Becchi e le "sparate" senza senso
Becchi e le "sparate" senza senso
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Becchi e le "sparate" senza senso

Il "filosofo" di Grillo ha parlato ancora di fucili, con buona pace del futuro del paese (sempre più marcio)

Non ci dovremo lamentare se qualcuno imbraccerà il fucile?

C’è chi evoca i fucili e chi il duce (rosso o nero non importa). Prima o poi doveva succedere. La rivoluzione si sposa con la dittatura e l’una e l’altra generano violenza. Ma sono aberranti tutte le apologie più o meno esplicite di quelli come Preiti, l’uomo che ha sparato sotto Palazzo Chigi, “uno di noi”, un compagno “che ha sbagliato mira”, “doveva seccare un ministro”, “non si fa ma lo capisco”, “voleva morire”.

C’è un brigadiere dei carabinieri che lotta per la vita e resterà paralizzato agli arti. E c’è ancora chi dal balcone mediatico dello studio di Santoro dice “io sono contro la violenza ma capisco Preiti, era disperato”, in quegli istanti “è il cervello che ti guida” (mentre è proprio la disconnessione del cervello che ti fa sparare contro un uomo in divisa solo perché t’impedisce di raggiungere “un politico” e ucciderlo).

Quindi, chi è disperato e uccide o paralizza per sempre chi gli capita sotto mano, bersaglio inconsapevole della sua disperazione, va compreso.

Come l’astinente ossessionato dal sesso e maltrattato dalle donne che violenta la prima ragazza che si trova tra le mani nel buio di un vicolo, o chiunque si creda (o anche sia) vittima di un’ingiustizia, il licenziato e lo scavalcato in un esame, l’imputato che spara al giudice che lo ha condannato, magari il ladro che ruba perché non può farne a meno (avendo perso tutto alle slot machine come Preiti), il malavitoso che fa il soldatino di un anti-Stato più efficiente e umano dello Stato che ha le sue guardie e i suoi esattori. Anzi, non si capisce perché non vi sia più gente a cui “parta il cervello”. Perché non vi siano più omicidi dovuti a limite raggiunto e ampiamente superato della pazienza di ciascuno.

L’anti-politica acceca. Nasce da sentimenti giusti, da esperienze penose delle quali purtroppo noi stessi siamo complici in vari modi, anche con le personali accondiscendenze a raccomandazione, furbizia e prevaricazione politica e familistica. Dall’ufficio alla scuola, dalla sala d’attesa alla strada. Non è solo il Palazzo ma tutto un paese che è marcio.

Spesso vanno avanti i peggiori. I giovani più brillanti fuggono all’estero. Chi più urla, a volte è quello che più deve farsi perdonare. E adesso la violenza dovrebbe lavarci la coscienza. Un bel bagno (di sangue). I capri espiatori soddisfano la sete di vendetta. La frustrazione.

Santoro spiega che così è nato il nazismo e il governo Letta dovrebbe fare come Hitler: metter fine alle chiacchiere con qualcosa di grande impatto, per esempio dare lavoro a 100mila disoccupati. Qualcuno dovrà spiegarci perché sia più censurabile e scandaloso di Santoro chi ogni tanto dice che Mussolini qualcosa di buono l’ha fatto: bonifiche, grandi infrastrutture, il futurismo, la lotta alla mafia, agli scippatori, perfino il decoro cittadino (i fiori sui balconi e le strade pulite).

E, come sempre c’è un professore (un filosofo del diritto), Paolo Becchi, per il quale non dovremmo lamentarci se la gente tra un po’ imbraccerà i fucili. “Certo che sono un rivoluzionario, un terrorista!”. La motivazione è sempre la stessa: “I veri terroristi sono gli altri, sono loro, siete voi!”. Cioè gli inquilini del Palazzo. I politici. Tutti (esclusi i parlamentari del M5S, s’intende). Quindi, evviva la rivoluzione! Viva la democrazia diretta, viva l’avvento del Dittatore, interprete autentico della direzione rivoluzionaria in una democrazia mai più fintamente rappresentativa, una democrazia in cui “uno vale uno”. O tutti. O nessuno.

Qui non si sta più giocando col fuoco. Qui è la coscienza stessa della pubblica opinione ad andare in fiamme. Stretti tra la Piazza e il Palazzo, dalle nostre bocche escono parole rivoluzionarie e insieme autoritarie. Parole di violenza.    

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