Il paese delle "due mamme"
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI
Il paese delle "due mamme"
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Il paese delle "due mamme"

Ecco perché la decisione del Tribunale di Torino lascia spazio a dubbi e polemiche

Proprio con l’inizio del 2015 la Corte d’Appello di Torino ha segnato un’inversione di tendenza rispetto al pregresso orientamento giurisprudenziale. I giudici subalpini, ribaltando la decisione del Tribunale, hanno accolto la richiesta di due donne, una italiana e l’altra spagnola, sposatesi e divorziate in Spagna, di veder trascritto in Italia l’atto di nascita del loro bambino, concepito con la fecondazione eterologa, come figlio di entrambe.

Il Tribunale di Torino aveva rigettato la richiesta delle due mamme, entrambe legalmente riconosciute secondo la legge spagnola, poiché contraria all’ordine pubblico, ovvero a quell’insieme di norme fondamentali riguardanti i principi etici e politici che sono alla base del nostro ordinamento. La decisione dei Giudici di secondo grado si fonda, invece, su un’interpretazione estensiva della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1989 e delle norme comunitarie, secondo cui l’ordine pubblico non può avere un contenuto predeterminato, ma è suscettibile di profonde variazioni nello spazio e nel tempo, cambiando sia “da Paese a Paese” che, col passare del tempo, a seconda delle diverse epoche storiche.

Nel caso delle due mamme, dunque, il concetto di ordine pubblico doveva essere interpretato non tanto come formale rispetto di quelle norme etiche - prima che giuridiche - che ancora non consentono la filiazione tra persone dello stesso sesso, ma in un senso più ampio, come tutela e garanzia del figlio minore; precisamente, a tutela del suo interesse ad avere “una copertura giuridica ad una situazione di fatto già in essere da anni, nell'esclusivo interesse del bambino cresciuto da due donne che la legge spagnola riconosce entrambe come madri”.

La decisione della Corte d’Appello di Torino ricorda quella del Tribunale per i Minorenni di Roma dello scorso mese di agosto 2014, quando i giudici hanno accolto la richiesta di una donna di poter adottare la figlia della propria compagna, riconoscendo in questo modo la prima famiglia omogenitoriale ed attribuendo alla donna il suo ruolo di madre con tutti i diritti e doveri connessi e conseguenti. Anche in questo caso la decisione del Tribunale romano si fondava sulla volontà di garantire il superiore interesse del minore, cresciuto in una famiglia con due madri ed abituato a considerare le due donne come i propri genitori.

Tuttavia, se da un lato i Tribunali tendono a voler riconoscere e dare una qualche forma di tutela a queste nuove realtà familiari, la ben nota burocrazia italiana non si smentisce ed ostacola l’esecuzione del provvedimento. Infatti, dagli uffici comunali torinesi è già pervenuto lo STOP: l’atto di nascita del minore non verrà trascritto fino a quando non sarà pervenuto un parere da parte del Ministero degli Interni, in quanto gli Uffici si ritengono “delegati semplicemente a eseguire e applicare le norme di Stato Civile”.

Come spesso accade nel nostro Paese vi sono due pesi e due misure: fino a qualche mese fa alcuni Comuni non si sono preoccupati di rispettare le norme dello Stato Civile, provvedendo, invece, alla trascrizione dei matrimoni gay, pur in assenza di una norma che autorizzasse questa procedura ed anche nonostante il contrario orientamento della giurisprudenza.

La famiglia sta cambiando, qualche tribunale se ne accorge e sembra rimediare alle carenze della legge italiana invocando l’interesse del minore.

Certamente, però, la non certa e differente applicazione del diritto porta ad una confusione che non può che sollecitare il Legislatore ad intervenire ed a prendere una posizione per garantire una copertura giuridica a quelle situazioni che stanno progressivamente aumentando e richiedono una tutela certa e riconosciuta.

La famiglia non deriva solo dai legami biologici, ma può costituirsi semplicemente attraverso i legami affettivi con le persone che ci circondano: «Non è né la carne, né il sangue ma il cuore, che ci rende padri e figli» (Johann Schiller, 1759-1805).



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