Politica estera senza bussola
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Politica estera senza bussola

Dal caso Shalabayeva a quello dei marò: la Farnesina e il sistema Italia non hanno uno sguardo verso l'estero

 

Sergio Romano, ex ambasciatore che da tempo ha lasciato la Farnesina, uno dei pochi, per abbracciare una brillante attività di editorialista, saggista e scrittore, l’ha scritto chiaramente sul “Corriere della Sera”: quanto conta più la Farnesina? Quanto conta in questo paese il ministero degli Esteri? Ormai ogni istituzione piccola o grande si è dotata di strutture che fanno politica estera in proprio. Dalle Regioni ai Comuni. Dai singoli ministeri alle grandi aziende.

Più in generale, bisognerebbe chiedersi quanto conta l’intero apparato del Paese rivolto verso l’estero. La politica estera, in Italia, la fanno i singoli, gli imprenditori, i soggetti che si lanciano coraggiosamente sul mercato internazionale con la forza delle proprie idee, del proprio lavoro, della propria presenza sul campo, della propria esperienza che è conoscenza. Ma da tempo, da molto tempo, le strutture degli Esteri che dovrebbero dare una mano quegli imprenditori, promuovere il sistema Paese là dove c’è la crescita, lo sviluppo, l’espansione economica (dall’Asia al Sud America) non sono più né culturalmente, né istituzionalmente in grado di fornire altro che una testimonianza, una rappresentanza formale. Ci sono ancora, alla Farnesina, competenze importanti, e una schiera di giovani rampanti della diplomazia (sempre più donne, spesso migliori e più agguerrite degli uomini) che potrebbero dare molto. Fare molto. Ma non si è completato il passaggio da una visione delle feluche consistente nella rappresentanza formale e nella capacità d’analisi ma non di azione, a un’altra visione, ben, fondata su un’idea più aggressiva di sostegno reale ai nostri interessi e ai nostri operatori economici.

C’è in generale una certa rassegnazione, o acquiescenza. Una scarsezza di orgoglio nazionale, di senso dello Stato, di amor patrio, in qualche caso di voglia di lavorare, di consapevolezza di un mondo che è diventato molto più complesso e difficile da frequentare.

C’è, insomma, una visione prevalentemente burocratica, rappresentativa e estetica della funzione diplomatica. Che impedisce, per esempio, di capire per tempo che c’è un problema “guerra in Libia”, un problema “Marò”, un problema “kazako-Shalabayeva” che impongono più coraggio, minore pigrizia. C’è quasi una forma di sudditanza verso altri Paesi. Per esempio la Francia, che ultimamente le ha sbagliate tutte. O il Kazakistan.

Sembrava che con l’arrivo di Emma Bonino, donna di polso formata nel fango dei diritti e dell’assistenza umanitaria, della politica appassionata e dell’apertura internazionale, dovesse finalmente soffiare un vento nuovo alla Farnesina, in quei corridoi dei passi perduti nei quali ci si smarrisce come nell’albergo di Shining. Ecco, il ministro Bonino, se c’è, batta un colpo. Si faccia valere. Sferzi l’apparato. Restituisca all’Italia il senso di un primato, almeno di non essere culturalmente secondi a nessuno.

Finora, questa sferza si è avvertita poco. La diplomazia italiana ha bisogno di ritrovare fiducia in se stessa. Da sola, senza una scossa, non può farcela.

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