e altri ancora. Forse la destra è morta l’8 settembre del 1999 insieme a Pinuccio Tatarella, ministro (e leader) «dell’armonia» di Alleanza nazionale.

Scomparso Tatarella, l’unico in grado di fare da collante, An si è persa nei conflitti tra le persone. Scoperto il potere, i post-missini hanno infatti manifestato ambizioni ulteriori e scomposte (gli ambiziosi puntano sempre a un potere superiore). E così hanno buttato via tutto per i loro personalismi. Manifestando tra loro la tipica crudeltà degli ex amici.

© Riproduzione Riservata

Commenti