I 4 problemi che Renzi deve risolvere

La fotografia scattata dall'Istat sullo stato di salute dell'economia italiana, rafforza il premier. Ma i nodi da sciogliere, sul piano politico, sono altri

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Il premier Matteo Renzi – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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La fotografia consegnata dall'Istat sullo stato di salute dell'economia italiana galvanizza il premier Matteo Renzi che sintetizzando all'estremo i dati parla di “tasse che vanno giù”, di “occupati che vanno su” e di “chiacchiere dei gufi” che “stanno a zero.

Nel dettaglio le buone notizie riguardano il prodotto interno lordo che nel 2015 sale di uno 0,8%, il deficit sceso al 2,6% del Pil, il debito calato al 132,6%. Positivi anche i dati forniti dall'Agenzia delle entrate sulla lotta all'evasione: nel 2015 sono stati infatti recuperati 14,9 miliardi, nuovo record dopo quello dei 14,2 del 2014.La pressione fiscale, seppure ancora molto alta, risulta in calo. Secondo l'Istat è scesa nel 2015 al 43,3%, lo 0,3 in meno sul 2014.

E potrebbe scendere ancora, annuncia il governo, ma solo se finanziata da un rilancio della spending review. Situazione più in chiaroscuro, invece, per quanto riguarda l'occupazione. Su base annua sale dell'1,3% (299mila unità in più), ma il tasso di disoccupazione giovanile torna a crescere toccando il 39,5%.


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Il saldo è, per Renzi, comunque positivo. Una boccata d'ossigeno alla vigilia di un periodo che si annuncia travagliato. Non solo sul fronte europeo ma anche su quello interno. In programma ci sono le elezioni amministrative e il referendum costituzionale. Inoltre, non si sono ancora spente le polemiche sulle unioni civili che già si è aperto un nuovo fronte sulle adozioni. Mentre la minoranza dem resta sulle barricate.

Amministrative "renziane"
Matteo Renzi non vuole che l'esito delle amministrative di giugno sia interpretati come un test nazionale sul governo. Ma è fuori discussione che di questo si tratti. In ballo ci sono i tre principali capoluoghi italiani: Roma, Napoli e Milano. E ovunque il risultato è incerto. Se i candidati renziani Beppe Sala e Roberto Giachetti non dovessero farcela, la bocciatura suonerebbe, per forza, come un avviso di sfratto da Palazzo Chigi.

Prime osservate speciali sono già le primarie di questa domenica nella Capitale e a Napoli. A preoccupare non è il risultato che dovrebbe incoronare rispettivamente il vicepresidente della Camera e Valeria Valente, bensì l'affluenza alle urne che si annuncia particolarmente bassa e che così rappresenterebbe, se le previsioni di un mezzo flop fossero confermate, un danno d'immagine non indifferente per il Pd ma soprattutto per Matteo Renzi che verrebbe di nuovo accusato dalla sua minoranza di non essere ancora riuscito a conquistare a sé l'elettorato locale.

Adozioni, il fronte del no
Anche se il disegno di legge ancora non è approdato alla Camera, la discussione è già infuocata. Dopo il braccio di ferro sulla stepchild adoption che ha spaccato la maggioranza, e lo stesso partito democratico, con centristi e cattolici dem schierati per lo stralcio dell'articolo 5, adesso il premier dovrà vedersela con le barricate elevate contro la possibilità che anche i gay accedano alle adozioni.

Il fronte laico del suo partito vorrebbe accelarare l'iter della nuova legge, ma per il premier si tratterebbe di un azzardo. Anche perché, proprio in questi giorni, sta montando una polemica molto accesa contro la maternità surrogata che in Italia è vietata e che che un nuovo disegno di legge mira a far riconoscere come reato universale e cioè punibile in Italia anche se commesso all'estero (è il caso di Nichi Vendola). Una battaglia su cui si ritrovano in molti: dai vescovi alle femministe, da Beppe Grillo a buona parte della sinistra progressista. Intestardirsi a voler sfidare tutti per portare a casa un nuovo risultato a favore dei gay dopo aver già ottenuto quello sulle unioni civili non gli converrebbe. 

Minoranza dem ancora sulle barricate
L'altro fronte aperto è proprio quello con la minoranza dem. La richiesta di anticipare al 2016 la convocazione del congresso per la scelta del nuovo segretario è stata rispedita al mittente dallo stesso Matteo Renzi, che non vuole sentirne nemmeno parlare. Almeno per ora. Ma le acque restano agitate.

Il sì di Verdini alla fiducia sul maxi-emendamento che ha riscritto il ddl Cirinnà è stato interpretato come una manovra trasformistica finalizzata al definitivo allargamento della maggioranza al gruppo di Ala. Il timore è di ritrovarsi Verdini nella lista del Pd alle prossime elezioni (ma a Renzi converrebbe davvero?) e di finire relegati all'angolo. A soffiare sul fuoco è, tra gli altri, l'ex segretario Pier Luigi Bersani: Verdini? “E' come Razzi e Scilipoti”. Il Pd? “Ormai è la Casa delle Libertà, nel senso che ognuno fa come gli pare”. Intanto, sulla prossima riforma del credito cooperativo annuncia voto contrario: non la voterà mai, “nemmeno se ci mettono 13 fiducie – ha minacciato - Se la votino con Verdini, noto esperto di credito cooperativo”.

Referendum confermativo
Per Matteo Renzi è la sfida delle sfide. Quella cui ha condizionato il suo futuro politico. Se gli italiani non confermeranno il nuovo assetto istituzionale partorito dalle Camere, lui si farà da parte senza nemmeno ripresentarsi alle elezioni politiche. Primo perché già quello del referendum per lui è un test elettorale, secondo perché, ragione più tecnica, un'eventuale bocciatura causerebbe la fine anche dell'Italicum visto che questo sistema elettorale vale solo per la Camera, dove si voterebbe con un sistema maggioritario, e non per il Senato, dove resterebbe quello proporzionale.

A preoccupare l'inner circle renziano è oggi l'allargamento del fronte dei contrari determinati a sfruttare l'occasione per abbattere il premier. Proprio pochi giorni fa l'organizzatore del "Family day", Massimo Gandolfini, ha annunciato il suo no alla riforma per ripicca contro l'approvazione delle unioni civili.

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