Adriano Sofri consulente del Ministero della Giustizia. Anzi, no

L'ex leader di Lotta Continua rinuncia a ogni incarico dopo le polemiche per essere stato chiamato a partecipare come "esperto" di carcere

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Adriano Sofri – Credits: ANSA/LUCA ZENNARO

Redazione

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Non è durata nemmeno un giorno la nomina di Adriano Sofri tra gli esperti consulenti del ministero della Giustizia per la riforma del sistema penitenziario, come coordinatore in materia di "Istruzione, cultura e sport". Le polemiche sorte alla pubblicazione del decreto di nomina, firmato dal ministro Andrea Orlando il 19 giugno scorso, hanno indotto lo stesso Sofri a rinunciare all'incarico, perché "ne ho abbastanza delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare".

Adriano Sofri fu condannato a 22 anni di carcere come mandante dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto a Milano nel 1972. Un passato che, alla notizia della sua partecipazione agli Stati Generali dell'esecuzione penale come membro di un comitato di esperti divisi in 18 tavoli tematici con il compito di "predisporre le linee di azione", come si legge nel decreto, ha suscitato un mare di perplessità e proteste. A partire dal figlio del commissario Calabresi, il direttore del quotidiano La Stampa Mario che su Twitter ha scritto: "Sentire pareri diversi è sempre giusto ma non comprendo la scelta di far sedere #Sofri al tavolo della riforma. Spero che Orlando lo spieghi".

Durissima anche la condanna dei sindacati di polizia. "Meno male che ci hanno risparmiato Totò Riina, che magari avrebbe potuto parlare di una revisione del regime penitenziario duro del 41bis", ha commentato il segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe Donato Capece. Non meno duro Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria: "La nostra convinzione - continua - riguarda la possibilità che la designazione rappresenti la conclusione, almeno per le carceri, di  trattative di natura politica in atto da tempo e che hanno ricompattato la sinistra a sua tempo definita 'eversiva' figlia e co-protagonista degli anni di piombo; tanti di loro, oggi, prima reietti e poi osannati, fanno i politici, i professori i consulenti, e vivono nei loro appartamenti privilegiati del lungotevere romano, ma mai erano assurti a così significative vesti istituzionali".

Scatenata anche l'opposizione politica. "Dopo Adriano Sofri consulente del governo per riforma delle carceri, attendiamo incarico per Schettino al Ministero dei Trasporti", ha twittato il leader della Lega Matteo Salvini. "Ho rivolto una interrogazione urgente al Ministro della giustizia Orlando per esprimere sconcerto per la nomina", ha scritto il capogruppo al senato di Forza Italia Maurizio Gasparri. "E adesso chi se la sente di entrare nelle scuole a parlare ai ragazzi di lotta alla criminalità, all'illegalità, quando chi ha inferto allo Stato profonde ferite ne diventa addirittura riferimento?" ha dichirato il sociologo Antonio Marziale, presidente dell'Osservatorio sui diritti dei minori.

Dopo qualche ora è intervenuto Glauco Giostra, coordinatore del Comitato Scientifico degli Stati Generali, con una nota diffusa dal Ministero in cui si specificava che "nessun incarico di consulenza è stato affidato ad Adriano Sofri" ma si tratta della "promozione di un dibattito pubblico intorno ai temi del carcere, della pena e della condizione delle vittime dei reati finalizzato all'elaborazione delle proposte invece richieste dal Ministro ad un apposito Comitato Scientifico, composto da eminenti personalità accademiche e della società civile".

Ma a chiudere la polemica è stato lo stesso Sofri con un editoriale pubblicato sul Foglio e su Facebook. Ecco cosa dice:

Si è sollevato un piccolo chiasso attorno alla mia “nomina” da parte del Ministro della Giustizia come “esperto” di carcere, e in particolare di “cultura, istruzione e sport” in carcere, nel contesto della preparazione di materiali utili a migliorare la condizione delle galere italiane. L’antefatto: ricevuto un invito a partecipare a uno di 18 (tanti) “tavoli” a tema, avevo accettato. Non mi tiro indietro quando si tenti di fare qualcosa di utile alla vita quotidiana dei detenuti e della vasta umanità che il carcere travolge. Il mio contributo si era limitato a una conversazione telefonica con un autorevole giurista, e all’adesione a una eventuale riunione futura. Alla quale invece non andrò, scusandomene coi promotori, perché ne ho abbastanza delle fesserie in genere e delle fesserie promozionali in particolare.

