In Birmania, i bambini ritrovano il sorriso

Dopo anni di dittatura militare, un intero paese ricomincia, finalmente, a divertirsi

(Credits: Chris McGrath/Getty Images)

Claudia Astarita

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La foto di questa settimana è stata scattata durante una grande, grandissima festa di carnevale. Organizzata a Yangon, in Myanmar. Un paese dove, lentamente e non senza qualche passo indietro, la popolazione sta cercando di ritrovare il sorriso. La serenità. E, perché no, anche un po' di felicità.

Al cento di questa immagine ci sono due bambini. Truccati da lottatori. Che si sfidano in un incontro di wrestling su un supporto improvvisato, al cento del quale c'è un grande foro (che ogni tanto viene riempito d'acqua) in cui i due rivali cercano di spingersi a vicenda. Sullo sfondo qualche bicicletta, una serie di tubi posizionati in maniera da simulare una pedana da salto in alto. Ma anche un ostacolo da saltare a mani nude o su due ruote, uno spazio per ripararsi dal sole e uno riservato ai più piccoli e ai burattini che tanto li incantano.

Nel Myanmar di ieri, quello governato da una giunta militare abituata a stroncare sul nascere sorrisi e allegria ricorrendo alla violenza anche quando non era poi così necessaria, tutto questo non sarebbe mai stato possibile.

Il Myanmar resta un paese estremamente povero. Trovare un lavoro è difficile. Garantire un pasto al giorno all'intera famiglia ancora di più. Per non parlare dell'opportunità di permettere ai figli di frequentare la scuola, di andare dal medico ogni volta che ne hanno bisogno, o semplicemente di lasciarli liberi di "fare i bambini". Senza ritrovarsi costretti a costringere le femmine a "sposare" cinesi, taiwanesi o coreani sconosciuti, e i maschi a lavorare in miniera. Un paese in cui stenti e violenza diffusa hanno costretto tanti a barcamenarsi in una quotidianità di sconforto e disperazione.

Ebbene, finalmente qualcosa sta cambiando. Inesorabilmente, anche se lentamente. E il merito di chi é? Certamente del Presidente Thein Sein. Che non solo ha allentato il giogo su una nazione che ormai aveva raggiunto il limite. Sia sul piano fisico che su quello mentale. Ma ha anche liberato Aung San Suu Kyi, permettendole, una volta rientrata in Parlamento, di completare la sua trasformazione da voce della speranza a incarnazione del rinnovamento. Ma anche di Hillary Clinton e Barack Obama, che con le loro visite in Birmania in rapida successione hanno confermato che nel Paese in cui i sogni diventano realtà (perché é in questi termini che il Myanmar parla, ancora oggi, degli Stati Uniti...) c'è ancora chi crede in loro.

Eppure, il merito più grande va ai bambini. A quelli che si sono divertiti al carnevale di Yangon, a quelli che hanno partecipato alle elezioni di Miss Myanmar, a quelli che sono tornati a scuola e a quelli che hanno ricominciato a trascorrere le loro giornate a rincorrersi all'aperto. Perché sono riusciti a tradurre la speranza che Thein Sein, Aung San Suu Kyi, Hillary Clinton e Barack Obama hanno trasmesso ai loro genitori in un'allegria talmente contagiosa da aver riportato un po' di buonumore in questa terra desolata. Un'arma importantissima per una nazione in cui, purtroppo, i problemi da risolvere sono ancora tanti. Troppi.

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