Politica

Abolire le tasse universitarie: perché sarebbe un errore

Impoverire gli atenei significherebbe non poter pagare bravi docenti, quindi dequalificare il sistema e creare una frattura sociale

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Pietro Grasso all'Assemblea Nazionale di Liberi e Uguali - Roma, 7 gennaio 2018 – Credits: ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

"Aboliamo tutte le tasse universitarie" ha proposto Pietro Grasso nel suo secondo intervento ufficiale da leader all’assemblea nazionale di Liberi e Uguali, la nuova formazione della sinistra.
La proposta in vista delle prossime elezioni politiche ha scatenato ovazioni e critiche, anche perché il presidente del Senato l’ha presentata come una proposta “seria e concreta”, in diretta contrapposizione con le promesse elettorali del centrodestra e del Partito democratico: dall’abolizione del canone Rai ai mille euro di assegno minimo mensile per i pensionati.
Per questo, ieri, è stato tutto un rincorrersi di applausi, ma soprattuto di contestazioni.

I costi

Il Partito democratico, particolarmente critico, ha ricordato al leader di LeU che la legge di bilancio del 2017 ha già incluso nella “no tax area” un iscritto all’università su tre, prevedendo l'esenzione totale per chi sia in possesso di determinati requisiti di reddito e di merito.
In pochi, però, hanno valutato correttamente il costo effettivo e i probabili risultati dell’abolizione delle tasse universitarie.

Eppure una misura del genere, soltanto per gli atenei pubblici, costerebbe non poco: almeno 1,6 miliardi. Che presumibilmente dovrebbero essere ripianati dalle casse dello Stato. Il problema è che già oggi la spesa pubblica per le università italiane è ridotta al lumicino.

Le conseguenze disastrose

Il risultato dell’abolizione delle tasse d’iscrizione, insomma, sarebbe probabilmente letale per i nostri atenei: diventerebbero sempre più poveri, sempre meno in grado di attrarre buoni docenti, e ancora meno capaci di formare adeguatamente gli studenti.

Così, l’approdo finale dell’opzione “no tax” applicata ai nostri atenei sarebbe quasi sicuramente opposto rispetto alla premessa egualitaria da cui parte Grasso. Una volta divenute gratis, infatti, le università italiane verrebbero ancor più dequalificate e a quel punto resterebbero a disposizione degli studenti meno abbienti; mentre gli altri (ragionevolmente) andrebbero a cercarsi studi e opportunità migliori nelle università private o all’estero.

Il confronto con l'Europa

Va detto, inoltre, che le tasse universitarie italiane sono già oggi tra le più basse d’Europa. E, secondo una recente analisi del Sole 24 ore, rispetto al 2016/17 il taglio operato con l’ultima Legge di stabilità è stato rilevante: uno studente della Statale di Milano con Isee a 10 mila euro, per esempio, vede la sua retta annua ridursi dai 500 euro del 2016 alla sola tassa regionale per il diritto allo studio (140 euro). Anche alla Sapienza di Roma non si pagano più gli oltre 600 euro d'iscrizione a un corso scientifico, ma si versa soltanto la tassa regionale.

I benefici sono concessi anche a fasce di Isee più alte, da 13 a 30.000 euro: la legge stabilisce infatti che il contributo annuale non possa superare il 7% della quota Isee eccedente i 13.000 euro. Nel concreto, in caso di Isee di 15.000 euro, si pagano al massimo 140 euro, mentre per Isee di 30.000 euro non si possono superare i 1.190 euro.

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