La polemica è stata innescata dal segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe. Costui mi porta uno speciale attaccamento, spiegabilissimo. Tra le troppo rare circostanze in cui i mezzi di informazione lo menzionano, una ingente percentuale proviene, negli ultimi vent’anni, dalla sua premura per me. Questa volta trova –al punto di essere “letteralmente saltato sulla sedia”- “molto grave e inaccettabile” che io sia considerato esperto di carcere. Ora, non c’è dubbio che ci siano esperti più esperti di me: ergastolani senza riparo, che stanno in galera da una vita e sanno di starci fino alla morte; ragazzi arabi denudati e messi in una cella liscia; detenuti gravemente malati e destinati a creparci (io andai lì lì). Eccetera.

Tuttavia anch’io sono passabilmente esperto, avendo conosciuto il carcere più volte –la prima nel 1970, le Nuove di Torino, l’ergastolo di Saluzzo; poi nel 1988, una camera di sicurezza di Milano, il carcere di Bergamo; poi nel 1997 e di nuovo nel 2000, Sollicciano e Pisa, per complessivi nove anni, più altri anni di detenzione a domicilio. Non solo, ma in Italia e fuori non perdo occasione di visitare le prigioni, per quell’antica convinzione che siano uno specchio ideale della civiltà di un paese. Dunque, ammesso che anche il punto di vista di chi ha conosciuto la galera dalla parte di dentro paia di qualche interesse per il progetto di migliorarla, io sono del tutto idoneo a figurare da “esperto”, che non è un titolo di cavaliere. (Sono anche piuttosto esperto di agenti e sindacati di polizia penitenziaria, nella loro variegata qualità). Così ho interpretato l’invito, così l’avrei accettato, salva la verifica della sua utilità.

Il titolare del Sappe aggiunge (“ricorrendo all’ironia”, secondo qualche giornale, dotato a sua volta di un raro umorismo) che “meno male che il ministro ci ha risparmiato la nomina del boss mafioso Totò Riina come massimo competente del 41 bis”. Il fatto è che Riina, benché non sia necessariamente “il massimo competente” del 41 bis, ne è certo competente: e troverei del tutto ragionevole che, in una seria indagine sulla realtà del 41 bis, venisse anche lui interpellato in qualità di “competente”. Questo genere di competenza ed esperienza non ha infatti a che fare con l’innocenza, o la colpevolezza, o la gravità della colpevolezza, di chi finisce in carcere.

Un Ministero che avesse svolto una sua indagine sulla crocifissione avrebbe fatto bene a raccogliere il parere del crocifisso al centro, del ladrone di destra, e di quello di sinistra. L’indignato sindacalista ha voluto anche avvertire che “gli italiani onesti e con la fedina penale immacolata pagheranno con le loro tasse le trasferte, i pasti ed i gettoni di presenza ad Adriano Sofri”. Incauto: in quell’unica conversazione, avevo dichiarato una mia insuperabile condizione, di non ricevere neanche un centesimo di euro, neanche nella forma di rimborso delle spese. Non l’avevo fatto per prevenire polemiche di tal altezza, che non immaginavo così recidive. L’avevo fatto per una sentita simpatia verso me stesso.

Adesso, detto questo, ripeterò che io sono anche un esperto della giustizia, essendo stato accusato, condannato e imprigionato per un reato che non avevo commesso, e che non avrebbe mai potuto essere provato. Fra le conseguenze pluridecennali di quella ingiustizia c’è anche il salto che ha staccato inopinatamente e però brevemente dalla sedia il segretario del Sappe.

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