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Perché Ignazio Marino dovrebbe dimettersi

Pur senza avere responsabilità penali nella vicenda Mafia Capitale, restano quelle politiche. Motivo più che sufficiente per farsi da parte

Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, durante il suo intervento sul palco della Festa dell'Unità della Capitale, 21 Giugno 2015ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Ma che cosa aspetta Ignazio Marino a dimettersi da Sindaco di Roma? In qualsiasi altro Paese civile, l’amministrazione capitolina sarebbe già tutta a casa. Dimissionaria o dimissionata. Capigruppo, presidenti d’assemblea, direttori di dipartimento, maggiorenti del PD che governa. Mafia Capitale si è infiltrata profondamente nella rete politico-amministrativa che governa Roma, spinta da un doppio motore: di destra (Carminati) e soprattutto di sinistra (Buzzi). Da due anni, al vertice di questa amministrazione c’è lui, il primo cittadino Ignazio Marino. Da due anni la capitale sprofonda nei suoi malanni: sporcizia, disorganizzazione, criminalità, corruzione. Ma Ignazio, che ha smesso di fare il chirurgo per dedicarsi alla cosa pubblica, va avanti come nulla fosse.

La segreteria è lambita dall’inchiesta, dirigenti e collaboratori sono finiti nelle intercettazioni, qualcuno in carcere. Eppure il Sindaco non schioda. È innocente, certo. Ma dov’era quando venivano concessi gli appalti e distribuiti i servizi in cambio di mazzette? Per restare al suo posto, Marino la butta in caciara politica, schiantandosi ancor più a sinistra di quanto non fosse, trasformandosi nel capo-popolo di un PD che ha perso la verginità e l’orgoglio ma è restio a chiudere i circoli “cattivi”. Marino alza il pugno, canta “El pueblo unido” con la presidente del Cile, Bachelet, nel giorno dei 44 arresti di Mafia Capitale 2. Rispolvera persino un linguaggio che gronda sangue, del tipo “i topi fascisti devono tornare nelle fogne”. Si lega sempre di più a SEL (il cui vicesindaco, Luigi Nieri, compare, eccome se compare, nelle intercettazioni dell’inchiesta). Difende (si fa per dire) l’immagine della sua e nostra città al punto che racconta per telefono al sindaco di New York, Bill de Blasio, che “il mio predecessore è indagato per mafia”.

L’eco di Mafia Capitale non era ancora arrivato nella Grande Mela, come De Blasio forse non sa che Marino ha un passato da chirurgo in America, concluso tra le polemiche. Il Sindaco, va detto, non è indagato, anche l’intercettazione nella quale Buzzi parla alla sua segretaria sembra indicare che quest’ultima non aveva col capo della coop 29 giugno e presunto grande corruttore di Mafia Capitale alcuna dimestichezza. Ed è stato Marino a portare in Giunta come assessore alla legalità un magistrato antimafia di lungo corso, Alfonso Sabella.

Tuttavia, le responsabilità non sono solo penali, sono pure politiche. Incapacità, distrazione, inefficienza, omissione, superficialità. E inadeguatezza di governo. Roma è una città da terzo mondo. Marino è un sindaco da terzo mondo. Abbarbicato alla sua poltrona dorata nella trincea di un attaccamento al potere sordo ai fischi delle pallottole, al bombardamento dell’immagine di una capitale, allo sfacelo di un’amministrazione, Marino cerca di passare il cancellino su due anni di infiltrazioni criminali, presentandosi come colui che ha fatto pulizia (peccato che ci siano voluti i magistrati per ripulire il Campidoglio, non è bastato Marino). E resistendo sul suo trono da primo cittadino di una capitale sempre più indecente, prepara solo il trionfo populista dei 5 Stelle. Che riusciranno probabilmente a fare anche peggio di lui. Evviva.

ANSA/ MASSIMO PERCOSSI
Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, durante il suo intervento sul palco della Festa dell'Unità della Capitale, 21 Giugno 2015.
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