Il mondo arabo tra riformismo e intransigenza

Intervista a tutto campo al Professor Massimo Campanini, storico del mondo islamico e curatore della nuova Collana "Nell'Islam" di Jaca Book

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Sherif El Sebaie

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Prof. Campanini, lei è il curatore della collana “Nell’Islam” edita da Jaca Book, la prima a comparire nel panorama editoriale italiano che si propone di pubblicare testi di filosofia, religione, storia, musica, letteratura ed arte commentati e curati da studiosi e ricercatori di diversi ambiti e paesi. Qual è lo scopo di questa nuova iniziativa editoriale?

L’obiettivo è quello di conoscere e far conoscere l’Islam perché l’immagine che ne circola è stereotipata. Molte opere – classiche, medievali, contemporanee – di questa cultura sofisticata e raffinata sono ad oggi inedite in Italia. Si tratta di veri e propri tesori nascosti di autori che l’Occidente ha finora considerato marginali. Abbiamo iniziato con “Il Personalismo musulmano” di Muhammad Aziz Lahabi, poi proseguito con la “Mistica islamica” di Georges Chehata Anawati e Louis gardet. In arrivo l’”Antologia della Muqqadima di Ibn Khaldun” curata da Francesca Forte, “Muhammad Husayn Fadlallah “curato da Marco di Donato e “Le primavere arabe” di Gennaro Gervasio.

A proposito di Primavere arabe, c’è ancora dibattito su come definire questo periodo della storia contemporanea del Medio Oriente: Primavera araba o inverno islamista?

Le primavere arabe - perlomeno quella tunisina, quella egiziana, forse anche quella siriana e yemenita - sono state, almeno all’inizio, movimenti spontanei e popolari che però non avendo una chiara direzione politica non hanno imboccato una strada di evoluzione.  Per dirla in termini gramsciani, non c’è stata una capacità egemonica da parte di una forza politica che fosse in grado di coagulare la spontaneità di questi movimenti. È chiaro che in questa realtà di debolezza dei movimenti spontanei, i partiti e le organizzazioni islamiste hanno capitalizzato quello che avevano in precedenza acquisito in termini di opposizione ai regimi dittatoriali: El-Nahda contro Ben Ali in Tunisia, I Fratelli Musulmani contro Mubarak  e prima ancora contro Sadat e Nasser. Questa capacità delle organizzazioni islamiste di “fare partito” e proporsi come “leader” di una rivoluzione, ha dato loro molto spazio. In realtà, poi, queste organizzazioni – perlomeno i Fratelli Musulmani in Egitto – sono state incapaci di trasformare la contro-egemonia, per utilizzare sempre termini gramsciani, in egemonia trasformandosi da opposizione a governo. Hanno fatto un numero incredibile di errori che li hanno squalificati agli occhi dell’opinione pubblica.  Diversa è la situazione in Tunisia, dove Rachid Ghannouchi si è dimostrato un leader, a mio avviso, lungimirante che ha saputo equilibrare quelle che erano le tendenze islamizzanti delle rivolte e quelle della società tunisina che aveva una forte tradizione secolare alle spalle. In questo modo, la rivoluzione tunisina è stata quella che ha avuto l’effetto migliore ed è quella che si è incamminata verso un percorso di democratizzazione. Gli Islamisti in alcuni paesi non hanno governato, in altri ci sono state infiltrazioni (per esempio in Siria) dovute a potenze esterne e laddove hanno governato (per esempio in Tunisia) l’hanno fatto in maniera equilibrata. In conclusione quindi, non chiamerei le rivoluzioni della dignità, come preferisco chiamarle, un inverno islamista.

Alle elezioni amministrative di Tunisi ha vinto una donna non velata aderente al partito islamista di El-Nahda. Novità rivoluzionaria o strategia per guadagnare consensi?

Credo che questo dipenda dal fatto che Rachid Gannouchi si è rivelato, oggi come oggi, il leader islamista con le idee più lucide. E’ un pragamatico, quindi si è reso conto che alla luce delle necessità della società contemporanea, anche il modo con cui El-Nahda - partito che si professa islamico – si presenta, deve  essere modernizzante. Il velo non è una costrizione, ma un motivo di identità: in qualche modo liberarsi dal velo  può essere un sorta di input anche per altri movimenti di questo genere per portare pragmaticamente la propria attenzione a quelle che sono le necessità di contestualizzazione storica contemporanea. Quindi deve essere certamente considerato un gesto “rivoluzionario”. Del resto quando a Gannouchi è stato chiesto perché nella costituzione tunisina non ha inserito delle clausole che fossero esplicitamente islamiste, rispose che bastava l’Articolo 1 della costituzione tunisina che afferma che la Tunisia è un paese arabo e l’Islam è la sua religione. Da questa sola definizione si possono evidentemente trarre, attraverso una negoziazione di tipo parlamentare, partitico, giuridico delle conseguenze anche a livello legislativo e normativo che possono reindirizzare in maniera completamente diversa anche la prassi islamista.

