Politica

I 7 motivi per cui il Pd si tiene la Boschi

Il suo legame politico con Renzi e nella fondazione "cassaforte" Open la blinda. Mettersi contro di lei significa giocarsi un posto in Parlamento

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Il segretario del PD Matteo Renzi durante la trasmissione "Piazzapulita" - 14 dicembre 2017 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Chiunque prenda un autobus, un taxi, un treno; chiunque frequenti un bar, un edicola, un supermercato; chiunque, ancora, sia andato di recente al ristorante, in pizzeria o a prendere il figlio a scuola, sa bene che ormai l’argomento principale, in Italia, è lei. Ovvero: Maria Elena Boschi.

Fateci caso. Sulle faccende di Banca Etruria ognuno di noi esprime la sua opinione (innocentista, colpevolista o terzista), ma alla fine, comunque la pensiamo, il risultato delle nostre chiacchiere è sempre uguale, tutti diciamo la stessa cosa: se alle elezioni politiche del 2018 vuole salvarsi, il Partito democratico deve chiederle un passo indietro. Insomma, non deve candidarla.

Ma allora perché il Pd non lo fa? Perché, addirittura, la difende a spada tratta? E perché, dentro il partito, le poche voci anti-boschiane vengono prontamente sopite? Per almeno sette ragioni. Sì, sette, come i vizi capitali.

1. Al momento, Boschi non pensa affatto al ritiro, sarebbe - dal suo punto di vista - un’ammissione di responsabilità e non un atto di generosità verso il partito.

 

2. Negli ultimi anni, e nel silenzio generale, la sottosegretaria ha costruito una sua corrente personale dentro il Pd, valutata al momento come la più forte. Una corrente, peraltro, politicamente feroce, che occupa i gangli vitali del partito ed è pronta a farsi valere qualora la sua leader venisse accantonata.   

3. Nonostante i tanti acciacchi politico-sondaggistici, Matteo Renzi rimane il leader del Pd, cioè quello che decide le candidature, quindi l’unico che potrebbe davvero imporsi su Maria Elena. Ma i due sembrano legati da un destino comune: qualora Matteo interdisse l’elezione alla donna simbolo del renzismo, diventerebbe ancora più fragile e avrebbe serie difficoltà a mantenere salda la leadership. Dopo aver ottenuto la testa di Boschi, i nemici chiederebbero direttamente la sua.

4. Se anche Renzi valutasse il pericolo superabile, e decidesse comunque di procedere per ragioni superiori (pare che la candidatura di Boschi costi al Pd almeno un milione di voti), dovrebbe risolvere un ulteriore problema. Maria Elena resta ancora il "segretario generale" di Open, la fondazione sulla quale Matteo ha basato la sua scalata. A quel punto dovrebbe trovare il modo di farla fuori pure da lì.

5. Open è anche una cassaforte: raccoglie le donazioni dei privati utili a finanziare le attività politiche extra-Pd, dalle Leopolda in giù. Per la legislazione italiana, le fondazioni sono esenti dall’obbligo di rendere pubblici i bilanci. Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, peraltro considerato un "eroe" da Renzi, chiede da tempo di eliminare il sospetto che le fondazioni vengano usate per fini loschi; chiede, appunto, di rendere pubblici i loro bilanci. Ma Matteo non lo fa, perché? Di sicuro Maria Elena li conosce a menadito…

6. Anche Paolo Gentiloni, l’unico altro dem potenzialmente in grado di rottamare Maria Elena, ha speso parole affettuose per lei. La ragione va cercata nel post-voto per le Politiche: seppur flebile, l’unica speranza che ha per rimanere a Palazzo Chigi è ottenere il futuribile via libera di Matteo e Maria Elena.      

7. Ma se dentro al Pd lo psicodramma su Boschi rimane sottaciuto, lo si deve soprattutto al pre-voto, ovvero alla speranza di dirigenti, deputati e senatori di (ri)approdare in parlamento. Insomma, attaccando Maria Elena, gli aspiranti eletti si sarebbero auto-interdetti la potenziale candidatura da parte di Renzi. Problema: se pure i democratici pareggiassero, ed è difficilissimo, il risultato di 5 anni fa (25,43 per cento) otterrebbero almeno 150 seggi in meno.

E quando in tanti, troppi rimarranno delusi, i veleni torneranno a circolare, minando il più audace dei progetti renziani: far dimenticare Etruria attraverso le liste satelliti («nobilitate» dai prodiani e da Emma Bonino) e grazie a candidature di prestigio (Samantha Cristoforetti, Roberto Burioni, Paolo Siani e alcuni noti Millenial). Insomma, la poltrona di Boschi è al sicuro ma il redde rationem è soltanto rinviato.

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