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Papa Francesco in mezzo ai lupi

Cresce il consenso internazionale e nell’opinione pubblica intorno a Bergoglio ma, allo stesso tempo, l’ostilità e la diffidenza nella Curia vaticana.

Cresce a vista d’occhio la statura internazionale di Papa Francesco: se il califfato minaccia di far sventolare la bandiera nera dell’Is su piazza san Pietro, Bergoglio decide di pregare dentro la Moschea blu di Istanbul. Se la comunità internazionale si volta dall’altra parte mentre milioni di profughi fuggono dall’Iraq e dalla Siria, Francesco annuncia che il prossimo viaggio vorrebbe che fosse sulle rive del Tigri e dell’Eufrate sconvolte dalla guerra. Se la politica affronta il delicato tema delle coppie gay a colpi di delibere comunali e ordinanze dei prefetti, il Papa convoca un Sinodo per discutere apertamente di questi che per decenni sono stati quasi occultati.

L'ostilità della Curia
Proprio mentre cresce il favore dell’opinione pubblica, gente comune e non credenti, nei suoi riguardi, Papa Francesco vede crescere intorno a sé nella Curia vaticana ostilità e resistenze. E’ quello che descrive molto bene il vaticanista del Fatto Quotidiano, Marco Politi, esperto conoscitore degli avvenimenti d’Oltretevere, autore del volume “Francesco tra i lupi. Il segreto di una rivoluzione” (Laterza). “Papa Francesco – osserva Politi – è ancora abbastanza solo all’interno della struttura ecclesiastica. Gode di un consenso amplissimo tra i fedeli e nell’opinione pubblica agnostica e non credente, però in curia non si manifesta, per il momento un forte partito pro-Bergoglio. Anzi c’è chi spera che il papa argentino sia un’eccezione transitoria”.

Una guerra di logoramento
Chi ha paura del Papa venuto dalla “fine del mondo” e chi lo combatte: sono i settori conservatori e, soprattutto, coloro che puntano a difendere le loro posizioni di potere, spiega Politi. “I settori conservatori puntano al logoramento del Papa argentino, fanno leva sulla stanchezza che può subentrare al ripetersi delle sue esortazioni. Diffondono il timore che Francesco stia costruendo un’altra Chiesa uscendo dai binari della tradizione, della dottrina e della retta interpretazione della parola di Dio”.

Anche Francesco potrebbe dimettersi?
E ora si affaccia la possibilità che anche Francesco un giorno possa arrivare a compiere il clamoroso gesto delle dimissioni, qualora a un certo punto si accorga di aver compiuto la sua “missione” di pulizia e moralizzazione della Chiesa. Ma proprio le dimissioni vengono agitate strumentalmente per ridurre la portata della “rivoluzione di Bergoglio”. Come osserva l’autore: “Francesco è consapevole che intorno a lui il terreno è minato. ‘In Curia la resistenza sta crescendo’, ammette un curiale. La reazione del pontefice argentino ora è venata di umorismo, ora si fa pensierosa. ‘Mi hanno tirato un goal da centrocampo’, commenta quando gli organizzano qualche nomina poco convincente. Di fronte alle tensioni sotterranee la sua reazione è serena: ‘Il demonio si agita …siamo sulla buona strada’”.

I voltagabbana
Un altro grave pericolo è l’adulazione e l’ipocrisia: anche il Vaticano è la patria dei “voltagabbana”. Tuttavia “il Papa non finge di non vedere che tra i molti che applaudono ci sono quanti non condividono affatto alcune o molte delle sue posizione e da ratzingeriani si sono riciclati bergogliani solo formalmente”. Bergoglio, secondo Politi, è perfettamente consapevole di tutte queste difficoltà. La sfida della sua rivoluzione, conclude Politi, “si giocherà nei prossimi anni. Lo sbocco potrà essere per la Chiesa un New Deal come quello del presidente americano Roosvelt o un terremoto come la perestrojka di Gorbaciov. Il papa è perfettamente consapevole di guidare una svolta”. Ma l’esito non è affatto scontato.

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