Una costituzione che menziona nel suo primo articolo che la religione dello stato è l’Islam non prendendo in considerazione la presenza di minoranze consistenti di altre fedi, come nel caso dei cristiani in Egitto, o addirittura gli atei è da considerarsi laica? Non è che gli islamisti si sono semplicemente accontentati dello status quo sperando che nel futuro possano rispolverare l’agenda islamista?

È chiaro che anche lo stesso Ghannouchi potrebbe avere in mente, a lunga distanza, l’idea di uno stato islamico o comunque di uno stato che abbia l’Islam come l’elemento determinante della sua identità. Ma il problema è quello di rendere questo tipo di scelta politica sufficientemente pragmatica per potersi adattare ed aderire alle circostanze e alle necessità della realtà contemporanea. Metodologicamente, dobbiamo guardare a queste questioni con occhiali diversi da quelli con cui le guardiamo nel mondo occidentale. La storia, la tradizione, la contestualizzazione, gli aspetti culturali che innervano l’anima araba ed islamica del tunisino piuttosto di quella araba e cristiana dell’egiziano, sono comunque diverse da quelle che è la tradizione infarcita di nazionalismo, della rivoluzione francese, per risalire a Galileo piuttosto che a Marsilio da Padova che è tipica dell’Occidente. Gli occhiali devono essere diversi perché si abbia un’interpretazione lucida di ciò che sta avvenendo.

A proposito di riformismo islamista: in questi giorni Hamas sta alimentando delle proteste a Gaza, sul confine con Israele. La situazione di stallo in cui si trova oggi Hamas non è forse il risultato dell’intransigenza ideologica mostrata nei confronti di Israele?

La situazione Israele/Palestina/Gaza è una situazione che ha delle caratteristiche peculiari che non possono essere generalizzate ad altri contesti del mondo arabo. Ad ogni modo, bisogna rendersi conto che se Hamas è andata al potere è anche perché Fatah e l’OLP hanno commesso un numero enorme di errori. La dirigenza di Fatah e dell’OLP si è rivelata corrotta e quindi evidentemente la soluzione islamista è potuta sembrare ad una parte dei palestinesi come una soluzione. È la situazione italiana o di altri paesi europei, no? In una realtà in cui la dirigenza e la classe politica non è stata in grado di  portare avanti il percorso di indipendenza, Hamas ha trovato degli spazi approfittando di queste difficoltà. Un’altra cosa da tenere presente è che l’intransigenza è bilaterale. Non è solo intransigenza di Hamas nei confronti di Israele, ma anche un’intransigenza di Israele nei confronti dei palestinesi. Perché finché Israele continuerà ad occupare anche quelle poche terre rimaste agli arabi, è evidente che gli arabi non potranno mai arrivare ad un’intesa. L’intesa prevede, da una parte e dall’altra, delle rinunce. La mia opinione è che i palestinesi devono rinunciare al sogno impossibile del ritorno dalla diaspora e quindi anche riconoscere, naturalmente, lo stato di Israele. Israele però deve smettere di continuare a colonizzare i territori palestinesi e deve riconoscere la necessità, se non proprio di uno stato, di una larga autonomia del popolo palestinese che non sia condizionata dall’espansionismo dei coloni. Questo tipo di “do ut des” deve essere la base realistica per colloqui che possano rivelarsi positivi.

C’è un’intransigenza da parte di Israele nei confronti dell’Iran?

L’intransigenza di Israele nei confronti dell’Iran è legata ad un’intransigenza, che io ho sempre considerato miope, dell’Occidente intero, e degli Stati Uniti in primo luogo – pensiamo a Bush ed ora Trump – nei confronti dell’Iran. L’Iran è un paese estremamente dinamico, in cui c’è una società civile vivace e progredita. Però la politica occidentale ha sempre marginalizzato l’Iran a favore dell’Arabia Saudita. E questo perché la politica occidentale ha preso come punto di riferimento Israele. L’intransigenza di quest’ultimo nei confronti dell’Iran può anche essere dipesa dal fatto che Israele nutra preoccupazioni legate alla propria autodifesa, però ci sono delle rigidità e delle posizioni pregiudiziali da parte del governo israeliano che sono miopi nella misura in cui io credo che l’attuale dirigenza iraniana sia sufficientemente pragmatica e in grado di aprire dei negoziati seri con il mondo occidentale per arrivare, essendo questo un interesse comune, ad un’intesa prima economica e poi politica.

Lei ha menzionato l’Arabia Saudita. Non crede che alla luce delle riforme prospettate dal principe ereditario  ci sia, anche in quel paese, una società altrettanto dinamica e una fetta di giovani desiderosi di cambiamenti?

Certamente, il problema però è che i governi precedenti li hanno continuamente repressi. Il Principe Bin Salman sembra, per ora, essere un riformatore. Interpreta un’esigenza che viene dal basso della società civile. Ma contemporaneamente bisogna vedere quale sarà la resistenza della struttura tradizionale del potere saudita anche perché, in un certo senso, le riforme di Bin Salman sono una sorta di colpo di stato nei confronti del sistema precedente e della gerontocrazia di base wahabita. L’augurio quindi è che Bin Salman prosegua su questa strada di apertura civile e sociale all’interno del suo paese.

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