La violenza della guerra e la retorica dei pacifisti
ANSA/GUIDO MONTANI
La violenza della guerra e la retorica dei pacifisti
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La violenza della guerra e la retorica dei pacifisti

Va di moda la retorica pro Palestina e contro Israele. Ma la guerra, non solo questa, racconta ben altro - I video: 1  e 2  - Miti da sfatare  - Analisi - Foto

La guerra è sporca. Non c’è guerra pulita. In guerra muoiono i bambini. Uccisi dagli aerei, dalle granate, dalle pallottole. Muoiono le donne, i ragazzi, i vecchi. Muoiono i giovani soldati. In guerra gli anziani sono sradicati dalle loro case ed è un modo di morire anche quello: ritrovarsi senza casa, senza nulla, a conclusione di un’esistenza. La fine che ti scippa del premio di una vita. E anche i bambini che restano vivi non possono più gioire ma crescono nell’odio, vivranno d’ora in poi con la testa bassa e la paura degli aerei. I medici che sono degli eroi non avranno più una notte tranquilla, non riusciranno più a dormire sonni tranquilli. Non c’è guerra che risparmi l’umanità. Per questo la retorica dei pacifisti ideologici mi fa orrore. Il cinismo è un modo quasi più pietoso di soppesare la realtà. 

Non sopporto il pacifismo a senso unico, il pacifismo fazioso che diventa reattivo solo e tutte le volte che “dall’altra parte” c’è un tank israeliano o un caccia della NATO, ma non si scompone e non si mobilita se a morire sono migliaia di siriani vittime di uno scontro che non vede coinvolti gli “occidentali”. In quel caso non c’è orrore, c’è silenzio. Il pacifismo che si commuove per i terroristi di Guantanamo, non per i dissidenti di Cuba.  

Da anni, da Gaza, vengono “sparati” razzi su Israele, c’è una “app” che si scarica gratuitamente e non è nata con la guerra ma funziona da quando piove morte dai cieli di Hamas. “Red alert Israel”, si chiama, e vi prego di scaricarla sullo smartphone solo per capire ogni quanti minuti un razzo da Gaza punta indiscriminatamente Israele con la speranza, col desiderio, di fare ogni volta la madre di tutte le stragi e non ci riesce solo perché Israele, a differenza di Hamas, non strumentalizza la morte dei propri figli ma li difende.

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La vita delle proprie donne, dei propri bambini, dei propri soldati, per gli israeliani, per gli ebrei, è sacra. Il lutto accompagna l’uccisione di civili e soldati, lutto nazionale. Si fa di tutto per evitarne la morte. Che è, sempre, una sconfitta, non una vittoria. Tanto meno un’arma. Qui non c’è nulla che conti più della vita. Il popolo ebraico è abituato, forgiato dalla storia a lottare per vivere (sopravvivere a odio, razzismo, persecuzione, pogrom e invidia sociale). 

Tanti anni fa intervistai Marek Edelman, lontano superstite della difesa in armi del ghetto di Varsavia, nella sua modesta casa di medico a Lodz, in Polonia, testardo oppositore del comunismo come lo era stato del nazismo. Non ho mai conosciuto un modello più puro di moralità e di amore per la vita. Ma non era un pacifista. Era un combattente.

Gli appelli alla tregua, i “fermatevi” di chi non è riuscito con tutta la sua potenza politica, diplomatica e militare a favorire la pace (negli Stati Uniti come in Europa) e gli anatemi anti-israeliani di quanti equiparano a mero aggressore chi è entrato nel conflitto senza volerlo ma dopo innumerevoli lanci di razzi e il rapimento e l’assassinio di tre ragazzi che tornavano da scuola facendo l’autostop, mi risultano insopportabilmente ipocriti.

Ora c’è una guerra e chi attacca avverte i civili dall’altra parte che attaccherà, dice dove e quando, lascia il tempo di mettersi al riparo. Ma chi dall’altra parte comanda, conduce una comunicazione omicida-suicida che invita a tenere la posizione, a morire da martiri e a guadagnare il paradiso, e usa i morti (soprattutto bambini) come un’arma (la più feroce, vile, efficace) e intanto rifiuta le tregue e si chiude in un isolamento che non vale soltanto verso Israele, ma verso i “fratelli” arabi d’Egitto che adesso murano i tunnel del contrabbando d’armi. Ma non sento, tra noi, qualcuno che chieda a Hamas di mettere fiori nelle rampe dei suoi missili.

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