Stefano Parisi: "Sono stato perseguitato dalla giustizia"
Stefano Parisi: "Sono stato perseguitato dalla giustizia"
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Stefano Parisi: "Sono stato perseguitato dalla giustizia"

Parla l'ex ad di Fastweb la cui posizione nel processo che ha visto anche l'assoluzione di Silvio Scaglia, è stata archiviata - L'ingiustizia del processo Fastweb -

Nel 2010, quando il gip di Roma ordina l’arresto di Silvio Scaglia, Stefano Parisi è amministratore delegato di Fastweb. A ventiquattro ore dalla notizia dell’ordinanza di custodia cautelare, mentre Scaglia organizza il suo rientro dalle Antille con un volo privato, Parisi decide di  convocare una conferenza stampa per spiegare urbi et orbi che Fastweb non ha commesso alcun reato e che gli ipotetici fondi neri non esistono.

“A distanza di tre anni e mezzo posso dire che i giudici mi hanno dato ragione”.

Parisi è stato solo lambito dall’inchiesta Fastweb – Telecom Italia Sparkle. Destinatario di un avviso di garanzia, la sua posizione è stata archiviata la scorsa primavera. “Avrebbero potuto archiviare nel giro di quindici giorni, invece ci sono voluti tre anni”.

Ora che il Tribunale di Roma ha assolto l’ex presidente di Fastweb Scaglia e altri dirigenti della società di telecomunicazioni, Parisi prova un misto di soddisfazione e rabbia.

“Mi chiedo perché accadano vicende come questa in un Paese civile. Le vite di alcuni di noi sono state letteralmente stravolte. La giustizia dovrebbe innanzitutto proteggere cittadini e imprese, non rendersi responsabile di errori simili”. Perché di errori si tratta.

Quando nel 2007 su Repubblica compare il primo articolo da cui cui filtrano informazioni riservate sulle indagini condotte dalla procura di Roma su una presunta frode fiscale internazionale che coinvolgerebbe Fastweb, l’azienda avvia immediatamente un audit interno per fare chiarezza. “A distanza di sei anni una sentenza conferma quanto noi abbiamo sostenuto e provato sin dall’inizio. Da quella analisi interna vennero fuori nel giro di un mese dati e informazioni che noi trasmettemmo subito alla procura perché sin dall’inizio ci fu chiaro che la truffa veniva ordita, con la complicità di due dirigenti infedeli (ora condannati in primo grado per corruzione, ndr), ai danni di Fastweb. Insomma noi eravamo la vittima di un raggiro che, come hanno certificato i giudici, ha sottratto circa 50 milioni di euro alla nostra società e 300 milioni a Tis”.

Certo, dalle parole di Parisi trapela l’amarezza per quello che si poteva evitare e invece non si è evitato. “Purtroppo la stessa sentenza ha fatto chiarezza su un punto: c’erano dei delinquenti, che sono stati condannati, e degli innocenti perseguitati dalla giustizia”.

Difficile non considerare come un perseguitato dalla giustizia un manager che per evitare il commissariamento dell’azienda richiesto dalla procura si autosospende immediatamente e poi, a distanza di sei mesi, quando gli azionisti svizzeri chiedono il suo rientro nelle piene funzioni, decide di dimettersi.

“Feci un passo indietro anteponendo alla mia situazione personale il bene dell’azienda, che allora fatturava 1,7 miliardi di euro e aveva 3500 dipendenti. Commissariare una società quotata in borsa significa chiuderla, e il clima mediatico attorno a noi era a dir poco colpevolista. La procura aveva mandato un chiaro segnale in senso contrario al mio ritorno come amministratore delegato”.

Da allora Parisi non ha più lavorato per Fastweb, ma ha fatto molto altro. Ha fondato Chili Tv e attualmente presiede Confindustria digitale. “Il mondo dell’impresa non ha mai dubitato della mia reputazione. Anche noi però dovremmo difendere con più forza il nostro operato dalle incursioni di certa magistratura. Non siamo presunti colpevoli. Nel Paese invece manca una cultura a favore dell’impresa. Il pregiudizio sotterraneo è che se c’è di mezzo un’azienda deve averne combinata qualcuna”. Presunti colpevoli, ora assolti.

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