Edoardo Frittoli

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Era il 25 giugno del 1944 quando Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno d'Italia , aveva firmato di suo pugno il Decreto 151 che stabiliva la scelta popolare della forma istituzionale italiana per mezzo di un referendum. Appoggiato in toto dagli Americani, Alcide De Gasperi fu il più convinto promotore del voto popolare, come garanzia contro l'ingerenza dei partiti a loro volta spaccati tra monarchici e repubblicani.

Il dibattito referendario si svolse in un'Italia allo stremo, prostrata dagli esiti di una guerra persa. Distrutta nel tessuto industriale, affamata dal carovita, distrutta dai bombardamenti. 

Così come era stato diviso durante i 600 giorni di Salò, il Paese si ritrovava nuovamente tagliato in due dalla scelta tra Repubblica e monarchia. Fu soprattutto al Sud che la casa Savoia trovò il maggior numero dei suoi sostenitori, soprattutto per la continuità istituzionale rappresentata dall'effimero Regno del Sud nato durante l'avanzata alleata nella penisola. Al Nord invece, l'esperienza resistenziale fece la differenza. I governi locali in mano al CLN, a forte dominanza comunista, avevano espresso chiaramente la loro avversione alla monarchia, rea di aver lasciato soli gli italiani nell'ora più grave e alleata del fascismo. Gli Alleati erano a loro volta divisi sul futuro istituzionale dell'ex nemico. Se gli Americani avevano fin dall'inizio appoggiato la soluzione repubblicana, gli Inglesi per voce di Churchill si erano pronunciati a favore della continuità monarchica al fine di evitare la possibile caduta dell'Italia verso la deriva socialista, fatto che in quelle ore stava accadendo sulle montagne della Grecia. La sconfitta del primo ministro britannico alle elezioni politiche fece sì che la casa Savoia perdesse buona parte del sostegno internazionale. 

Alla vigilia del voto a suffragio universale, l'unico partito tra quelli nati dalla resistenza a schierarsi per la monarchia fu il Partito Liberale dominato dal pensiero di Benedetto Croce, mentre la Democrazia Cristiana era il partito più diviso al suo interno dalla scelta del referendum. Sotto la guida di De Gasperi, il partito mantenne una sostanziale neutralità lasciando libertà di coscienza ai suoi elettori. La scelta fu dovuta anche al fatto che i democristiani erano da una parte pressati dagli Americani, decisamente a favore della Repubblica e dall'altra legati al Vaticano. La Chiesa, seppur vedesse con timore la possibile vittoria comunista in caso di vittoria repubblicana, non aveva mai avuto un rapporto privilegiato con i Savoia sin dai fatti del 1870. Il Concordato del 1929 era stato siglato con l'Italia fascista e la Real Casa aveva avuto un ruolo sostanzialmente marginale. 

Il referendum fu fissato per domenica 2 giugno 1946, in concomitanza con le elezioni politiche per l'Assemblea Costituente. Il mese precedente il vecchio re Vittorio Emanuele III aveva ufficialmente abdicato in favore del figlio Umberto, nel tentativo estremo di recuperare la credibilità dei Savoia perduta negli ultimi due anni di guerra. Alle urne si recò l'89% degli aventi diritto, pari ad oltre 24 milioni di Italiani e Italiane, esclusi quelli ancora sotto l'amministrazione alleata o sovietica come Trieste e l'Istria, oltre che ai prigionieri di guerra. Gli esiti, divulgati nei giorni successivi all'apertura dei seggi il 2 e 3 giugno, videro una vittoria della Repubblica per 2 milioni di voti, un margine più stretto di quanto previsto.  Le schede erano state spogliate a Montecitorio alla presenza della Cassazione e degli Alleati. 

I problemi più gravi avvennero all'indomani della votazione quando la Cassazione, ancora alle prese con le schede nulle, si comportò ambiguamente. Pur avendone dichiarato il vantaggio, la Repubblica non fu istituita con effetto immediato. La carica di capo provvisorio dello Stato fu affidata al primo ministro Alcide De Gasperi, decisione che fece urlare i monarchici all'incostituzionalità e al broglio. Lo stesso Umberto II protestò vivamente e a Napoli, città a schiacciante maggioranza monarchica, scoppiarono gravi tumulti repressi con le armi dalle forze dell'ordine. I morti furono 9 e i feriti 150. 

Il 13 giugno il Re di maggio si imbarcava a Ciampino su un volo diretto in Portogallo, sciogliendo definitivamente i rappresentanti dello Stato dal vincolo del giuramento al re. Dopo aver inteso dagli Americani che questi non lo avrebbero protetto neppure in caso di minaccia diretta alla propria incolumità, Umberto II e la Casa Sabauda sparirono definitivamente dall'assetto istituzionale del Paese. Italia che aveva scelto di rendere vero il sogno di Mazzini e Cavallotti ancora una volta nettamente divisa in due.

Il 18 giugno 1946 la Cassazione respingeva i reclami giudiziari dei monarchici e 10 giorni dopo veniva nominato dall'Assemblea Costituente il Presidente provvisorio della neonata Repubblica, Enrico De Nicola.

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